LP e Lost On You: suoni di speranza

Il nuovo album di Laura Pergolizzi mostra il lato più nobile e cantautoriale che la musica pop si auspica riesca a seguire nel prossimo futuro

 

Ultimamente sono meno pessimista. Forse sono diventato più saggio, forse sto solo invecchiando. Non credo più però che il mondo – musicalmente parlando, almeno – sia spacciato, condannato miseramente alle canzoni usa-e-getta eredi delle dorate hit anni ’80. Ricordo che nel mio periodo più negativo Mamma Maria veniva sempre da me ma le sue parole di saggezza non trovavano alcuno spazio nella mia vacua mente in cui veleggiava come unico sentimento l’invidia. Con le Sennheiser nelle orecchie passavo giorno e notte ad immaginarmi Lester Bangs seduto per terra come un maialotto sbraitante intento a recensire “Astral Weeks”. O “Raw Power” degli Stooges. O ancora i Godz, i Clash, i Count Five. Si, ne ero – per ovvie ragioni, oserei dire – invidioso. Del suo dono letterario, certo. Ma in realtà invidiavo, prima di ogni altra cosa, quell’infinita gamma di dischi nuovi che poteva penetrare fino alle membra con le sue falliche critiche. Insomma, quella sensazione di “novità” a cui prestare orecchio senza specifico timore. E fa quasi sorridere che lui era nel pieno del tutto e già si lamentava della pochezza. Io invece vivo negli anni della povertà musicale, di Rovazzi e di X-Factor, della sovrabbondanza e della siccità allo stesso tempo. Del gusto infimo, in poche parole. Cosa dovrei fare… impiccarmi? Che cristo Leslie, è vero che i fiori nascono dal letame ma qui stiamo esagerando. Il letamaio ha assunto dimensioni olimpioniche ed è talmente profondo che per trovare i nuovi lavori a malapena decenti della nostra nuova generazione devi fare una nuotata bella lunga e puzzolente.

Eppure – strano ma vero – a volte, preparandoti per l’immersione di routine con la solita nausea prevenuta, trovi invece lì a galleggiare vicino a te quel qualcosa che ti rincuora e che ti fa ancora sperare. Che ti fa ancora ascoltare. Sto parlando (vaneggiando?) del caso appena giunto alla mia attenzione del nuovo album “Lost On You” di Laura Pergolizzi, conosciuta ai più solo con le sue iniziali, LP. Riccioli scuri sugli occhi à la Dylan, look androgino à la Patti Smith, voce da brividi à la Linda Perry. La gavetta alle spalle di questa 35enne newyorchese ma di origini italiane (madre napoletana, padre mezzo siciliano e mezzo irlandese) che già da tempo scriveva hit per le big (Rihanna, Christina Aguilera e Cher sono solo gli esempi più famosi) è più che lunga e scavalca il decennio. Solo recentemente però, dai mesi caldi del “bellissimo” 2016 per la precisione, il suo talento inizia a raccogliere in giro per il mondo notevoli consensi di massa a livello internazionale, spinto dal singolo sbancatutto omonimo, apprezzabile antitesi dei tormentoni estivamente balenghi di Fedez e Alvaro Soler.

Ciò che immediatamente mi ha colpito è stata la distinta scelta stilistica delle dieci tracce in scaletta – cinque provenienti dall’Ep estivo “Death Valley”, quattro nuovi inediti e una curiosa riproposta, ossia “Into The Wild” – che recupera le sonorità più attuali e di moda non lontane da The Wind and The Wave e We are Twin, allantonandosi però paradossalmente dall’odierno panorama commerciale in favore di uno stile finalmente particolare e difficilmente catalogabile, molto vicino a quello che guida e sistema il muro sonoro in sostegno della suadente voce di una certa Florence Welch. La sensazione generale suggeritami dall’ascolto è che, se nel precedente “Forever For Know” (2014) si faticava ancora ad emergere completamente dal mare insidioso del già-sentito-o-non-memorabile e delle occasionali scivolate in Avril Lavigne style (“Levitator”), nonostante le potenti perle che già facevano intravedere le peculiarità più pure (“Salvation” e “Your Town”, in primis), è solo con questo quarto e ultimo album che LP sia riuscita ad imporsi con uno stampo facilmente e piacevolmente riconoscibile, fatto di momenti acustici e di altri più aggressivi, sempre coronati dagli onnipresenti fischi e dall’ukulele, ormai veri marchi di fabbrica. Le impressionanti parti vocali poi sono ovviamente il vero punto di forza – davvero superlative in “Strange” e in “Tightrope”- e confermano velocemente e senza dubbio il disco in questione come uno dei migliori episodi del volto più pulito del folk-pop dell’anno che si appresta a concludersi.

E dunque, tornando al discorso di apertura, citando nuovamente Bangs: “Se adesso nessuno suona una canzone che ti piace, be’, smettila di autocompiangerti, esplora il territorio e vedi se si riesce a capire la nostra prossima direzione”. Ecco, senza sbilanciarmi troppo sul futuro sempre radioso e da alta classifica della Pergolizzi, mi pare più che altamente pronosticabile su un piano più generale che la strada che il cantautorato pop più di razza imboccherà quantomeno per i mesi più vicini a questo freddo dicembre sarà proprio quella nella sua scia e in quella dei (pochi) fenomeni affini. E, devo ammetterlo per una volta, non mi pare affatto malvagia come cosa. Non c’è che dire.


ABBIAMO PARLATO DI…

LP – Lost On You
Folk Pop
X-Energy, Bmg Rights Management, 2016

01. Muddy Waters
02. Lost On You
03. Strange
04. Death Valley
05. Other People
06. No Witness
07. Up Against Me
08. Tightrope
09. Into The Wild
10. You Want It All

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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