Fleet Foxes, “Crack-Up”: un ritorno tradizionale, ma non troppo

“Crack-Up” rompe un silenzio durato sei anni in casa Fleet Foxes. Ed è nuovamente incanto.

 

Una delle peculiarità dei Fleet Foxes è il loro carattere imprevedibile; ad esso dobbiamo le grandi aspettative nutrite nei loro confronti dagli estimatori della musica “che conta”, desiderosi di risvegliarsi dal torpore di uscite discografiche troppo fiacche o troppo conformi ai canoni della contemporaneità. Ma cos’hanno fatto, questi bardi del XXI secolo, per guadagnarsi una stima così incondizionata? Innanzitutto, senza i loro dischi non avremmo mai avuto il piacere di conoscere le deliziose sperimentazioni elettroniche di Bon Iver e il lirismo di Father John Misty (che suonò con loro su “Helplessness Blues”, finendo poi per incantare le folle con le sue confessioni cantautorali un po’ sopra le righe), né tanto meno le declinazioni più “pop” del verbo originario, portate di recente al successo da Mumford & Sons, The Lumineers e Of Monsters and Men. Di certo, senza i Fleet Foxes, il folk rock non sarebbe tornato così di prepotenza sui palchi dei più prestigiosi festival di tutto il mondo nel giro di un solo decennio. O sui giradischi di chi ancora s’incanta e viaggia con la mente ascoltando i grandi album di qualche decade fa, quelli che facevano sognare i nostri genitori di mondi utopici, raggiungibili solo attraverso l’abbraccio più profondo con la loro dimensione artistica e concettuale.

Dopo sei anni di assoluto silenzio la creatura di Robin Pecknold – che nel frattempo si è laureato in letteratura americana alla Columbia University di New York – risorge da un lungo sonno atavico, consegnando ai posteri il suo terzo album, il più sontuoso e solenne di una discografia non particolarmente folta ma sicuramente genuina e impeccabile in termini di qualità. Se il debutto omonimo rappresentava l’anima più tradizionale della band di Seattle, con le sue atmosfere rurali perfettamente tradotte in immagine nell’opera di Bosch raffigurata sull’artwork, il successivo “Helplessness Blues” la svolta psichedelica e visionaria, “Crack-Up” è la consacrazione a lungo attesa del tipico Fleet Foxes-sound, estremizzato nelle sue componenti più colte, anticonvenzionali.

Non è il classico disco folk rock revivalista, “Crack-Up“: lo si intuisce dando uno sguardo al minutaggio dei brani, tutt’altro che contenuto, oppure alle strutture degli stessi. Trattasi di articolate suite in cui il classico, vibrante sound acustico à la Pecknold si tinge di ancestrali tentazioni ambient e influenze etniche, riconducibili ai viaggi compiuti da Skyler Skjelset – sua controparte artistica nonché co-fondatore della band – dalle parti del Sol Levante. Proprio come l’uso della punteggiatura intervalla gli 11 titoli in scaletta, saliscendi melodici e maestosi arrangiamenti al limite dell’orchestrale scandiscono il ritmo imprevedibile di un viaggio in musica che non conosce confini di sorta e addirittura s’apre a nuovi ventagli d’influenze, come l’Americana di “I Should See Memphis” o le digressioni prog disseminate un po’ ovunque. E se tutte queste novità rischiano, ad un primo ascolto, di disorientare, non temano i fan del sound che rese celebre la formazione americana sul finire dello scorso decennio: Pecknold e Skjelset sono due “vecchie” Volpi e come da tradizione sanno inserire, tra delicatissimi affreschi crepuscolari (“Kept Woman”) ed epici arabeschi di chitarre ed archi (“Mearcstapa”), ritornelli di grande impatto, come nell’impetuosa “Third of May”, prima di sfociare nella chiosa spirituale di “Ōdaigahara”, o la più spensierata “Fool’s Errand”.

Rassicura come i Fleet Foxes riescano a mantenersi coerenti con la tradizione dei loro padri ispiratori pur provando, da bravi esploratori quali sono, a far scoprire ai loro ascoltatori nuovi ed affascinanti territori, regalando sensazioni che sfociano nell’esperienza mistica. In questo, permettetemi di dirlo, Pecknold e Skjelset hanno ben pochi rivali.


ABBIAMO PARLATO DI…

Fleet Foxes – Crack-Up
Folk Rock
Nonesuch, 2017

01. I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar
02. Cassius, –
03. – Naiads, Cassadies
04. Kept Woman
05. Third of May / Ōdaigahara
06. If You Need To, Keep Time On Me
07. Mearcstapa
08. On Another Ocean (January / June)
09. Fool’s Errand
10. I Should See Memphis
11. Crack-Up

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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