Avril Lavigne e altre ex-mogli da dimenticare

Brevissima trattazione di sconvenienti parallelismi indotti dal nuovo “Head Above Water”.

Ascoltare dopo due lustri un nuovo album di Avril Lavigne è esattamente come rintravedere in coda al supermercato di provincia dopo decadi di dolce pace augustea una tua ex, moglie o fidanzata che sia, irrobustita, incazzosa e con più baffi che mai: in tutti e due i casi ti ritrovi a chiederti come cazzo hai fatto ad essere così cazzone in gioventù. Da una parte, sei ad osservare rigorosamente nascosto dietro la pila di vecchi al bancone del pesce una ex-coniglietta ora belva sudaticcia inveire contro uno sfortunato appartenente alla razza maschile che l’accompagna e due marmocchi a seguito frutto di p**ellate (perchè la censura?) sporadiche ed impaurite, dall’altra rieccoti scettico a spulciare con un pallido revival di cotta adolescenziale in testa il nuovo dischetto in epigrafe, Head Above Water (il sesto in carriera, per Diana!), avendo cura di non perdere mai il contatto visivo col tasto skip, manco fosse un’uscita d’emergenza su un volo Ryanair di oltre venti minuti. Ora, in un mondo perfetto e fiabesco, coi muri dell’Esselunga fatti di marshmallow e le marmotte che confezionano la cioccolata, da una parte si stringerebbe la mano dell’ ex-consorte e affine con un sorrisone semi-sincero e mille modi garbati rivolti ai due pargoletti, dall’altra ci si godrebbe un’onesta ripetizione di quattro accordi leggiadra come la copertina, continuando a fischiettarla ad oltranza per il resto della giornata. Purtroppo, così non è. Anzi, inutile dirlo, la vita spesso ha il pregio di essere dolce come un Von Trier ad una commemorazione della Shoah.

Lei però la promuoviamo sempre, ve lo dico subito, eh.

E se da una parte stai già sboccando tra le Gocciole, mimetizzato bianco come un cencio tra le nuvole di drago che Solid Snake levati proprio, pensando a come sarebbe se fossi tu oggi al posto del povero subiectus della tirannide femminile alle casse, dall’altra ti ritrovi impotente nel pieno di una fredda cavalcata da purgatorio musicale, spinto senza preavviso dall’insulsaggine poppettara del trittico di apertura titletrack (che porta la firma dell’emo Travis Clark, evviva!) – “Birdie” – “I Fell In Love With The Devil”. A “Tell Me It’s Over” – non sia mai, eh – stai già aggiornando la lista di rimpianti del passato con nuove innovative maledizioni verso te stesso. A quella cosa che strizza l’occhio alle stronzate tipo “Call Me Maybe” (o come diamine si chiama quel dannato pezzo della sosia di 500 Giorni Insieme) e che risponde al nome in scaletta di “Bigger Wow” senti l’imbarazzo entrarti in corpo bruciante come una tanica di Tamango. A quella cazzatella acustica in cui l’unico fattore interessante è l’assonanza nel testo tra pigiama e vagiaina (“Goddess”) ti chiedi come sia possibile che emeriti conoscenti come Butch Walker o anche quel cafone del marito Chad dei divin Nickelback non abbiano mosso un dito per impedire questo macello. Alla conclusiva “Warrior” (co-scritta con il suddetto Chad, chapeau) sentenzi di non aver evidentemente mai capito un’acca da una parte di donne, dall’altra di musica.

Poi, dopo brevi momenti di sconforto degni di un lunedì mattina di novembre, come un novello mastro De Sica dinnanzi alla giovine Arcuriona Nazionale, ti sovvien l’Eterno e ti ricordi da una parte quanto era bella, dall’altra quanto ti aveva conquistato. Da una parte, che carezzevole melodia vi era dentro i suoi occhi, dall’altra che signori limoni ti aveva garantito Let Go. E “Girlfriend” più tardi. E “Hot”. Madre di Dio, “Hot”. E realizzi qual è la prima verità e metafora dietro tutto questo incolore patatrac ossia che è proprio vero che possiamo essere eroi per un giorno… ma poi si ritorna irrimediabilmente a fare schifo. Esattamente come la vecchia-giovane canadese oggi con questo nuovo pop sciacquato all’acqua di bidè, che di tendenza punk manco ha più le magliette e lo smalto nero. Seguita immediatamente dal secondo e ultimo segreto di Fatima: che le bollette non si pagano da sole. Quindi non rompiamo troppo per falsetti inappropriati e canzoncine patetiche, lasciamole rifarsi il conto in banca che forse non se la passa benissimo (si fa per dire) e chiudiamo tutto, una parte e l’altra, nel cassetto delle cose da cancellare appena inventano la tecnologia di Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Direi che può bastare. Le 400 parole le ho superate da un pezzo. Che magari guadagno anche io qualcosa.

P.s.: ah, ho chiuso il suindicato cassetto prima di poter ascoltare il duetto in scaletta con Nicki Minaj (!). Che sbadato. Fatemi sapere voi se fa solo schifo o se riesce persino ad incitare al suicidio. Ciao, grandi.


ABBIAMO PARLATO DI…


Avril Lavigne – Head Above Water
Pop
Sony, 2019

01. Head above water
02. Birdie
03. I fell in love with the devil
04. Tell me it’s over
05. Dumb blonde
06. It was in me
07. Souvenir
08. Crush
09. Goddess
10. Bigger wow
11. Love me insane
12. Warrior

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Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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