Katy Perry, Witness e cannibalismo al neon

katy perryRapido panegirico di una popstar in trasformazione.

Brevi istruzioni per l’uso: non pensiate neanche lontanamente che i paragrafi che seguono su Katy Perry siano da considerarsi come una formale recensione da cazzone-falso-esperto-di-musica perché, sebbene si possa ritenere che rispondano in qualche modo a blandi criteri di ragionevolezza o di fumosa rilevanza, sono comunque un qualcosa che desidera collocarsi il più lontano possibile da tale sciocca definizione. Del resto, ho dato un’occhiata veloce al solito gorgoglio di articoli banalotti degli pseudo-critici usciti lo scorso 9 giugno ed è triste constatare che (tanto per cambiare) hanno fallito tutti clamorosamente in coro, chi più chi meno, vomitando senza ritegno le solite sentenze e stroncature snob. Non è proprio il caso di aggiungere da parte mia un altro abominio del genere.
No, le mie sono semplicemente due righe buttate giù per tentare di ristabilire la giusta ottica in tema, dato che è evidente che in molti l’abbiano smarrita. E sì, si tratta di un moderato trattamento vagamente apologetico. Perché, stranamente, mi trovo a non dover condividere le sterili accuse delle ultime settimane rivolte alla novella bionda (tra l’altro, qualcuno la convinca a farsi ricrescere quei benedetti capelli, che così è solo figa).

Ok? Chiaro? Benone, ci siamo. Punto di partenza: ovviamente la copertina di “Witness”. Davanti a questo oscuro tripudio di eterea bellezza femminile, c’è chi ha chiamato ereticamente in causa Aladdin Sane del più androgino Bowie, chi Pornhub e YouJizz, chi il terzo occhio di Tensing e boiate varie. Ma il chiaro riferimento personalmente mi pare essere uno ed uno soltanto – anche molto telefonato, se posso – ossia ad un filmone, forse non molto conosciuto presso il raffinato pubblico che si nutre di Fast & Furious e di cinema da fast food: The Neon Demon. Voi direte, in gergo Jackal: “Ok. E a noi che ce ne foooooott?”. Beh, è in una certa misura essenziale, perché è proprio da questa immagine platinata che si può notare quale elemento Katy Perry abbia voluto prendere in prestito dalla pellicola, per usarlo in maniera schiettamente onesta nel suo quarto (quinto, se vogliamo fare i pignoli) lavoro in carriera: il cannibalismo.

Calmi, non mi sono drogato come al solito, gli spacciatori di popper (purtroppo) non si manifestano mai sotto casa mia in settimana. So che sembra una stronzata bella e buona, ma non è poi così campata in aria. Guardate il film di Refn, se avete tempo, e poi date un’occhiata anche al cul.. ehm, video impastato di “Bon Appétit” come ulteriore prova: “Witness” è un vero e proprio trionfo di cannibalismo musicale. Come spiegarvelo in poche parole? Ok, ecco. Diciamola così, partendo da lontano: Katy Perry è una portatrice sana della sintomatologia da Madonna. In altre parole, è una sventola che ha sfondato senza giocare eccessivamente sporco come Miley Cyrus e che ha sempre lottato per dettare in prima persona il trend, almeno sin da quando ha abbandonato il nome di Katy Hudson. Vive per quello scopo, per imporre la sua moda. E non lo dico per criticarla, è oggettivamente il suo mestiere e, semplicemente, la dinamica da classifica funziona in quel modo: i pesci piccoli la inseguono ormai da tempo immemore e la emulano in ogni benedetta cosa ella faccia; poi quando la stanno per raggiungere, ecco che lei cambia, e il circolo vizioso di tallonamento fashionista ricomincia. Se ci pensate, non sono poche le metamorfosi da “One Of The Boys” (non quello di Roger Daltrey) in avanti: la disinvolta lesbicona (“I Kissed A Girl” e affini), la soubrette esplosiva da video di David Lee Roth (“California Gurls”, “Firework”), la sognatrice ottantiana dal sorriso metallico (“Last Friday Night”), la rivale di Sasha Grey (in generale), fino ad arrivare all’infervorata politica degli ultimi mesi, giusto per citarne alcune.

Ebbene, nell’attuale era post-moderna, in piena carestia di idee e innovazioni, in cui soltanto gente eletta come l’ex-fiamma John Mayer riesce ormai ad impacchettare dischi degni, era abbastanza pronosticabile che la Perry optasse per una manovra piuttosto drastica, che spiazzasse la concorrenza. Così, quella trepidante scelta che in molti tentano di affrontare solo sotto forma di timida contaminazione, lei (che è una con le palle) sceglie di estremizzarla in termini appunto di cannibalizzazione piranhesca: per le sue nuove composizioni ha iniziato infatti a nutrirsi, musicalmente parlando, di ogni cosa che si alternasse in top ten affianco a lei. E, buon Dio, cosa vi può mai essere intorno a Katy Perry, oggigiorno, a livello internazionale, tralasciando baggianate come “Despacito”? Ondate di pop discotecaro, beat ultra-sintetizzati, fiumi di autotune, basi EDM a tutta birra, trap imboccata da tonnellate di effetti, ecco cosa. C’è poi Sia, il timido hip hop dei simpaticissimi Migos, le provocazioni freestyle di Nicki Minaj, i remix tamarri dei Purity Ring e i sorrisetti indie di Garratt. Bene, prendete tutto e ficcate dentro il frullatore, attaccate la presa, aggiungete ancora il nipote di Bob Marley (per il tiepido apripista “Chained To The Rhythm”) e la produzione bonjoviana di Max Martin, un pò di zucchero, ora agitate, non mescolate… et voilà, a voi “Witness”, il non plus ultra tra gli album onnivori.
Ora la domanda da mille punti: c’è qualcosa di male in questa sua natura shakerata? Beh, sapete, una cosa? Sono del tutto contrario ai metodi di marketing aggressivo/invasivo scelti dalla Perry (o chi per lei) da Grande Fratello pulp (anzi, da Truman Show, in pratica), ma sul disco qualcosa di positivo posso dirla. Nel bene e nel male, si avverte infatti una coerenza stilistica compatta lungo le quindici tracce spiccatamente avveniristiche che non posso che apprezzare. Può non piacere, ma vi è un costante e piacevole mix moderno di insano divertimento nell’ascolto dei migliori momenti d’assalto di “Roulette”, “Swish Swish” e “Pendulum”, come anche nelle ballad “Miss You More” e “Save As Draft”, veri marchi di fabbrica di casa Hudson. Poi è vero, non stiamoci a prendere in giro: la ricerca poco stressata di vere hit da classifica è fin troppo sospetta. Ed è altrettanto innegabile che qualche episodio deboluccio sia anche presente, primi su tutti “Hey Hey Hey”, “Deja vù” o (a sprazzi) la conclusiva “Into Me You See”, che potrebbero rischiare di far passare a miglior vita la ragazza affetta dalla sindrome di Tourette che avete scelto per farvi fare un servizio in macchina, giustamente durante l’ascolto rilassato del disco. Immaginatevi un attimo la scena, se non vi appartiene: il degenero.

È musica che consiglio? Non esattamente. Ma non è neanche musica che schifo. Assolutamente no, ci mancherebbe. Sarebbe un insulto, in virtù di cosa è sul serio lo schifo in musica. E spero sappiate di cosa io stia parlando (oh, chi ha detto Ghali? Fate i bravi). “Witness” è, in conclusione, uno spericolato esperimento di tiratura dance 2.0 e, come tutte le operazioni del genere, si prende ogni rischio del caso. Il suo pregio è quello di aggiungere con coraggio delle coordinate diverse rispetto alla formula di successo di “Prism” e riuscire comunque a funzionare ad oltranza nei suoi nuovi propositi elettronici. Questo perché la tettona incatenata al ritmo ha la rodata abilità di capire dove soffierà il vento nel futuro più prossimo e dove è giusto spingere per spremere il mercato discografico con nuove trovate catchy, e buon per lei e il suo conto in banca. Questa è l’unica certezza che sgombra ogni dubbio in campo. Certo, qualche domanda in dissolvenza pur sempre rimane. Una, per esempio, resiste di fronte a me, in tutta la sua pregnanza: ma come cazzo fa una con la Tourette a fare sesso orale?


ABBIAMO PARLATO DI…


Katy Perry – Witness
Pop
Capitol, 2017

01. Witness
02. Hey Hey Hey
03. Roulette
04. Swish Swish (feat. Nicki Minaj)
05. Deja Vu
06. Power
07. Mind Maze
08. Miss You More
09. Chained To The Rhythm (feat. Skip Marley)
10. Tsunami
11. Bon Appetit (feat. Migos)
12. Bigger Than Me
13. Save As Draft
14. Pendulum
15. Into Me You See

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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