And then there were three: i Riverside, la vita, l’elettronica

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“The river will never be the same again but it doesn’t mean it has to stop flowing.”

 

C’è uno strano, disarmante romanzo di Kurt Vonnegut che potrebbe essere considerato come emblema dell’ironia fatalista, di quell’ultimo baluardo che la ragione ha quando gli avvenimenti dell’universo che ci circonda ragione sembrano non possederne (o quantomeno sembrano averne una loro contorta versione). Vonnegut affronta, esamina e -infine- giustifica le più impronosticabili disgrazie con un mantra che nella sua fanciullesca semplicità assume i connotati della più grande formula magica con cui affrontare gli scivolosi soggetti dell’esistenza mortale, dell’universo e di tutto quanto. So it goes. Così va la vita.

Di vita, nel mondo delle sette note, si parla spesso. Non solo nelle storie incise dalle band sui propri album, ma anche di quando delle stesse band si racconta. Succede che di gruppi dalla lunga carriera se ne segua con interesse l’evoluzione come quella di una crescita umana, dalle prime parole alla maturità, fino poi al declino, alla stasi. Succede poi anche che la vita, quella vera, quella delle persone e non dei personaggi, intervenga con i suoi accadimenti immodificabili a deviare percorsi, a imporre direzioni, a chiudere capitoli. Con la sua tipica, caratteristica ironia. I Riverside, per esempio, erano all’assoluto apice della loro carriera. Su “Love, Fear and the Time Machine”, uscito a settembre 2015 e verosimilmente loro miglior album, c’era una romanzatissima suite -una di quelle finezze che solo un prog molto misurato può regalare senza correre il rischio di cadere nel kitch- che raccontava di un chitarrista tragicamente scomparso – “Where are you now, my friend? I miss those days”. I 63 minuti che son valsi svariate candidature a premi di genere si chiudevano sul pezzo “Found” con l’inequivocabile catchphrase “Oh, it’s a lovely life”. Verso la fine del febbraio 2016, Piotr Grudzinski, che aveva animato la band con le sue sei corde fin dai primi passi di “Out Of Myself” con il suo stile essenziale ma emozionato ed emozionante, venne colpito da un arresto cardiaco, nella notte, e non sopravvisse. Era stata anche sua l’intenzione di dar vita a uno spin-off della band per metà ambient e per metà elettronico, per il quale nei mesi precedenti erano state registrate già quattro tracce, per un album destinato inevitabilmente a non vedere mai la luce per come avrebbe dovuto essere. So it goes. Così va la vita.

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“Eye of the Soundscape” è una compilation, una dedica, un tributo, un lascito. Troppo forte la significanza delle ultime pennate riverberate di Grudzien per non metterle mai al centro di una release, per relegarle al ruolo di riempitivo di future pubblicazioni o -ancor peggio- lasciarle a sedimentarsi in nastri mai mixati in una forma definitiva. Meglio incastonarle in mezzo a pezzi di simile fattura pescati dal back catalogue, così da farle diventare tasselli di un nuovo viaggio, di una nuova storia. Faticosamente, per quanto possibile, farle risplendere di nuove luci, trasformarle in una ripartenza. E la fusione riesce, perché l’elettronica -massiccia, insistente, preponderante- dei nuovi brani trova un’amalgama perfetta con le bonus track delle ultime due uscite discografiche (i tripudi di ottoni e di batterie campionate delle Night Sessions, i distesi padding e le chitarre acustiche delle Day Sessions), ma anche con gloriosi residui di un magniloquente passato prog, sulle note floydiane di “Rapid Eye Movement”. E’ un percorso che si addentra ben presto nelle profondità della notte dell’anima, un abbandono a sintetismi tachicardici e allarmati, a code dove si perde il conto delle battute del basso in tempi circolari e ipnotici, mentre i tristi vocalizzi di Mariusz Duda non trovano la voce ma, tra singhiozzi e bisbigli, si aggrappano a tenui lumicini di speranza. Un viaggio lungo il quale la chitarra di Grudzinski spesso, da irrequieto ma educato sottofondo, si erge a voce principale, facendosi in svariate occasioni lenta, angosciosa, quasi piangente. Una storia buia, che riesce però infine a trovare il riscatto, la luce, forse una rinascita, sul ritornare ciclico delle delicate note della conclusiva title track.

Non un album perfetto, non un album fondamentale, “Eye of the Soundscape” ha la non comune natura di opera inseparabile dal contesto in cui è nata, e il difficile compito di fare da testamento a un musicista spesso oscurato, ma dalla rarissima sensibilità. Comunque, in fondo, una release che lascia più interrogativi di quanto ne toglie, specialmente riguardo ai percorsi che la band (che è, e rimarrà, un terzetto) potrà adesso intraprendere. Che il futuro abbia in serbo una dissoluzione del residuo rock in sole atmosfere ambient spirituali, atmosferiche, impalpabili? Che l’ottimismo ceda posto a un ritorno di fiamma dello spleen dei primi capitoli discografici? Un dubbio che, in un modo o nell’altro, avremo la possibilità di sciogliere. Perché, come la stessa band ha dichiarato nell’atto d’alzar la testa, “The river will never be the same again but it doesn’t mean it has to stop flowing.” So it goes. Così va la vita.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Riverside – Eye of the Soundscape
Progressive Rock
InsideOut, 2016

CD1
01. Where the River Flows
02. Shine
03. Rapid Eye Movement (2016 mix)
04. Night Session I
05. Night Session II

CD2
01. Sleepwalkers
02. Rainbow Trip (2016 mix)
03. Heavenland
04. Return
05. Aether
06. Machines
07. Promise
08. Eye of the Soundscape

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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