A Girl a Bottle a Boat, e purtroppo anche i Train

Rovinosi tentativi di ammodernamento per una band tragicamente sempre uguale a se stessa.

Avrete presenti le confezioni di cose da mangiare tremendamente e consapevolmente ingannevoli? Tipo il fantastico sorriso di formaggio nell’effigie di cartone dei Sofficini (un tenero sorriso imbarazzato nel caso delle sottomarche) che poi nella vita reale sono asciutti e sottili come il più prelibato dei cartoni pressati. Quelle immagini fintissime, irreali, accompagnate da quelle dichiarazioni d’intenti tipo “l’immagine ha il solo scopo di illustrare il prodotto” o piuttosto “suggerimento di presentazione”. Sulla copertina del nuovo Train ci sta una gnocca di spalle su un motoscafo. Mare piatto. Una bandiera americana per fare folklore. Prendetelo come un suggerimento di presentazione. Immaginate di portarvi una bionda su una barca di un metro per due (gli intenti dovrebbero essere già chiari arrivati a questo punto) e, nel caso in cui non facciate troppo pena con gli strumenti, prendere una chitarra (il piano è un po’ più complicato) e suonarle e cantarle “Drops Of Jupiter”. I migliori bookmakers danno l’happy ending a una quota più bassa di un 1 casalingo del Real Madrid.

Il punto è che, come dicevamo, tali immagini sono ingannevoli. Molto ingannevoli. La copertina di “A Girl a Bottle a Boat” non illustra minimamente ciò che cela. Dietro un’immagine che qualsiasi individuo sulla faccia della terra troverebbe quantomeno rasserenante (sicuramente più delle ultime due con la Cadillac su sfondi sfocati), c’è anche un disco. E quel disco è tremendo. Niente di più rappresentativo può esserci di quella “Play That Song” pubblicata un paio di mesi fa, che era già il punto più basso della parabola (già in picchiata da anni) dei singoli pubblicati dalla band. Se vogliamo, l’evoluzione naturale del percorso che passava dalla melensa “Hey Soul Sister” al disastro danzereccio di “Drive By”. I Travis che giocano a fare i Bastille, residuati dei ’90 che non mollano e che prendono a esempio un gruppo comunque mediocre, per ottenere il risultato che otterrebbe Renzo Arbore interpretando gli Iron Maiden. Era emblematico il terzo minuto del videoclip, in cui Pat Monahan tenta un paio di mosse alla Celentano sul mollissimo ritornello e il cameraman decide di risolvere la situazione imbarazzante inquadrando culi di pattinatrici. Questa era “Play That Song”: il resto dell’album è molto peggio.

Con una produzione beceramente patinata e violentemente pop (significativo l’abbandono del chitarrista e fondatore Jimmy Stafford), e con un campionamento di suoni che sembra una prova di tutti gli effetti presenti su un synthino da 200€ (anche i cagnolini, in “The News”), “A Girl a Bottle a Boat” è un disco che per undici tracce sembra disperatamente cercare un’identità moderna, accattivante. Spunta il pop-rock all’acqua di rose in stile Imagine Dragons su “Working Girl”, spunta una sorta di latin-pop alla Enrique Iglesias sull’agghiacciante “Lottery” e un semi-hip hop da ghetto su “Silver Dollar”, spunta un po’ ovunque un vibe da Coldplay moderni (sai che vanto). L’unico straccio di filo logico è garantito dalle proverbiali terribili lyrics a tema amoroso e in rima baciata (“I’m never gonna say goodbye ‘cause baby you’re my Valentine“), e dalla vocalità rotonda, statica e immediatamente riconoscibile di Monahan, che malgrado ogni tentativo di ammodernamento renderebbe ogni pezzo etichettabile con il marchio TRAIN in un microsecondo. Sono tutti brani che starebbero benissimo in uno spot, in una sigla dei gol della serie A, come intermezzo allegro cantato coralmente dai personaggi di un cartone animato moderno: tutte cose che hanno una durata limitata (si spera) a non più di venti secondi.

Fortunatamente, se s’eccettua una schiera di fan stoicamente fedelissima e comunque distante dalle nostre longitudini, i Train sembrano ben lontani dal poter consegnare un tormentone al 2017. Tutti coloro che li stessero consapevolmente ignorando da anni non avranno alcun motivo di cambiare atteggiamento con “A Girl a Bottle a Boat”. Tutti coloro che invece si fossero dimenticati della loro esistenza, farebbero bene a riprendere contatto con il terribile mondo in cui viviamo soprassedendo su quest’ultima uscita, comunque innocua, e dando un bell’ascolto all’impresa -pubblicata nemmeno 8 mesi fa- “Train Does Led Zeppelin II”. Lì sì che c’era da incazzarsi e urlare.


ABBIAMO PARLATO DI…

Train – A Girl a Bottle a Boat
Pop
Columbia, 2017

01. Drink Up
02. Play That Song
03. The News
04. Lottery
05. Working Girl
06. Silver Dollar
07. Valentine
08. What Good is Saturday
09. Loverman
10. Lost and Found
11. You Better Believe

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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