Kasabian: For Crying Out Loud, e per fare i tamarri negli stadi

“Due cose sono infinite: l’Universo e la smargiasseria dei Kasabian, ma riguardo l’Universo ho ancora dei dubbi.” – Albert Einstein

“Our new album will save guitar music from the abyss”. Sentitelo, Sergio Pizzorno, ha detto davvero così. Lui che ogni tanto penna due power chord su una Rickenbacker e per il resto del tempo oscilla e finge di suonare lo strumento. Lui che già per 48:13 aveva annunciato di aver fuso i Led Zeppelin e Kanye West. I Kasabian come salvatori del rock sono un paradosso come il Cholo Simeone che si autocandida a salvatore della piacevolezza del giuoco calcio. Ma tant’è: togli i proclami folli a questi quattro tizi di Leicester e li privi dell’anima. Poi però arrivano gli album, e muniti di lente d’ingrandimento occorre ispezionare cosa resta dopo la dissoluzione delle enormi cortine di fumo. Vediamo a ‘sto giro cosa c’è.

Devo anticipare che le mie aspettative per For Crying Out Loud rasentavano fin dall’inizio lo zero assoluto. C’era Comeback Kid già disponibile da qualche mese, immancabile comparsata su FIFA. Ed era per l’appunto quello: una canzone da FIFA. Svuotata di quasi ogni scopo (sassofoni a parte, quelli sono bellini) se non ci stai sopra a far palleggiare Cristiano Ronaldo. C’era You’re in love with a Psycho, le sue manciate di inenarrabile fiacchezza al servizio di una love-ballad insulsa (e semi-clone di Where did all the love go), e potenziale Guinness World Record per il lead single più smosciante di sempre. E facendo i superficiali: gli artwork, Cristo, gli artwork! immagino che ogni collezionista che si rispetti abbia come sogno bagnato quello di avere sul proprio scaffale un LP con stampato un vecchio obeso piangente.

Al primo lancio è subito chiaro che anche con questo album succede quello che succedeva con 48:13, precedente uscita e primo disco veramente mediocre della carriera della band. È una raccolta sconclusionata e priva di un’idea di fondo, di un qualsivoglia filo conduttore, con il sound che ondeggia a cazzo come un hooligan alla decima Carling, e sbatte con poca grazia sull’r&b slavato, sulla dance lenta, sul pop da cima di classifica, sul raggae (addirittura, sì), quasi sempre su una sorta di patinato rock – per quanto rock si possa chiamare mettere una fila di accordi identici su un ritornello designato per il coro ignorante in arena. For Crying Out Loud è stato scritto in sei settimane, hanno annunciato loro stessi come a voler sottolineare d’essersi trovati in un clamoroso Nirvana di ispirazione: ebbene, si sente. E non solo: gli elementi che generarono hype attorno ai Kasabian e che gli permisero di fare i piccoli Gallagher ci sono, ma sono quasi del tutto e quasi sempre spinti in background. Non ci sono le schitarrate grezze d’emblee, neanche le tanto memorabili linee di bassone distorto (di Club Foot ricordate più le lyrics o il bobobobobom dudududududu dell’intro?), piuttosto ci sono superflue e innocue morriconate, pallido surf-rock, e un macello di filler. Perché?

Fatto sta che alla fine, come sempre, qualcosa di bello viene fuori. È stato sempre evidente fin dai primordi: ai Kasabian fregacazzi della continuità della dimensione album, malgrado quanto vogliano far supporre le strumentali di Empire o gli interludi di West Ryder Pauper Lunatic Asylum. La natura della band -in cui ha invero avuto sempre parecchio successo- è sempre stata quella di dispensatrice di singoli pezzoni dall’impatto roboante, talvolta di qualche ballata su cui far oscillare gli accendini (o le lucine delle sigarette elettroniche). For Crying Out Loud ha buoni esemplari per entrambe le tipologie: la bomba Ill Ray (The King), un distillato di boria rappato (con versi imbarazzanti come “now go fetch me a milkshake don’t forget the straw”) che si apre in un ritornello trionfale e in un arioso bridge con pizzichini chitarristici da Get Lucky; la tamarrissima ma divertente suitona Are you looking for action, estiva e pubblicitaria nel suo allegro e interminabile ritornello; la pensosa e romantica Wasted, che non rinuncia nella sua romanticheria ad un groove di bassi e synth vagamente old-style.

Poco altro, chiaro, ma quel che basta per non condannare For Crying Out Loud a un destino di disco di merda che sembrava già marchiato a fuoco. I Kasabian non sono riusciti a esser rivoluzionari malgrado quattro album di livello veramente altissimo (con in prima fila quell’elegantissimo Velociraptor! che pare uscito ormai mille anni fa), e pare proprio che non rivoluzioneranno mai niente. La loro produzione è e resterà agli occhi di tanti intellettuali ed esperti musica scarsa di e per cazzoni calciofili. E in parte lo è. Ma va bene così. Loro riempiono gli stadi, dall’altra parte della barricata ce li si gode in spensieratezza e in ogni modo ci si diverte. Esattamente, appunto, come col calcio. Forza Palermo.

Nota: se volete proprio comprarvi una copia fisica di quest’album, prendete per forza la Deluxe, contenente (anche se in solo audio) quello splendido reperto che è il concerto al King Power stadium di Leicester. La solita resa live dei Kasabian, band che su un palco riesce a essere al tempo stesso scarsissima e irresistibile.


ABBIAMO PARLATO DI…

Kasabian – For Crying Out Loud
Pop / Rock Elettronico
Columbia, 2017

01. Ill Ray (The King)
02. You’re in Love with a Psycho
03. Twentyfourseven
04. Good Fight
05. Wasted
06. Comeback Kid
07. The Party Never Ends
08. Are You Looking For Action?
09. All Through The Night
10. Sixteen Blocks
11. Bless This Acid House
12. Put your Life on it

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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