Florence + The Machine: la sostenibile leggerezza dell’essere (adulti)

in media rexHigh As Hope, quarto disco in carriera di Florence Welch, segna l’inizio della fase di nuova ma non sofferta maturità.

La carta di identità segna soltanto tre decenni e due anni di scarto oltre. Eppure la realtà pare mostrare qualcosa di molto differente. Vedendola veleggiare come una dea pagana per le stanze nei suoi floreali abiti vintage, la rossa Florence Welch, diresti ne abbia molti di più. Che non mi si fraintenda, non potrei collocare la maturità che segna il cambiamento nella sua figura lontana dagli estremi dell’inequivocabilmente attraente. Vi è semplicemente qualcosa di diverso in lei, come suggerisce anche la sensazione placida che fa’ da contorno alla sua nuova musica (e quasi contrasto con la passata) che l’accompagna e che incarna il suo quarto disco in carriera con la Macchina. Cosa, ce lo dice la diretta interessata: l’aver trovato finalmente se stessa ed essere infine diventata, dopo le tante traversie da novella Nico, adulta, come si suol dire. Addio dunque alle armi, alla bottiglia, ai festini ultra-giornalieri. The drunk days are over.

Scherzi a parte, High As Hope ha tutto quel che basta per essere definito proprio come un resoconto sobrio concepito dal punto di vista di un adulto alle soglie della guadagnata stabilità, che guarda pacato il percorso percorso (adoro questi bisticci di parole) e osserva finalmente pago come un’anatra sul lago il proprio se stesso più giovane e immaturo con un miscuglio di sollievo e compassione allo stesso tempo. E’, dunque, per ovvie ragioni un album di sostanza, di verità, dove la parola ha oggi un valore superiore. Di conseguenza, il decalogo di nuove canzoni dal sapor poetico si mostrano come un unico canto ancestrale piacevolmente omogeneo che ripercorre quello che è stato, dagli amori in caduta libera (“June”, con la sua delicata entrata in punta di piedi) ai modi errati di lottare contro la solitudine umana nonché i disturbi alimentari (“Hunger”, tra le poche a conservare un attacco con l’ordinario stile di puro indie rock), dalle auto-convinzioni e i processi mentali dinnanzi al divino (“Big God”) fino al colpevole rapporto con la sorella (“Grace”, perfetto manifesto della delicatezza dell’album) e al suicidio della nonna (“The End Of Love”). Un disco che definir schiettamente personale e diretto è ben poco.

florence in media rex

Un titolo che pare essere suggerito dal Boss più anzianotto, un’atmosfera positivamente sottile che riporta ai primi giorni di Lungs, per una cantante che dà oggi l’idea di osservare il (suo) mondo, anziché come era di prassi aprire le ante e buttarcisi dentro senza pensiero alcuno. Questo è High As Hope. Appunto Lungs, ma con dieci anni in più di esperienza. Con delle vere perle in scaletta, inoltre: menzione d’onore per la splendida “Patricia” dedicata all’idolo di sempre Patti Smith, “Sky Full Of Song” e “No Choir”, di una eleganza conclusiva -oserei dire- sacerdotale. Con una produzione semi-autonoma e una durata perfetta, da applauso. Soprattutto, con una Florence più organica e naturale; bare bones, si direbbe. Una Welch essenziale che non cerca più di nascondere i suoi vuoti dietro la musica, ma anzi di colmarli tramite essa. Insomma, pare che l’urlo di How Big, How Blue, How Beautiful, quello disperato perché privo di punti di riferimenti, si sia (quantomeno, temporaneamente) placato. La poetessa è oggi serena, tranquilla, ripulita, rilassata. Che sia meglio così? Assolutamente per lei, per amor di Dio. Per gusti personali ed egoistici, sinceramente ho sempre preferito l’arte del caos, e le sue derivazioni musicali. Dunque, non posso non negare la superiorità almeno del potente lavoro precedente. Ciò vuol dire che io sia quindi deluso? Al contrario; non lo si potrebbe essere per nulla, se un minimo razionali e dotati di buon gusto: le dieci tracce in questione nei loro ascolti reiterati rendono senza dubbio soddisfatti, assuefatti, quasi intorpiditi dalla leggerezza generale e dal pregevole risultato ottenuto. Un risultato pregno di amore, odio, dolore, gioia. Di vita. Di morte, interiore, e di rinascita. Quindi, di speranza. Senza pensarci troppo, giù il cappello.


ABBIAMO PARLATO DI…

in media rex
Florence + The Machine – High As Hope
Indie Rock
Virgin EMI – Republic, 2018

01. June
02. Hunger
03. South London Forever
04. Big God
05. Sky Full Of Song
06. Grace
07. Patricia
08. 100 Years
09. The End Of Love
10. No Choir

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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