Linkin Park, One More Light. Ma il voltaggio è bassissimo

linkin parkQuando essere entusiasti non ti fa vedere che stai andando verso un vicolo cieco.

Io sto con Chester Bennington quando inveisce contro gli ottusi irriducibili e ruggisce contro di loro “Scollatevi da ‘Hibyrd Theory’. Ci siamo evoluti e i Linkin Park non sono più così”. Giusto e sacrosanto: un artista, una band, ha l’imprescindibile diritto di evolversi, di cambiare stile, di provare nuove strade artistiche. Rispettabile la scelta di un cambio di rotta che può scontentare molti, ma che produce risultati dignitosi e degni di un certo rispetto.
Questo discorso vale per “A Thousand Suns”, apripista per il nuovo stile, “Living Things” e “The Hunting Party”. Questo discorso è da accantonare completamente per “One More Light”.
Mike Shinoda ha detto di essere entusiasta di aver avuto la possibilità di collaborare con tantissimi artisti e collaboratori esterni, e al coso si sono uniti tutti gli altri, da Phoenix allo stesso Chester. Il bello di collaborare con tante e diverse tipologie di artisti e produttori è poter acquisire nuove conoscenze, discernere quali qualità acquisire per arricchirsi e quali magari reputare interessanti ma non consone al proprio percorso artistico. Il guaio di collaborare con tante e diverse tipologie di artisti e produttori è essere attenti a saper gestire una così vasta diversità di approcci verso la musica. È un po’ come voler applicare la cucina molecolare mentre si prepara la parmigiana di melanzane della nonna. Sono due cose troppo distanti, di natura troppo diversa: è sempre cibo, ma due approcci che non possono trovare un incontro felice.

“One More Light” è l’incontro infelice dell’elettronica da sempre amata e mai nascosta dai Linkin Park e le tendenze fresche di chi l’elettronica la usa in altri contesti musicali. Lo ripetiamo, noi siamo con Chester e soci quando dicono che è necessario, vitale scrollarsi di dosso quello strabenedetto “Hybird Theory”, figlio di un contesto completamente diverso e solo prima tappa di una evoluzione sacrosanta e necessaria. Il problema è che “One More Light” è un deragliamento di un treno condotto da un macchinista che invece crede di aver compiuto una manovra tanto spavalda quanto avveniristica.
E invece no, proprio per nulla.
Shinoda nell’essere eccitato di avere a che fare con Pusha T, Stormzy e tutti quelli che vuoi, ma la trasformazione da rock elettronico a pop elettronico e per di più scialbo è un effetto collaterale di non poco conto. Una evoluzione con sperimentazioni anche molto pesanti è difficile, non basta essere solo delle spugne. I Muse ne sanno qualcosa, scontentando molti ma dando alle stampe album oggettivamente interessanti pur lontani dagli stilemi rock, pur essendo spesso mero manierismo ed esercizio di stile. Ma c’era un criterio e una coerenza di fondo in tutto il percorso dalle origini ad ora, piaccia o non piaccia. One More Light è invece slegato, un salto troppo pretenzioso in una direzione completamente sbagliata. Sia nel percorso artistico, sia nel percorso meramente qualitativo.
Non stiamo parlando di un esperimento assurdo per una band rock ma comunque riuscito: è un album brutto, che non dice nulla, che non graffia, ma nemmeno smuove qualcosa di opposto. Lascia indifferenti con una leggera sensazione di fastidio. One More Light è un disco brutto. Tutto qui.


ABBIAMO PARLATO DI…

llinkin park
Linkin Park – One More Light
Rock Elettronico
Warner, 2017

01. Nobody Can Save Me
02. Good Goodbye
03. Talking to Myself
04. Battle Symphony
05. Invisible
06. Heavy
07. Sorry for Now
08. Halfway Right
09. One More Light
10. Sharp Edges

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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