Lunatic Soul: Fractured, fra rotture e rinascite

Mariusz Duda fonde disperazione e ottimismo sotto una stupefacente veste musicale.

A un certo punto arriva il momento di lasciarsi definitivamente il passato alle spalle. Andare avanti. Muoversi. Accogliere qualcosa di nuovo, di migliore.

A dare questo messaggio non è soltanto -in maniera più o meno esplicita- la traccia finale di Fractured, quel pulsante inno ai Depeche Mode farcito di vocals profondissime e di un succoso assolo di sax. Lo fa ogni elemento del quinto album di Lunatic Soul, a partire dai frammenti della copertina, per arrivare alla scelta cromatica che questa volta vede come tema dell’opera un urgentissimo e allarmante rosso (fractu-red; coincidenze? Io non credo), primo colore caldo dei cinque finora prescelti.

Fractured, tenendo fede al suo nome, è un album di quasi assoluta rottura col passato. Molto più di quanto lo fosse la dichiaratamente interlocutoria raccolta di strumentali dei Riverside, Eye of The Soundscape. È un’opera che affonda le sue radici in una sequenza apparentemente senza fine di terribili sventure individuali, nei dolorosi ricordi di affetti -per un motivo o per un altro- irrimediabilmente persi. Ed in quanto tale è una raccolta di canzoni che, tematicamente, abbandona la comfort-zone della terza persona, o dell’immedesimazione in fittizi protagonisti di concept: Mariusz Duda parla di se stesso e a se stesso, parla al padre scomparso e a ipotetici nuovi amori, si ripete mantra di incoraggiamento a voltar pagina, a lasciarsi alle spalle i demoni del passato. Ne viene fuori un racconto accorato, disperato ed irrimediabilmente triste, ma insospettabilmente, infine, ottimistico e romantico.

Ed è anche la musica a riflettere questo cambiamento e questa nuova labile positività, nel modo in cui si sviluppa e nel suo accogliere coloriture mai sperimentate prima. Intimo e autobiografico per com’è, Fractured diventa il primo album in una discografia ad essere interamente cantato (o quasi, se si considera come pseudo-strumentale il trip drum’n’bass della titletrack). E, così esasperatamente legato al tema del cambiamento e del riscatto, riesce a diventare a tratti irriconoscibile dal punto di vista musicale: le basi sintetiche e gli effetti vocali di Red Light Escape e Battlefield hanno un’eleganza trip-hop che parrebbe ispirarsi parecchio ai Portishead; la potentissima opener Blood on The Tightrope adagia su una elettronica pesantissima dei tastieroni dance anni ’80, apparentemente in forte debito con la produzione di Jean Michel Jarre; Anymore, sulla sua batteria sintetica e sul suo caratteristico riff a doppia linea basso+acustica, si lascia sedurre notevolmente da un’orecchiabilità tipicamente pop; una manciata di momenti topici, lungo le otto tracce, vengono sottolineati dalla pomposa grazia di un’inedita orchestra.

Tale quantità di nuovi elementi però non faccia pensare di trovarsi in presenza di un nuovo caso Steven Wilson / ABBA: sebbene cambi il setting e cambino le strumentazioni, il tono, specialmente quello vocale, resta quello di sempre, malinconico, appena appena sofferente. Non si scopre oggi, in fondo, che Duda sarebbe capace di leggere tutte le targhe a un incrocio e fare suonare il risultato come una struggente ballata. Semmai, anche sotto questo punto di vista, sono i dettagli e le sfumature a regalare qualcosa che mai prima d’ora s’era sentito: facendo tesoro degli esperimenti acustici (già riuscitissimi) di Time Travellers, A Thousand Shards of Heaven (prima di trasformarsi in un celestiale crescendo che potrebbe fare davvero scuola agli imbolsiti Anathema) si delinea per quasi cinque minuti come una rilassatissima, delicatissima canzone d’amore.

Parecchie altre sarebbero le parafrasi che servirebbero per raccontare esaustivamente questo quinto Lunatic Soul, ogni sua sfaccettatura e peculiarità: mi fermerò qui, tirando le somme con un paio di conclusioni che mi stanno davvero a cuore. La prima, da strimpellante bassista: quello su Crumbling Teeth and The Owl Eyes è un assolo di basso. Già, di basso: soffritene anche voi, colleghi di vocazione e sodali d’incapacità. La seconda, da suggestionabile ascoltatore: pochi altri album hanno avuto la capacità di colpirmi, di trovare con me una fortissima connessione umorale, come ha fatto Fractured. E sarò un tenerone io, ma ancora dopo il terzo ascolto di fila, quando Spotify mi ha suggerito una playlist intitolata “E adesso partyyyy”, sono propenso per un altro giro sulla giostra, un altro piantino.

Voi dategli una chance, provateci. Perché fa bene anche lasciarselo ribadire, che a un certo punto arriva il momento di lasciarsi definitivamente il passato alle spalle. Andare avanti. Muoversi. Accogliere qualcosa di nuovo, di migliore. Ne vale la pena. Cazzo, se ne vale la pena.


ABBIAMO PARLATO DI…

Lunatic Soul – Fractured
Prog Rock
KScope, 2017

01. Blood on The Tightrope
02. Anymore
03. Crumbling Teeth and The Owl Eyes
04. Red Light Escape
05. Fractured
06. A Thousand Shards of Heaven
07. Battlefield
08. Moving on

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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