Lady Gaga, Joanne e le perfette illusioni di cambiamento

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I confess I am lost in the age of the social.”

 

Lady Gaga è in piena crisi mistica, come la più smarrita tra le trentenni in cerca del senso della vita. Come può, dopo tutto quello che ha passato, essere associata a Jessie J, Becky G e tutte le altre tizie brillantinate? Lei non è minimamente così. Non lo è mai stata. O almeno, così dice lei. Tocca dimostrarlo. Tocca mettersi davvero a nudo, questa volta musicalmente parlando.

E allora basta party anthem da classifica, stadi pieni di lesbiche urlanti e denaro a palate. Che schifo, i soldi. Money, get away. Torniamo a fare le persone serie, con i piedi per terra, e tiriamo fuori materiale più intimo, più vero. È più importante la dignità, l’integrità e la purezza dell’immagine residua di sé, no? Basta citazioni da pubblicità Dior “I’m not real. I’m theatre”. Basta hooks tamarri e vestiti fatti di carne. Basta Lady Gaga.

E così, come un novello David Bowie che soffoca al suo apice Ziggy Stardust per essere libero di andare verso la bianca regalità che era destinata da sempre a contraddistinguerlo, Stefani Joanne Angelina Germanotta giunge all’apparente decisione di uccidere (o quanto meno tentar di strozzare) il suo alter ego per far rivivere la dolce e candida ragazzina dall’animo rock che faceva la battona drag queen sui palchi nella parte sporca di Manhattan. Immaginatevi voi la scena: una pugnalata allo specchio wildiano, Joanne Frusciante che esce dal gruppo, qualsiasi cosa vogliate. Le rappresentazioni teatrali del catartico momento potrebbero sprecarsi.

Ed è tutto molto bello e poetico, i riferimenti pure particolarmente generosi. Peccato però per UN solo piccolo particolare: le cose si fanno con le palle o non si fanno. Anche se si appartiene al gentil sesso. “Fare, o non fare. Non c’è provare”, disse saggiamente il Maestro. A volte -anzi praticamente sempre- non puoi vincere la partita scommettendo due spiccioli con una coppia di assi. Devi andare in all-in, anche se non ne sei sicuro e te la fai sotto. E via. O vai alla grande o te ne vai a casa. Ma almeno te ne vai a testa alta.

Joanne invece sceglie la via del basso profilo, la scorciatoia, e piscia corto, osando in minima parte verso il tanto decantato cambiamento di stile e infrangendo così un’infinità delle cd. clausole “non-puoi”. Vado in sequenza: non mi puoi portare un album che dichiara a gran voce di voler tornare ai bei vecchi tempi della purezza pre-commerciale quando l’unica preoccupazione era non farsi palpare troppo forte il culo dall’ubriacone di turno venuto a vedere i tuoi concerti negli squallidi bar del Lower East Side, tenendo però sempre un piede nella confortevole tana del vecchio personaggio multimiliardario. Detto in altre parole, non puoi presentare una buona metà di un disco con nuovi spunti (“Joanne”, “Hey Girl”, “Angel Down” essenzialmente) che spingono verso una nuova identità molto positivamente vicina al country blues e poi riempire l’altra con la solita cascata di cliché pop. Detta in altre ancora, non puoi optare per una forte contaminazione e una ridicola coesione. E ho capito poi che è una perfetta illusione ma, che diavolo, non puoi neanche programmare due singoli apripista agli esatti antipodi ossia uno, un imbarazzante scivolone nel lato oscuro degli anni Novanta (“Perfect Illusions”) e l’altro, un’onesta ed elegante ballad pianistica di tutto rispetto (“Million Reasons”). E infine, non puoi neanche sperare di salvarti dalla gogna solo perché chiami al tuo fianco Mark Ronson, Kevin Parker, un Josh Homme pronto a far la figura del fesso e quella stratosferica artista (leggete pure tra le righe) di Florence Welch per farti la figa e pensare che i pezzi debolucci di questa tiepida scommessa passino inosservati. Mica sei Mick Jagger.

Che dire, forse tutta questa questione evoluzionistica costruita attorno a Joanne è (tanto per cambiare) la solita pantomima mediatica per pompare le vendite e io (tanto per cambiare) ci sono cascato perdendo ancora una volta il mio tempo. Forse Lady Gaga non vuole rischiare nessuna metamorfosi, men che mai retroattiva. Anche perché, non prendiamoci in giro, tutti noi poveri esseri umani possiamo migliorare o peggiorare… ma non trasformarci in toto in una persona diversa da quella che siamo (Bowie si, lui poteva… ma si sa, lui veniva da Marte). Forse è solo un rozzo e abbozzato tentativo di soddisfare il personale desiderio di cambio rotta o di chissà quale tracciamento di una nuova moda minimalista. O forse ancora è la timida volontà di far trasparire per un attimo qualcosa di più interiore, di più profondo, per poi far calare di nuovo il sipario, rigettando in faccia la solita marea delle altre Bad Romance, come per dire: “Ehi, guardate che io faccio quello che mi rende ricca e famosa. Ma io in realtà sono altro.”

Peccato perché quella piccola parte intravista, tra rimandi al più classico Elton John e svisate di sassofono, invece mi è parsa ben poco disonorevole e, devo dire, non mi dispiace affatto. Perché non è finzione. Non è Lady Gaga. E non è per nulla teatro. È semplicemente reale.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Lady Gaga – Joanne
Pop
Interscope, 2016

01. Diamond Heart
02. A-Yo
03. Joanne
04. John Wayne
05. Dancin’ In Circles
06. Perfect Illusions
07. Million Reasons
08. Sinner’s Prayer
09. Come to Mama
10. Hey Girl
11. Angel Down

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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