Lorde: il fascino, il trauma e il fottuto “Melodrama”

L’ex teen star neozelandese racconta l’amore e il tormento nel suo “Melodrama”.

 

Due grossi macigni gravano sulle spalle della gracile cantautrice neozelandese: il primo è “Pure Heroine”, album d’esordio pluripremiato e campione di incassi, pubblicato nel 2013 alla giovane età di 16 anni; il secondo è una frase che uno degli Dei della musica, David Bowie, le disse in privato durante una festa a New York dedicata all’attrice Tilda Swinton nel 2014: “You are the future of music”. È chiaro che le aspettative nei confronti del nuovo lavoro di Lorde si sono fatte enormi in virtù di questi presupposti e la cantautrice stessa non ha mancato negli anni successivi al rilascio di “Pure Heroine” di darci un assaggio della sua crescita musicale. In particolare ricordiamo con piacere la sua interpretazione di “Life on Mars?” ai Brit Awards del 2016 e la colonna sonora di “The Hunger Games: Mockingjay Part I” da lei curata, il cui singolo estratto “Yellow Flicker Beat” ha riscosso parecchio successo. La teenager prodigio di allora è finalmente cresciuta e l’attesissimo “Melodrama”, che giunge a quattro anni di distanza dall’album d’esordio, è il segno tangibile del suo cambiamento.

Dalla title-track viene lanciato un monito: “We told you this was Melodrama, you wanted something that we offered”. In realtà, di melodrammatico in questo album c’è ben poco, se non in senso ironico; anzi, si tratta un’opera nuda e autentica incentrata su una storia d’amore fallimentare. Lo so, vi starete dicendo che questo è il tema più abusato nella storia della musica e probabilmente condividerei volentieri lo stesso pensiero, non fosse che Lorde mette in scena un racconto originale, profondo e sincero, uno di quelli che consentono di immedesimarsi con il suo autore e che lasciano un segno profondo.

Abbandonata quell’attitudine tardo-adolescenziale, quasi distaccata, condivisa con band come The xx, Lorde sceglie di raccontarsi in modo più intimista ma al contempo leggero rispetto a “Pure Heroine”, spaziando da temi più soft come quello del “party” ad altri più intensi come il tormento amoroso alla “I can’t live with or without you”, citando gli U2. Emblematica in questo senso la ballad per soli piano e voce “Liability”, in cui Lorde confessa di percepire fama e successo come un peso ed una responsabilità nei confronti delle persone a lei vicine e si domanda se essi non siano un ostacolo al tentativo di vivere al massimo i propri sentimenti.

L’intero concept è disegnato come un cerchio che si apre con “Green Light” e si chiude con “Perfect Places”: la prima fa da copertina al racconto portato avanti da Lorde introducendoci ai temi approfonditi nei brani a seguire, dando voce al tormento e alla voglia di staccare la spina (“Thought you said that you would always be in love, But you’re not in love no more, Did it frighten you, How we kissed when we danced on the light up floor?”), mentre la seconda chiude il cerchio con una consapevolezza diversa, segnata da una certa amarezza (“Every night, I live and die, Meet somebody, take ‘em home, Let’s kiss and then take off our clothes, It’s just another graceless night”). Il tutto è perfettamente sintetizzato e anticipato nella copertina del disco, dipinta da Sam McKinniss nel suo atelier usando a modello le foto di un set fotografico di Lorde. L’artista, utilizzando uno stile post-impressionista, cattura le emozioni, l’energia di una giovane ragazza di vent’anni, comunicandole attraverso un uso sapiente del colore.

Musicalmente l’album si mostra originale e variopinto, a differenza di “Pure Heroine”, il cui più grosso difetto era la ripetitività. Le influenze vanno certamente rintracciate nell’enorme calderone electro-pop (Lorde stessa ammette di aver preso a riferimento “Dancing On My Own” della cantante svedese Robyn, che considera una delle migliori artiste del panorama), nell’hip-hop più sperimentale, ma anche nel pop più melodico e acustico. Lorde dimostra di essere maturata anche sotto questo punto di vista, riuscendo a fondere stili e strumenti a favore di interessanti arrangiamenti in crescendo, di cui gli esempi più riusciti sono “The Louvre” e “Sober II (Melodrama)”, dove un inizio quasi acustico sfuma in un tripudio di drum-machine e melodie di synth in maniera del tutto naturale. Anche vocalmente la cantautrice suona più tagliente ed emozionante che mai (complici alcuni arrangiamenti più scarni come quelli di “Liability” e “Writer In The Dark”), caratteristica apprezzabilissima in un panorama di voci sempre meno spontanee, artificiose.

Di artisti simili per sonorità se ne possono trovare molti ma Lorde dimostra un’attitudine e un talento nell’osare e giocare con la propria vocalità che stupisce e che lascia ben sperare per il futuro. “Melodrama” è tutt’altro che un album perfetto, ma arriva, arriva forte e chiaro, anche all’ascoltatore non necessariamente avvezzo a questo genere, e scusate se è poco al giorno d’oggi. Parafrasando le parole di Bowie, possiamo dire che il futuro forse non è ancora oggi, ma certamente Lorde ha fatto un importante passo in avanti. E chissà, un giorno la profezia del Duca Bianco potrebbe realmente avverarsi.


ABBIAMO PARLATO DI…

Lorde – Melodrama
Electro-Pop
Universal, 2017

01. Green Light
02. Sober
03. Homemade Dynamite
04. The Louvre
05. Liability
06. Hard Feelings/Loveless
07. Sober II (Melodrama)
08. Writer In The Dark
09. Supercut
10. Liability (Reprise)
11. Perfect Places

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