Dischi Che Escono – 04/06/2017

Dieci dischi da ascoltare ora che avete finito di gufare la Juventus. (29/05/2017 – 03/06/2017)


All Time Low
Last Young Renegade

Pop Rock, Fueled by Ramen

L’highlight
Dirty Laundry

Per chi apprezza
Ignorare

Una cosa mi ha fatto davvero incazzare: informandomi su chi diavolo fossero questi sbarbatelli, leggo su qualche loro pagina ufficiale la pomposa auto-definizione “Punk Rock”. Dio mio, non lo avessero mai fatto. Che amarezza, la gente oggi non sa più davvero cosa sia quella ormai (ahimè) ancestrale musica viscerale che ti penetra e ti fa venire voglia di scopare sul pavimento e spaccare qualcosa. Poi avrò perso io il filo di come va oggi il mondo, ma gli All Time Low non mi fanno assolutamente questo effetto, al massimo riescono ad invogliarmi ad andare a comprare i marshmallow. Trattasi infatti con più precisione di un pop innocuo, decisamente catchy. Immaginatevi delle Avril Lavigne in cura ormonale o dei puerili Green Day con lo stesso livello di testosterone, per capirci. Un genere che può anche piacere nella sua spensieratezza e l’inconsapevolezza di stare sul cazzo a molti. Dettaglio non da poco, poi: come ben testimonia la modernissima “Life Of The Party”, questi giovani rinnegati sono riusciti a costruirsi un’identità ben definitiva e riconoscibile. Dalla parte sbagliata della barricata, però. – Giulio Beneventi


Dan Auerbach
Waiting on a Song

Folk Rock, Nonesuch

L’highlight
King of a One Horse Town

Per chi apprezza
Il profumo della polvere

Dopo aver sparso con i Black Keys dischi su dischi con i quale fare i cool e rimorchiare figliuole hipster, Dan Auerbach si diletta a mischiare le carte da solista, per dare questa volta l’opportunità di farsi sdegnosamente schifare perché ignominiosamente vecchi dentro. Un’antologia retromaniaca che su chitarre indolenti sparge elementi di folk americanissimo (d’altronde questo qua sta pur sempre di casa a Nashville), brass rock da night club scarso, coretti a voce femminile e spiccio maschilismo nei testi. C’è addirittura Knopfler. Che bellezza. – Riccardo Coppola


The Beatles
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – Anniversary Super Deluxe Edition

Pop, Apple Music Corps Ltd

L’highlight
Ogni cosa è illuminata

Per chi apprezza
La Musica che conta

Ebbene sì, sono passati 50 anni. Sì, avete letto bene: proprio 5 decenni. Mezzo secolo. E i Beatles con il loro capolavoro del Sergente sale e pepe pisciano ancora in testa a tutti. Bisogna dunque festeggiarlo per bene, questo Greatest Album of All Time che anche giornalacci come Rolling Stone mettono al top delle classifiche di qualità. Il compito di incartare la magica cinquantennale edizione tanto attesa dal popolo beatlesiano è stata affidato a Giles Martin (già al timone di LOVE), figlio di del maestro George, colui che in molti (giustamente) additavano come il Quinto Beatle, con buona pace del caro Stu. E il materiale bonus riversato, signori, è parecchio. Nella versione completa (4CD+DVD+BRD) abbiamo l’originale con il nuovo mix, ben 33 registrazioni provenienti dalle sessioni in studio, molte delle quali inedite, oltre al nuovo mix stereo delle eterne “Penny Lane” e “Strawberry Fields Forever” e molto altro ancora. Passiamo alle domande da un milione di dollari. Si sentono enormi differenze rispetto ai remaster del 2009? Se devo dir la verità, non così tanto, anche se in “Getting Better” si avverte un nuovo incantesimo di suono. Manca qualcosa di fondamentale? Beh, una “Only A Northern Song” in più non avrebbe guastato. Vale nel totale l’esorbitante cifra proposta da Apple e dai baronetti superstiti? Insomma, dai; probabilmente per i collezionisti e i fan non occasionali, vere vittime seriali di queste operazioni nostalgiche. Questo per dirvi: se avete li sordi, spendeteli perché di roba interessante (ma assolutamente non obbligatoria) ce n’è. Altrimenti, non state a togliervi il pane di bocca e piuttosto andate a vedervi il Macca dal vivo alla prima occasione. Che è sempre cosa buona e giusta. – Giulio Beneventi


Chastity Belt
I Used To Spend So Much Time Alone

Post-Punk, Hardly Art

L’highlight
Different Now

Per chi apprezza
Il post-punk più tradizionalista

C’è da dire una cosa: scegliere “Cintura di Castità” come nome per una band potrebbe non rivelarsi una scelta azzeccata, in termini di marketing. Eppure questa all-female band di Seattle sembra sapere il fatto suo e il nuovo album “I Used To Spend So Much Time Alone” conferma alcune delle buone intuizioni già espresse dal quartetto sui due dischi precedenti. C’è tanto (tantissimo) post-punk, ma senza l’inquietudine dei Cure e il mal di vivere dei Joy Division; c’è un po’ di PJ Harvey, quella più delicata e intimista degli ultimi anni. Sulla carta questo mix di influenze sembra quasi perfetto, non fosse che il songwriting delle fanciulle risulta un filino monocorde, soprattutto dal punto di vista delle melodie vocali, e già al quarto brano in scaletta sopraggiungono gli sbadigli. Se escludiamo la voce la musica è anche bella ed emozionante (vedi l’opener “Different Now”, “It’s Obvious” o la ballad “What the Hell”); il problema è che le Chastity Belt non si impegnano più di tanto per dare un piglio più moderno e accattivante alla loro musica. A loro va bene così, ai loro estimatori idem. Io sinceramente preferisco le Savages. – Marco Belafatti


Thea Gilmore
The Counterweight

Pop, Cooking Vinyl

L’highlight
Slow Fade To Black

Per chi apprezza
Pop etereo e semidepressivo, ma di classe

Sono andato da Luke, ma loro non c’erano. Ho chiesto delucidazioni a Kirk, ma ha iniziato a svisionare e chiedermi se volevo comprare una zampa della sua ragazza. Alla fine mi sono risvegliato dal torpore e mi sono ricordato di avere in cuffia Thea Gilmore.
Baggianate a parte, The Counterweight è un gran bell’album etereo, minimalista, con la voce ammaliante e calda di Thea che svolazza tra i delicati accordi dei tredici brani presenti. Imperdibile per gli amanti del pop con venature elettroniche (leggere, non fastidiose), interessante per tutti gli altri, ai quali tuttavia non rimprovereremo una eventuale botta di sonno alla quarta canzone. – Andrea Mariano


Marika Hackman
I’m Not Your Man

Indie Rock, AMF/Universal

L’highlight
Gina’s World

Per chi apprezza
Le primavere artistiche

Di Marika Hackman, sotto Natale, avevo parlato parecchio bene. Ma pochi mesi fa non mi sarei mai aspettato un cambio di rotta così deciso e repentino: non più le atmosfere invernali e il folk anglosassone di “We Slept At Last” e di “Wonderland” a fare da sfondo alle scorribande acustiche della cantautirce, ma un indie rock cazzuto e straight-in-your-face con sporadiche reminiscenze del passato (“Cigarette” e “Apple Tree”, sempre molto vicine alla musa Laura Marling). Le distorsioni di “Good Intentions”, ad un primo impatto, stordiscono e disorientano, così come l’uso di testi dal contenuto “explicit”. Ma che caz…? Forse basterebbe fare tabula rasa di tutto ciò che è stato in passato per riuscire a comprendere appieno questa nuova incarnazione di Marika Hackman. Il fatto è che ascoltare pezzi da favola come “Gina’s World” e “Violet”, memori della migliore PJ Harvey, è un po’ come ritrovare al primo anno delle superiori la tua compagna di classe delle medie che un tempo era semplicemente “carina” e scoprire che è diventata una bomba sexy. Ah, le sorprese della vita. – Marco Belafatti


Halsey
Hopeless Fountain Kingdom

Electro-pop, Astralwerks

L’highlight
Alone

Per chi apprezza
Le hit mania dance

In pochi anni di musica Halsey è riuscita a riscuotere consensi in tutto il mondo, arrivando addirittura a riempire il Madison Square Garden di New York. Nata sulla “piattaforma di microblogging” (per citare i The Jackal) Tumblr dove pubblicava brani personali e cover, la giovane cantante non ha impiegato molto tempo per raggiungere i grandi palchi, sfruttando al massimo l’occasione di andare in tour assieme a Imagine Dragons e The Kooks. Dopo il primo acclamatissimo lavoro “Badlands”, la cantante americana torna sulle scene a distanza di due anni con “Hopeless Fountain Kingdom”, un concept album basato su un quanto mai banale sound elettro-pop, che rimanda immediatamente ad artiste ben più affermate del settore: il brano “Walls Could Talk” ad esempio ricorda una delle migliori Britney Spears, quella dei tempi di “Ops…I Did It Again”. Un lavoro che non aggiunge nulla di nuovo al già ampio panorama Pop, il cui unico punto di forza, ma al contempo di debolezza, è la presenza di una forte variabilità stilistica, tale da rendere la versione Deluxe dell’album una compilation in tutto e per tutto. Un’ottima similitudine per descrivere il lavoro potrebbe essere quella di proiettile che colpisce solo di striscio il suo bersaglio: per poco non s’è fatto centro, ma a questo giro “Ritenta, sarai più fortunato”. Ci tengo a ricordare che Halsey sarà in concerto il prossimo 27 giugno al Milano Summer Festival: forse ci sarà poco di bello da ascoltare, ma sicuramente ci sarà molto da vedere. Mica male la ragazza… – Francesco Benvenuto


King Crimson
Heroes – Live in Europe, 2016 [EP]

Progressive Rock, Discipline Global Mobile

L’highlight
Starless

Per chi apprezza
Il completismo

“God-awful version of ‘Heroes’. That singer should be imprisoned.” chiosa qualcuno su Rate Your Music. Ed effettivamente si risolleva anche con questo EP live l’annosa questione sul povero Jakko Jakszyk, che se a volte pare inadeguato per gli stessi KC rischia seriamente di far storcere il naso nell’interpretazione del classico di David Bowie. Per il resto c’è poco di cui discutere: quella della band di Robert Fripp (pubblicata su testimonianza fisica per celebrare il trentennale della registrazione del pezzo negli Hansa Studio, di fronte al Muro di Berlino) è un’interpretazione per nulla riarrangiata -per non dire praticamente pedissequa- del classico, di cui peraltro lo stesso Fripp aveva registrato le chitarre. A incicciottire l’EP, oltre un’inutile radio edit, un paio di classiconi del temibile tour europeo con i tre batteristi. In ogni caso, roba per collezionisti pazzi. Anche se costa poco poco. – Riccardo Coppola


Marnie
Strange Words And Weird Wars

Electro-Pop, Disco Pinata Records

L’highlight
Lost Maps

Per chi apprezza
Il proprio altezzoso lato femminile

Con la sua affettata secchezza la voce di Marnie, nella sua lunga carriera con i Ladytron, mi ha sempre richiamato alla mente allo stesso modo paesaggi ricoperti di ghiaccio e cocktail con triple sec e olive serviti in lounge bar con luci aggressive. Nella sua nuova fatica solista l’unica ambientazione plausibile sembra diventare prepotentemente la seconda, dato che la buona Helen adagia le sue linee vocali su un pop a metà strada tra i ’90 e bombardate da Eurovision. Brani semplici nelle strutture e femminilissimi (parliamo di titoli come G.I.R.L.S., Summer Boys e A Girls Walk Alone At Night) per quanto sempre aristocraticamente algidi e con un vago sentore da road trip notturno. Mettete il vostro migliore smalto e le vostre migliori cuffie. – Riccardo Coppola


U2
The Joshua Tree – 30th Anniversary Edition

Rock, Island Records

L’highlight
I Still Haven’t Found What I’m Looking For Live / Choir Version

Per chi apprezza
Gli anniversari epocali

Sono giorni di celebrazioni e gloriose ricorrenze, quelli che stiamo attraversando. Tra i tanti, c’è anche un dischetto ben poco trascurabile che compie la bellezza di trent’anni, uno spartiacque carico di “unforgettable fire” che traghettato dalle menti brillanti di Lanois e Eno finì per scrivere a caratteri cubitali la storia. Sì, stiamo parlando proprio del “disco americano” degli U2, che per l’occasione è stato oggi addobbato di numerosi materiali aggiuntivi tra cui la celebre gig al Madison Square Garden del 28 settembre 1987 (inclusa la visita ad Harlem di due giorni prima, con quella “I Still Haven’t Found..” da brividi assieme al coro gospel New Voices Of Freedom). Ordunque, sorge spontanea la solita questione: questa volta il gioco vale la candela? Beh, tenendo conto che la versione lussuosa in 7 Lp sfiora le 150 cucuzze, è ben difficile rispondere. E va bene che Bono è un filantropo e i danari che tirate fuori probabilmente finiranno in qualche opera pia, però c’è da dire che il live è per esempio incompleto, i remix abbastanza scarni, molte outtakes erano già state rilasciate in precedenza, il libretto di 84 pagine è grazioso ma non essenziale. Insomma, c’è un leggero olezzo di marketing spietato. Procedete solo se se siete veri aficionados e questo naufragar v’è sul serio dolce. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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