Dischi Che Escono – 24/09/2017

Nuove uscite per condividere felicità… o mettere semplicemente mi piace. (17/09/2017 – 23/09/2017)


Cradle of Filth
Cryptoriana – The Seductiveness Of Decay

Extreme Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Achingly Beautiful

Per chi apprezza
Sonorità oscure di stampo black/gothic metal

I pionieri del gothic metal britannico ritornano in pista con l’uscita del loro ultimo album in studio “Cryptoriana”. Indubbiamente simile al precedente “Hammer of the witches”, vede presente alla chitarra solista il talentuoso Richard Saw, capace di regalare alle lunghe ballad marcate Cradle of filth riff taglienti ma anche dolci parti di chitarra armonizzata. Da notare la potentissima traccia “Achingly beautiful” che sembra portare i Cradle of Filth alle origini della loro carriera. inutile parlare dei virtuosismi vocali che il cantante Dani Filth ci sottopone, sempre più tecnico e raffinato album dopo album. Un occhio di riguardo va anche al grande lavoro delle coriste che danno quel qualcosa in piu ai già epici brani. – Lorenzo Dionisi


Archspire
Relentless Mutation

Death Metal, Seasons of Mist

L’highlight
Remote tumour seeker

Per chi apprezza
I ritmi veloci, il battito cardiaco che aumenta, le unghie nella carne, mordere… aspettate di che stiamo parlando?

Violento e brutale. Gli Archspire tornano con un disco attesissimo – il terzo della discografia – nel migliore dei modi: se i primi due lavori avevano mostrato buoni margini di miglioramento ma troppa ripetitività e staticità compositive, in “Relentless mutation” traspare maturità, inedita per la band. Il primo singolo “Involutary Doppelgänger” lasciava ben sperare, una traccia così variegata, complessa ed al contempo di immediato impatto non si sentiva da tempo nel putrido stagno del brutal death metal (metafora modestamente perfetta). Esplosione di suoni e colori. Perché “Relentless mutation” è un grandissimo disco? Perché dinamico ed estremamente originale. Si pensi alla title track, che alterna parti in clean con soli di basso – vera ciliegina sulla torta – a momenti di pura, vecchia e classica tensione old school. Questo il punto di forza della rinnovata ed ispirata band canadese che si rivela una creatura a due volti, antitetici e distanti tra loro. Nel corso dei lunghi intermezzi strumentali balenano in mente le molte le influenze – dal Jazz alla Bossanova – che inserite nel bel mezzo di brani al fulmicotone non stonano, dando anzi colore e vivacità a brani molto bel strutturati. Il cantato rimarrà harsh per tutta la durata del disco, si incastra con perfezione maniacale dal punto di vista della metrica. Ci si chiede come avrebbero suonato parti vocali in clean, esperimento che – se queste sono le premesse – dovrà essere testato assolutamente in futuro. “Relentless mutation” è un disco velocissimo: riff impossibili (impossibili!) suonati a centinaia di BPM ma che comunque risultano perfetti, tra stop and go e riff che ricordano i già tecnicamente impossibili Slayer di “Reign in blood” (chi non si è ispirato agli Slayer?), suonati al triplo della velocità. “Oh sì… più veloce… più veloce”, verrebbe da esclamare sentendo il disco. E comunque godendo tantissimo. – Matteo Galdi


Chelsea Wolfe
Hiss Spun

Post-Metal, Sargent House

L’highlight
The Culling

Per chi apprezza
Viaggi di sola andata per l’Inferno

“L’inferno, sono gli altri”, diceva Sartre. Io dico che l’inferno è la mente di Chelsea Wolfe, che imperterrita prosegue la sua personalissima parabola nel mondo della musica oscura, dopo aver stregato stuoli di adepti con piccoli capolavori come “Pain is Beauty” e “Abyss”. Figura artistica a se stante, sacerdotessa di rituali arcani trasfigurati in uno spietato wall of sound di allucinazioni drone e sludge, Wolfe suggella la propria ispirazione in un disco austero e imponente, che ben poco spazio lascia alle influenze neofolk che da sempre l’accompagnano (se escludiamo la ballad lo-fi “Two Spirit”). Nei cupi meandri di “Hiss Spun” fanno capolino la chitarra di Troy Van Leeuwen dei Queens of the Stone Age (“Spun”) e il luciferino growl di Aaron Turner degli ISIS (“Vex”), a sottolineare la natura heavy del disco, ma è quando la cantautrice libera i fantasmi del suo tormentato subconscio che il nero più totale prende il soppravvento (“16 Psyche”, “The Culling”), lasciando l’ascoltatore in preda a visioni oscure e sinistri presagi. Un’esperienza, ancor più che un disco, totalizzante e senza compromessi: esattamente ciò che la musica dovrebbe ambire ad essere per potersi definire Arte. – Marco Belafatti


Gué Pequeno
Gentleman (The Complete Playlist)

Alternative rap, Universal/Def Jam

L’highlight
Milionario, comunque la miglior hit estiva

Per chi apprezza
Gingillarsi ascoltando (t)rap

Tra una sega in diretta e una cascata di cazzate sparate con l’ex-amichetto Fedez, mr. Pequeno -ormai inquieto professore in cattedra dell’oscuro hip hop italiano- si sente in dovere di pubblicare una nuova versione della sua ultima commercialata mezza-trap pubblicata in giugno, giusto per ricordarci che vette di qualità è riuscito a toccare. Grazie mille, prof. Non doveva. Ora Gué, un consiglio (ti do del tu, siamo eroici smanettoni di simil livello): quando sei nella tua intimità e ti stai menando il pistolino come se non ci fosse un domani e ti viene improvvisamente voglia di scrivere la nuova (ennesima) rima sulle millemila donne e macchine che hai (?), continua a menartelo con tranquillità. Va tutto bene. Sì, la fotocamera è accesa. Ma chi se ne frega. Almeno si ride. – Giulio Beneventi


Kaipa
Children of The Sounds

Progressive Rock, InsideOut

L’highlight
Children of The Sounds

Per chi apprezza
Prog classico non litanico

Più e più volte su queste settimanali pagine mi sono espresso molto male nei confronti dei progsters abbarbicati agli stilemi classici fino al punto da non avere uno straccio di identità o di anima. È una cosa che, purtroppo, succede fin troppo spesso, malgrado si possa essere nostalgici senza essere molesti e ci siano ancora parecchie dimostrazioni di tale rara abilità di palleggio. I veterani Kaipa, per esempio, non sono moderni e nemmeno modernisti, e non lo saranno mai: Children of the Sounds è una raccolta di monoliti da 10+ minuti con linee di chitarre pulitissime e in costante tremolo, con doppia voce uomo-donna e una componente solistica titanica. In giro da qualcosa come 44 anni, gli scandinavi non cedono a compromessi ma nemmeno a mollezze o alle ridicole baroccate che hanno visto autodistruggersi un buon 90% dei loro coetanei. Chiamiamoli anche i Marillion inglesi: per gli appassionati, sono una garanzia. – Riccardo Coppola


Mastodon
Cold Dark Place [EP]

Progressive Rock, Reprise

L’highlight
Tutto, sono soltanto 20 minuti

Per chi apprezza
Chi non ne sbaglia una nemmeno per sbaglio

La musica a volte funziona come le stagioni delle squadre impegnate su molteplici fronti: meglio andare sul sicuro la domenica e fare le sperimentazioni negli impegni infrasettimanali. Arrivati al quarto album post-svolta (dopo un Emperor of Sand che si era comunque posizionato ai vertici qualitativi dell’intera discografia) senza fare troppe modifiche a un sound ormai rodato e quasi impeccabile, i Mastodon approfittano di un piccolo piccolo EP per dare alle stampe i pezzi più atipici della loro carriera, i più distanti di sempre dalle rumorisissime origini (anche se qualche eco, specialmente quando è Troy Sanders a prendersi il microfono, continua a sentirsi). Cold Dark Place è un’opera oscura nel titolo e oscura nella genesi, che contiene pezzi scritti dal chitarrista Brent Hinds durante un periodo di nera depressione; ma è anche un disco pieno di morenti ariosi, dal rock atmosferico delle bellissime strofe di Blue Walsh, al riffing e ai ritornelli quasi classic rock del primo estratto Toe to Toes. Poco importa che sia un possibile germe di qualcosa di diverso in futuro o meno o qualcosa di assolutamente estemporaneo (in fondo le composizioni risalgono al 2014): resta un’assoluta conferma che il quartetto d’Atlanta sa far suonare benissimo anche le virgole. – Riccardo Coppola


Metz
Strange Peace

Noise Rock, Sub Pop

L’highlight
Cellophane

Per chi apprezza
Le distorsioni senza sosta

Ricordo di aver visto i Metz dal vivo in apertura agli Editors: come non fosse strano che questi ultimi suonassero in Sicilia, ci misero davanti questa band hardcore punk che fece un macello senza essere capita. Un luminare davanti a me disse a caso “sembrano i nirvana”. E aveva quasi anticipato il futuro: questo nuovo Strange Peace sembra una dichiarazione tipo “perché noi usciamo per sub pop”, e raccoglie un catalogo di riff sempre bestialmente solido ma più colorato, lambito da una vocalità più educata del 100% scream e dalle tonalità godibilmente grunge. Qualche botta forte forte rimane, e si riesce ad apprezzarle ancora di più. Per le vostre domeniche arrabbiate. – Riccardo Coppola


Tomorrow Forever
Tomorrow Forever [EP]

Alternative Rock, Autoproduzione

L’highlight
Do You Feel What I Feel

Per chi apprezza
L’indole shoegazing che prende forma concreta

Solitudine e amori giovanili, introspezione e ottimismo si intrecciano lungo le tracce del breve EP Tomorrow Forever, eponimo esordio del duo sanremese composto dai fratelli Alberto e Francesco Battaglia. Un minialbum estremamente incoraggiante, che pescando in origine dall’amorfo mare di sentimenti della wave e della shoegaze trova anche una vocalità molto calda e i solidi appigli di arpeggi di chiaro stampo British (Don’t Throw It Away) o di brevi cavalcate up-tempo da Oasis meet Stone Roses (Dropping Down). Una buona opera prima che incoraggia a ben sperare per un futuribile full album, e i cui proventi -è bene sottolinearlo- verranno interamente devoluti in beneficienza. Fate i bravi. – Riccardo Coppola


Tricky
Uniform

Trip Hop, False Idols

L’highlight
When We Die

Per chi apprezza
Ben Altro

Nè carne né pesce. Si sperava in un coniglio tirato fuori dal cilindro, ma questo 13esimo album dell’ex Massive Attack risulta essere un lavoro sciapo, insipido, quasi come un qualunque piatto del più masochista dei vegani. Nessun brano è realmente degno di nota: un piattume (facilmente confondibile con pattume data la forte assonanza dei due termini), diffuso caratterizza l’intera produzione neanche fosse la rappresentazione grafica dell’ECG di un cadavere, probabilmente morto proprio a causa di questo ascolto. Guarda caso è proprio il brano “When We Die” (“Quando moriamo) a dare più risalto all’estro del musicista di Bristol, grazie ad un sound creepy e non del tutto banale: intriga il buon Tricky, ma uno su tredici è decisamente troppo poco per artisti del suo calibro. Numerose sono le partecipazioni esterne, tra le quali quella dell’italianissima Asia Argento e della “compagna musicale” di lunga data del buon Tricky-Kid, Francesca Belmonte. Tutto qui, questo è l’album. Supefluo, in alcuni tratti superficiale, che nulla aggiunge alla già lunga discografia studio di Adrian – Francesco Benvenuto


Van Morrison
Roll With The Punches

Blues, Caroline

L’highlight
Bring It On Home To Me

Per chi apprezza
Le rughe sulla fronte

Alla fine Van c’è riuscito, nel suo sogno di non essere più “quel” disumano The Man e indossare con orgoglio i suoi tanto amati panni di crooner. L’ennesima conferma arriva con un polveroso album (il trentasettesimo!) ai confini del jazz, con cinque inediti e tutta una trafila di rifacimenti bluesacchioni. L’irlandese si muove sempre a suo agio, la splendida e caustica voce c’è ancora, i virtuosismi pure. Impossibile dunque parlarne male (c’è pure Jeff Beck tra gli ospiti, eh). Solo dimenticatevi i brividi delle settimane astrali o degli sballi sotto la pioggia, prima di premere play. Perché c’è “solo” più musica posata, ben eseguita. Oserei dire, a tratti anonima. Qualcuno direbbe che è una degna vecchiaia. Io potrei aggiungere qualcos’altro, se solo finissi di sbadigliare. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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