Caparezza: 7 o 9 genialate per raccontare Prisoner 709

Maldestri e parziali tentativi di parafrasi dell’ultima opera del “rapper” pugliese

Lo confesso fin dall’inizio: il rap non è una scena che tendenzialmente seguo. Non possiedo il lessico tecnico per commentarlo come fossi un Piccinini del blogging musicale, con termini che siano analoghi alle sciabolate morbide e ai mucchi selvaggi. Eppure Caparezza risiede da un quindicennio abbondante come quasi unica eccezione stilistica della mia libreria musicale. Sarà quella sua aria amicale che lo rende certo più gradevole di Jake La Furia, quel suo essere trans-genere (nel senso strattamente musicale) che non è riscontrabile probabilmente in nessun altro artista delle nostre latitudini (ricordiamoci che la sua wiki in inglese una volta lo categorizzava come “Rap Metal”, manco si stesse parlando dei Rage Against The Machine). Saranno i frammenti di cultura intrinseci in ogni suo brano e le innumerevoli perle che incastona in ogni rima, e al tempo stesso quella ruffianaggine sapientemente pop che fa sì che tali pillole non siano una rottura di palle alla Murubutu.

Avendo strenuamente cercato di mettere in prosa e commentare con critico distacco il suo ultimo Prisoner 709, arrendendomi ben presto, ho preferito affidarmi a una manciata di estratti significativi per raccontarlo.


“Io copia fisica in custodia cautelare rigida o digipack, Chi mi vuole far visita digita, ho meno spazio che in una classifica minicar” (Prisoner 709)

Base dubstep bella spessa e chitarroni sparsi, la title track e primo singolo si immedesima idealmente nei panni di un supporto musicale, e al ruolo subalterno allo streaming che oggi è costretto ad avere. E invece il settimo studio album dell’artista di Molfetta un supporto lo merita, lo esige, legandosi imprescindibilmente (grazie anche a una costruzione gloriosa e al simbolismo del 7 “o” 9, presente in tutti i titoli) alla natura di concept album. Un album tanto lungo (forse troppo, ma come sempre: Museica aveva 19 tracce, questo 16), con un background concettuale mostruoso, da spararsi con attenzione e testi alla mano, e non “sniffandoci sopra strisce di chimica”.

“Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback, hai voluto il rock: ora tienilo fino alla fine.” (Larsen)

Nel mezzo di Larsen, pagina di diario in cui si snocciolano le fasi della lotta persa in partenza contro l’acufene, vengono tirati in ballo sia gli AC/DC sia il cazzaro per eccellenza delle sei corde, il guitar-hero con l’anima da dj che già nei primi ’90 preferiva circondarsi di rapper neri piuttosto che di figaccioni dalle parrucche cotonate. Funzionalmente ai teatrali concerti full band con cui le canzoni vengono portate in giro da anni, Prisoner 709 si configura strumentalmente come un album veramente rock, con una finezza e una varietà negli arrangiamenti (e una produzione, dettaglio non irrilevante) da far impallidire tanti altri che scrivono da decenni “rockstar” sulla carta d’identità. Ci sono tempi diversi dal 4/4, ci sono strofe sottolineate da un moog prestato da una cover band dei Deep Purple, ci sono parti di basso spessissime, ci sono chitarre acustiche. È uno spettacolo.

“Le spalle curve per il peso delle aspettative, come le portassi nelle buste della spesa all’Iper” (Una chiave)

Lungo la tracklist ci si imbatte anche in attimi di inattesa pedagogia. Una Chiave affronta il tema del disagio adolescenziale con meno violenza ma più lucidità di quella che emergeva dall’affine La Mia Parte Intollerante. Che si sia diventati più vecchi o semplicemente smidollati: ne viene fuori la prima ballata convincentemente strappalacrime (di ben altro calibro rispetto alla spenta Chinatown) di un’intera carriera. E contemporaneamente, è bene sottolinearlo, si richiama uno dei fenomeni mass-mediali e popolari più influenti degli ultimi anni. E questa è la giornata.

“Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé. Ti farà stare bene. Questa canzone è un po’ troppo da radio, sti cazzi finché ti farà stare bene.” (Ti fa stare bene)

C’è critica sociale in Prisoner 709, c’è un’analisi molto lucida dei mala tempora che ci troviamo a vivere, la forte voglia di schifarli (“Non venerare la modernità, è di plastica, negli anni ’30 la modernità era la svastica”) insieme a tutte le nuove devianze cerebrali di stampo social. Si biasima la vacuità degli urlatori riempitori di piazze, si trova spazio nei testi anche per la parola “Tinder”. Ed il miracolo è che tutto riesce accade mentre i ritornelli sono affidati a cori di bambini e le canzoni sembrano assecondare, in orecchiabilità, i capisaldi dei pezzi che fanno tendenza su Youtube. Se anche per un paio di settimane avremo le radio invase da un “vadano a dirlo a chi ha raccolto l’uranio del conflitto in Kosovo” piuttosto che da un “selfie di ragazzi dentro i bagni che si amano”, sappiamo a chi dire un grandissimo, caloroso, grazie.

“Micidiale il mio rapporto con la gente di credo, GG Allin in confronto è più innocente di un feto” (Confusianesimo)

C’è solo una cosa che rende Caparezza quasi più efferato della politica locale, e sono le religioni organizzate. Con picchi di sarcastica e cinica cattiveria che ricordano i tempi di Verità Supposte, Confusianesimo elabora sul concetto di “fede & schiavitù” di Avrai ragione tu per indagare sulle ragioni dei credi di massa (“Forse sarà l’età, ma voglio un culto da osservare per essere libero di privarmi della mia libertà”), arrivando a prenderne elementi a caso per riempirci un ritornello. Altrove, c’è anche un legittimo accostamento della celebrità di Gesù Cristo a quella di Hello Kitty. Vince quest’ultima.

“No che non mi ci vedo nel ruolo di Commodo, spero sia l'”Ultima” come quel gioco di ruolo del Commodore” (Sogno di potere)

Videogiochi degli anni ’80, kolossal fantasy (“Io ci apro le lampo col tuo anello, caro Sauron”), polizieschi amarcord (“sono esilaranti nel ruolo di piedi piatti, Eddy Murphy”): già dal manifesto Abiura di Me era ben chiaro che Caparezza fosse un nerdone clamoroso. Nemmeno questa volta le aspettative in merito vengono deluse, con un citazionismo capace di mettere a dura prova qualsiasi appassionato della celluloide, della letteratura o dei joypad.

“Sì che lo creo il testo che giuro vi stupirà il testo della mia maturità, intesa non come maturità quinta liceo” (Il testo che avrei voluto scrivere)

In generale, parlare di maturità per un artista come Caparezza, che a un certo punto della sua vita esperiva una assurda quanto subitanea metamorfosi da Mikimix all’intellettuale autore de La fitta sassaiola dell’ingiuria, sarebbe ormai cosa abbastanza ridondante e inutile: alle cronache forse un solo album, Habemus Capa, un po’ meno devastante di tutto il resto di una discografia impeccabile.

Resta comunque evidente che Prisoner 709 è un’ulteriore evoluzione e un raffinamento, con testi che continuano a impreziosirsi e che diventano leggibili addirittura in prosa, con il meccanismo della facile similitudine che ormai lasciamo a Salmo (il mascherato non ce ne voglia, ma siamo su un altro pianeta). Caparezza avrà ancora tanto successo, è già sold-out da tante parti in Italia, verrà condiviso e cantato a volte anche senza essere studiato e capito a sufficienza. Ma teniamocelo stretto e diffondiamolo, in un mondo hip hop attualmente colonizzato e devastato dalla trap e dai 777 sopra ogni cosa.


Come promesso dal titolo dell’articolo mi permetto, infine, di segnalare due genialate bonus per completare il dualismo tra 7 e 9.

“Human Simulator, top seller, mica come quello dei dinosauri. Vedi gli hanno dato un bel po’ di stelle, ci giocano fino ai pollici anchilosati” (Infinto)

“Alla guida sono lento io, Mika Hakkinen” (Autoipnotica)

C’è bisogno di aggiungere qualcosa?


ABBIAMO PARLATO DI…

Caparezza – Prisoner 709
Alternative Rock/Rap
Universal, 2017

01. Prosopagnosia – Il Reato (Michele o Caparezza)
02. Prisoner 709 – La Pena (Compact o Streaming)
03. La caduta di Atlante – Il Peso (Sopruso o Giustizia)
04. Forever Jung – Lo Psicologo (Guarire o Ammalarsi)
05. Confusianesimo – Il Conforto (Ragione o Religione)
06. Il testo che avrei voluto scrivere – La Lettera (Romanzo o Biografia)
07. Una Chiave – Il Colloquio (Aprirsi o Chiudersi)
08. Ti fa stare bene – L’Ora d’Aria (Frivolo o Impegnato)
09. Migliora la tua memoria con un click – Il Flashback (Ricorda o Dimentica)
10. Larsen – La Tortura (Perdono o Punizione)
11. Sogno di Potere – La Rivolta (Servire o Comandare)
12. L’uomo che premette – La Guardia (Innocuo o Criminale)
13. Minimoog – L’Infermeria (Graffio o Cicatrice)
14. L’Infinto – La Finestra (Persone o Programmi)
15. Autoipnotica – L’Evasione (Fuggire o Ritornare)
16. Prosopagno Sia! – La Latitanza (Libertà o Prigionia)

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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2 commenti

  1. Perché Habemus Capa più in basso del resto?

    • Riccardo Coppola

      Perché sul sottoscritto ha avuto molto meno impatto rispetto a ogni singolo altro disco. Opinione personalissima eh, ma come tutto l’articolo del resto 🙂

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