Harry Styles, un aspro esordio di stile primordiale

Il primo album da solista dell’ex-One Direction si distacca in modo fiero ma dispersivo dal passato.

Seguire gli One Direction sin dai primi tempi per un dodicenne deve essere stato un po’ come leggere la saga di Harry Potter dal giorno zero: inizi che sei un poppante in fase pre-brufolosa con la fissa per le bambine e ti risvegli al tramonto dell’avventura da giovane in perenne botta, con il probabile vizio del risvoltino e la fissa per le milf. È così, gli anni passano senza che nessuno se ne accorga, i ricordi sbiadiscono, le matricole di ieri diventano meteore o leggende, sempre e comunque panta rei (e singin’ in the rain).
È il segno dei tempi. Ma, assieme ai fan a cui tocca oggi iscriversi all’università e andarsi a spaccare la schiena otto ore ogni dì, invecchiano anche i loro giovani idoli delle copertine patinate. Anche per loro arriva il momento di farsi furbi e ragionare sul serio su quello che si vuole fare “da grandi”. E a cosa mai avranno potuto puntare gli oggetti del desiderio delle directioners? Beh, a Zayn Malik piaceva sul serio la figa; ha deciso così di dedicarsi alla composizione di singoli riguardanti la sua vita sessuale con la top model Gigi Hadid (e chiamalo scemo). A Louis Tomlinson e Liam Payne a quanto pare invece garbava la famiglia; si sono sentiti perciò in dovere di andare in giro a ingravidare come dei robot à la Appetite For Destruction. Di Niall Horan preferisco non parlarne, quelle mani lente mi mettono a disagio. E Harry Styles, il belloccio più ambito del quartetto? Semplice, il novello Timberlake è cresciuto coi poster di Mick Jagger attaccati alle pareti: il suo futuro fatto di completi rosa e stage diving era già scritto.

harry styles

Styles deve essere stato sicuramente il rompicazzo di turno nel gruppo, quello che ascolta musica seria e che, appena uno se ne esce con un “Ehi ragazzi, che ne dite di coverizzare Sia?”, lo zittisce al volo con un secco “Col cazzo, noi facciamo i Blondie”. Che abbia passato gli ultimi anni ad ascoltare tonnellate di album di stampo atavico ed aspettare il suo momento propizio, quello poi lo si capiva benissimo sin dalla prima potente traccia data in pasto al mondo, “Sign Of Times”. Ma in realtà ogni altra canzone del suo primo lavoro omonimo pare figlia di un’annotazione Google Keeps di lunga data: qui voglio fare Bowie, qui Paul McCartney, qui invece i Kings Of Leon. Ebbene, questo è esattamente il punto di forza ma anche di estrema gracilità del disco d’esordio in questione: una abissale eterogeneità di base, talmente profonda da non permettere in alcun modo di imporre un proprio stile originale su quelli ancestrali presi man mano a riferimento. Il che per un artista-compositore non è una bellissima cosa, credetemi.

Ma Harry Styles in fin dei conti è solo un ragazzo, un giovane figlio della Regina che è cresciuto guardando bamboccioni d’oltreoceano come Mark Foster inanellare una hit dopo l’altra. Si è poi ritrovato in un battito di ciglia trasportato al loro livello dal pericoloso uragano X-Factor, buttato sui palchi di mezzo mondo a fare mossette, poi addirittura davanti alla macchina da presa di Christopher Nolan e, infine, a svolazzare in modo imbarazzante davanti a cascate e tramonti. È come se in questi anni gli fosse stato impedito di trovare il tempo per maturare appieno musicalmente, mai lontano dalla Mecca della musica commerciale.
Arrivato in queste condizioni alla prima vera prova non puerile della sua carriera, non ha potuto fare altro che mettere su un collage di tutto quello che avrebbe voluto fare e che non ha mai potuto fare prima con gli 1D. Cosicché dalle prime psichedeliche battute piacevolmente Wilco (“Meet Me In The Hallway”) si passa serenamente alle graffiate più ottantiane (ossia più stanche) dei Rolling Stones (“Only Angel”), per poi scivolare addirittura fino agli Arctic Monkeys (la devastante ma, in questo caso, fuorviante – oltre che compressissima – “Kiwi”). Insomma, un pot-pourri di tanti generi, troppi. Non fraintendete, si tratta di una prova nel totale più che degna, specie se rapportata con i trascorsi e con le prestazioni parallele degli ex-colleghi. Un buon lavoro dalla fragile spina dorsale, ecco, che spero non venga spazzato via dalla prima folata di produttori invadenti o future scelte azzardate.

Che il voto sia comunque positivo, lo confermano diverse composizioni in scaletta decisamente ispirate, prime su tutte “Carolina”, che riprende a piene mani la frizzante materia degli Stealers Wheel (con eco beatlesiano), iscrivendosi di diritto come potenziale colonna sonora di un remake di Boogie Nights, nonché “Woman”, che odora fortemente di Prince e del glam di Elton John. Spezzo una lancia anche a favore della perfetta durata (prendete nota, The Weeknd e sboroni da doppio album), della complessiva buona prova vocale (specie nei momenti più lenti) e della chiusura squisitamente elegante di “From The Dining Table” – questi invece innegabili simboli di maturità -, a cui va ad aggiungersi il merito esterno di una produzione di forte e calibrato impatto.

In conclusione, penso dunque di poter affermare con tranquillità che “Harry Styles” sia un buon punto di partenza – e lo ammetto rinunciando a qualsiasi pregiudizio che prima potevo avere – che proclama con fierezza la sua indipendenza dal passato, senza però osare eccessivamente in tal senso. Bene, dunque. Ma non benissimo.


ABBIAMO PARLATO DI…

harry styles
Harry Styles – Harry Styles
Pop Rock
Columbia, 2017

01. Meet Me In The Hallway
02. Sign Of Times
03. Carolina
04. Two Ghosts
05. Sweet Creatures
06. Only Angel
07. Kiwi
08. Ever Since New York
09. Woman
10. From The Dining Table

 

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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