Imagine Dragons: le origini del male

Dan Reynolds e gli altri pagliacci tornano prestissimo con un lavoro al tempo stesso patetico e terrificante.

La cosa veramente assurda è che alla fine di questo Origins non riesco manco a infierire. È come sparare sulla Croce Rossa. Sarà che ero in aereo e subito prima avevo ascoltato l’ultimo dei Muse, e stavo già giudicando come salvifiche le urla dell’infante alle mie spalle che aveva perso due pezzi del suo puzzle (generazione incoraggiante, la prossima, cresciuta facendo i puzzle in aereo). Sarà che ho detto peste e corna del precedente Imagine Dragons (facendomi a volta massacrare da una fan base inferocita tipo Fossa dei Leoni vs Paolo Maldini nell’ultimo giro di campo) e mi sono intenerito. Come quelle mamme che all’atto della consapevolezza che il proprio figlioletto è un irrecuperabile disastro non hanno più neanche il cuore di metterlo in punizione. Anche voi Imagine Dragons, continuate impuniti voi e il vostro Cubase. Fate quello che cazzo volete.

Origins è comunque un disco che ha coraggio. Un disco che arriva a un anno e mezzo circa dal predecessore, prima del già breve tempo standard inter-release, come a confermare la realtà fa schifo e le cose brutte te le tira in faccia a gragnuole, non come tristi eventi isolati. Dispiega dei singoli da top five horror del cafonaggio pop (rock?) ad uso e consumo del ribollire ritmico dei pettorali di Dan Reynolds, davanti a palazzetti con seicentomila persone sugli spalti: aberrazioni in musica rispondenti ai nomi di “Natural” e “Machine”, quest’ultima spavaldamente con una doppia testa in stile Storm Thorgeson in copertina. Questi punti di minimo qualitativo sono paradossalmente annoverabili anche tra i pochi momenti in cui la band si ricorda di esistere come band, appunto, e non come sorridenti sagome per non fare sembrare il frontman troppo solo nelle foto promozionali. Si sente il basso, si sente qualche stronzatina acuta alla chitarra sullo sfondo, si sente addirittura una batteria vera, e fa tutto ugualmente piangere.

imagine dragons

…ma proprio piangere.

Su buona parte del resto della tracklist però gli Imagine Dragons fanno qualcosa per la quale non sono geneticamente progettati, come il calabrone con il volo in quella grande realtà scientifica attribuita ad Einstein, che però non è una realtà e non è stata nemmeno detta da Einstein: improvvisano. E c’è da intenerirsi, nel sentirli muoversi nelle loro tristissime reinterpretazioni di altri disastri degli ultimi quindici anni in musica: come in “Bad Liar”, lentone da fazzoletto in mano che sembra opera di Kodaline ancora più affondati nell’orrenda spirale del post-All I Want; come in “West Coast”, lentone da chitarra acustica in mano che pare organizzato come sorpresa per la festa al ritorno del folk dei Mumford & Sons; come in “Digital”, dove uno scream fasullo alla Aaron Bruno (altra gran cosa, gli Awolnation) incontra la liberatoria riesumazione di qualcosa che somiglia alla dubstep, in un commovente tentativo di dimostrare al mondo che prima degli Imagine Dragons c’era qualcosa di ancora peggio, come fosse un gigantesco “E allora il PD?!” a volumi smisuratamente alti.

Passando per la colonna sonora del secondo Ralph Spaccatutto, che azzera il mio scarso interesse verso il film, mi rendo anche conto di essere stato fin troppo cortese nei confronti di questa band che come nessun’altra dovrebbe essere -anzi, deve essere- vituperata per il bene di tutti. Gli Imagine Dragons sono l’equivalente musicale di un’epidemia di peste e un periodo di sintomi più leggeri (Evolve era molto peggio di questo Origins) non può causare una patina di pericoloso silenzio, facendo tacere il fondato desiderio di debellarli. Io non voglio un mondo in cui i miei figli un giorno possano uscire di casa e sentire una canzone con 100 milioni di ascolti su Spotify, che nel ritornello recita “Hey hey hey hey digital digital hey hey hey hey digital heartbeat hey hey hey hey digital digital we don’t wanna change we just wanna change everything”. Rinnovo qui il mio appello: fermateli. Davvero, silenziateli. Però occupatevi comunque prima dei Muse.


ABBIAMO PARLATO DI…

imagine dragons

Imagine Dragons – Origins
Pop (Rock?)
Interscope, 2017

01. Natural
02. Boomerang
03. Machine
04. Cool Out
05. Bad Liar
06. West Coast
07. Zero – From the Original Motion Picture “Ralph Breaks The Internet”
08. Bullet In A Gun
09. Digital
10. Only
11. Stuck
12. Love
13. Birds
14. Burn Out
15. Real Life

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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