Lana Del Rey e la “voglia di vivere” 2.0

Tentazioni hip-hop e una possibilità di cambiamento sprecata per il nuovo album di Lana Del Rey.

 

Quando il fenomeno Lana Del Rey esplose in Italia cinque anni or sono, mi trovavo a girovagare tra i reparti della defunta Fnac di Milano alla ricerca di sconosciuti artisti indie. Gli altoparlanti diffondevano le malinconiche melodie di “Summertime Sadness”, che all’epoca mi sembrava poco più di una versione vintage di Rihanna e che nel giro di pochi mesi, con mio grande stupore, sarebbe stata cantata da tutti. Persino dal sottoscritto, con buona pace degli sconosciuti artisti indie prediletti fino a quel momento. Con Lana Del Rey le mezze misure non sono mai state prese in considerazione: mero prodotto di un’industria discografica corrotta per alcuni, affascinante cantautrice votata alla (giusta) causa del mainstream per altri. La verità, come ho avuto modo di constatare nel tempo, stava esattamente nel mezzo.

Da quattro album a questa parte la musica di Lana ricalca pedessiquamente una serie di cliché sul lato oscuro e maledetto del sogno americano, mettendo in risalto la sua immagine di raffinata dark lady di qualche decade fa intenta a scacciare la solitudine con metodi non proprio ortodossi. Il gioco ha retto bene finché l’artista ha saputo modellare la propria musica senza mai snaturarne i contenuti e il messaggio di fondo, mantenendo standard qualitativi soddisfacenti. Come nell’EP “Paradise“, forse il punto più alto della sua carriera, o con l’indie rock di “Ultraviolence“, in cui l’influenza di un certo Dan Auerbach dava vita ad un sound irrestibilmente sensuale. Già il terzo full-length cominciava però a mostrare la corda, riproponendo una formula ormai consolidata senza regalare particolari guizzi compositivi o interpretativi. Perché sì, “Born To Die”, “Ride”, “West Coast”… sono tutte canzoni memorabili, ma dopo due o tre dischi della stessa pasta inizi ad avvertire la necessità di ascoltare qualcos’altro, anche solo una variazione sul tema.

Ed è qui che entra in gioco “Lust For Life“, che a differenza di quanto suggerisce il titolo di voglia di vivere ne trasmette ben poca (si tratta pur sempre di un disco di Lana Del Rey, non aspettatevi tormentoni estivi o gioiosi inni alla vita in stile Coldplay). Ironia a parte, il quarto disco della star americana, riprende l’unico filone già presente nell’album d’esordio che ancora non era stato approfondito a dovere, andando quindi a scongiurare il pericolo di un ennesimo “more of the same“. Al party si uniscono amici di vecchia data (la star dell’r’n’b The Weeknd) e nuovi volti della scena hip-hop (A$AP Rocky e Playboi Carti), lasciando Lana libera di sperimentare arrangiamenti che tanto devono alla musica afroamericana di ieri e di oggi. Con una sana dose di hip-hop l’artista trasforma un’apperentemente banale “Groupie Love” in una ballad sui generis e condensa tutta la sua ispirazione in una “Summer Bummer” che ben si sposa con le tendenze del momento, generando un ibrido di generi di sicuro fascino. Nulla da eccepire anche per il singolo che porta il nome dell’album: The Weeknd dimostra di saper fare magie con la musica elettronica ed infonde un’inaspettata nota di calore nel pezzo, con i suoi falsetti di matrice soul. Il risultato? Pura estasi pop.

La prima parte del disco scorre quindi benissimo, tra i pezzi già citati e brani più tradizionali in cui archi ed elettronica flirtano alla grande per permettere a Lana di riversare nel microfono il suo spleen (su “13 Beaches” la sua voce è da brividi, fatevene una ragione). Eppure, come temevo, la macchina da corsa Del Rey s’inceppa rovinosamente a metà tracklist, con una “Coachella – Woodstock In My Mind” che fa da spartiacque tra l’anima più innovativa del disco e quella più canonica (o stracciapalle, se preferite). La versione di Lana con le felpe XXL e le catene d’oro è dunque più convincente di quella con la chitarra acustica e i fiori nei capelli, e mi perdoneranno vecchie glorie come Stevie Nicks e Sean Ono Lennon se reputo le loro collaborazioni innocue rispetto a quelle con i rapper di cui sopra. Credo, in fin dei conti, che si tratti di puro e semplice effetto-noia: come accennavo, abbiamo già ascoltato fin troppe canzoni su questa falsariga e “Lust For Life”, quando sceglie di osare, offre decisamente di meglio.

Lana Del Rey ha scelto di cambiare pelle ma è finita per tornare sui suoi stessi passi e, a conti fatti, riproporre una brutta copia di se stessa. Certo, “Lust For Life” le consentirà di rimanere a galla in un panorama di voci femminili sempre più avido di talento. Ma il paragone con Lorde, giusto per citare un’artista affine uscita di recente, si rivela impietoso e rischia di smascherare la sua inettitudine al cambiamento (anche se ci viene a dire “change is a powerful thing, I feel it coming in me“, ormai le crediamo poco). Per la serie: il vintage è apprezzabile quando è pretesto per creare qualcosa di nuovo, di inedito. In caso contrario, rimane un involucro formalmente perfetto ma privo di linfa vitale. E Lana Del Rey, questa lezione, potrebbe davvero non impararla mai.


ABBIAMO PARLATO DI…

Lana Del Rey – Lust For Life
Pop
Interscope/Polydor, 2017

01. Love
02. Lust For Life (feat. The Weeknd)
03. 13 Beaches
04. Cherry
05. White Mustang
06. Summer Bummer (feat. A$AP Rocky and Playboi Carti)
07. Groupie Love (feat. A$AP Rocky)
08. In My Feelings
09. Coachella – Woodstock In My Mind
10. God Bless America – And All The Beautiful Women In It
11. When The World Was At War We Kept Dancing
12. Beautiful People Beautiful Problems (feat. Stevie Nicks)
13. Tomorrow Never Came (feat. Sean Ono Lennon)
14. Heroin
15. Change
16. Get Free

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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