Evanescence: Bring me to life (again). Ma anche no.

Amy Lee prova a rispolverare i suoi Evanescence. Ed è nuovamente flop.


Fino a pochi anni fa, gli Evanescence erano una band estremamente necessaria per la musica radiofonica. E’ proprio a loro – e al successo senza precedenti di brani come “Bring Me To Life” e “My Immortal” – che si deve un certo modo d’intendere il rock e il metal. Quello caratterizzato da un immaginario gotico (anche un po’ adolescenziale, ma chi se ne frega), voci femminili delicate e mal di vivere ottocentesco. Senza il boom di vendite di “Fallen“, difficilmente band “affini” come Within Temptation, Nightwish e Lacuna Coil sarebbero salite agli onori della ribalta. Senza il carisma di una frontwoman come Amy Lee, il grande pubblico non avrebbe avuto mai imparato a memoria tante belle canzoni ed apprezzato una corrente del genere di riferimento passata fino a quel momento in sordina.

E’ tuttavia difficile, nel 2017, giustificare la presenza degli Evanescence sul mercato discografico. Già i tempi si erano fatti duri dopo che il co-fondatore Ben Moody decise di abbandonare la band al suo destino, senza tralasciare accuse di despotismo e lunaticità nei confronti della dolce Amy. Credo che in quel preciso momento si sia palesato agli occhi dei fan uno dei difetti maggiori degli Evanescence. La stessa frontwoman l’ha lasciato intendere a più riprese: i membri di questo gruppo sono poco più che turnisti arruolati da Amy il cui unico scopo è quello di seguirla a ruota in ogni sua decisione. E se il full-length omonimo del 2011 mostrava ben pochi spiragli di rendezione per l’ormai banale gothic (?) rock della formazione di Little Rock, “Synthesis” mette addirittura fine all’uso di chitarre elettriche e batterie, rendendo arduo immaginare la presenza di ben quattro musicisti, oltre alla stessa Amy, dietro all’album.

Come dimostrato da recenti pubblicazioni soliste (il singolo “Speak To Me” e l’improbabile cover in inglese di “L’Amore Esiste” di Francesca Michielin), l’iconica frontwoman è sempre più propensa a pubblicare materiale che vuole avvicinarsi alle colonne sonore, ibridando musica elettronica e pop orchestrale con risultati tutt’altro che incoraggianti. Non stupisce, a questo punto, la pubblicazione di un disco come “Synthesis“, che rivisita alcuni tra i pezzi più celebri della band assecondando la nuova inclinazione dell’artista, ma non si spiega la presenza di un’intera orchestra sinfonica dietro ad arrangiamenti così piatti e privi di carattere. Brani che suonavano più che bene nelle loro vesti originali ora appaiono fiacchi, anacronistici, fastidiosi. Prendiamo ad esempio “Imaginary”, “Lithium”, “Your Star”: il lavoro di rimaneggiamento su questi tre brani in particolare fa venir voglia di tornare a versare lacrime (rigorosamente nere) ascoltando le loro versioni originali, che avranno anche i loro bei 12/14 anni sul groppone, ma suonano molto più autentiche di queste loro pretenziose controparti. Certo, l’aver migliorato un brano di per sé anonimo come “End Of The Dream” con qualche intuizione ambient è uno sforzo degno di nota, ma all’interno del disco quei rari spiragli di buon gusto elargiti da Amy si perdono in un marasma di elettronica amatoriale e orchestrazioni senza arte né parte.

Anche gli inediti – due di numero – non fanno guadagnare nulla al disco in termini qualitativi. Mi permetto di spezzare una lancia solamente a favore dell’onesta “Hi-Lo”, dove un assolo di violino di Lindsey Stirling fa la parte del leone e regala persino qualche brividino. Forse, quello che manca ad Amy è il coraggio di voltare definitvamente pagina, reinventando se stessa e la propria musica. Per il momento, saranno probabilmente i soli fan più integerrimi a gioire di un ritorno così deludente.


ABBIAMO PARLATO DI…

Evanescence – Synthesis
Elettronica/Pop
Sony, 2017

01. Overture
02. Never Go Back
03. Hi-Lo
04. My Heart Is Broken
05. Lacrymosa
06. The End Of The Dream
07. Bring Me To Life
08. Unraveling (Interlude)
09. Imaginary
10. Secret Door
11. Lithium
12. Lost In Paradise
13. Your Star
14. My Immortal
15. The In-Between (Piano Solo)
16. Imperfection

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

4 commenti

  1. Incapace. Si vede che lei non conosce questa band e getta fango a palate. Si sciacqui la bocca prima di parlare di questo glorioso gruppo.

    • Marco Belafatti

      Si sbaglia: li seguo dalla prima volta che sentii “Bring Me To Life” qui in Italia, primavera 2003. Possiedo tutti i loro dischi ed ho avuto l’immenso piacere di incontrare Amy Lee. Cercando sul web troverà le mie recensioni di ogni loro disco (escluso Origin); dopo averle lette potrà gettare fango sul sottoscritto con cognizione di causa.

  2. Sinceramente? L’unica cosa che manca all’articolo è l’applauso alla fine. Se siete fans di Amy Lee comprate Affermath, per gli Evanescence i dischi precedenti a Synthesis dovrebbero bastare. Non so cosa ci sia degli Evanescence in questo “lavoro”. E poi, sul serio, 6 anni per questo? 6 anni per 2 canzoni nuove e riarrangiameni del cavolo di vecchi capolavori? Se la Lee non ha più niente da offrire, forse è giunto il momento di lasciare le scene con un minimo della vecchia gloria.

  3. Aftermath*
    Scusate.

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