Modi per sopravvivere parzialmente al weekend: The Weeknd

Afterhours e il suo pugno di canzoni degne in una valle di lacrime

Prima Can’t feel my face e poi Starboy hanno creato probabilmente un’immagine distorta di The Weeknd alle masse: sicuramente diversa da quella che viene fuori ripercorrendo la carriera del trentenne canadese, che esordiva con la raccolta (!) Trilogy nel 2012, con i capelli ancora alla Basquiat, e fondamentalmente interpretava il ruolo del bad boy sbronzo, stronzo, depresso e dannato.

Se c’è una cosa che emerge subito all’attenzione con questo suo sesto album, oltre alla copertina vagamente splatter, è appunto un’enorme distanza da quell’aria di versione ordinata su Wish di Bruno Mars, che Abel Tesfaye si è trovata appiccicata addosso praticamente sempre dopo aver toccato le vette delle classifiche.

Afterhours si porta sulle spalle il peso non indifferente di una delle cose più belle in assoluto uscite lo scorso anno, Blinding Lights, e del notturno chopiniano di sintetizzatori imbottiti di steroidi che è la ancor più pregevole After Hours.

E in un paio di occasioni lo regge, grazie sia ad alcune genialate romantiche come su Scared to Live (inclusa una “I hope you know that” che suona come una pseudo-citazione di sir Elton John), ma soprattutto al suo essere un perfetto manuale di produzione del nuovo millennio. Hardest to Love crea un tappeto di glitch da TG3 mal sintonizzato sotto voci malinconiche; Escape from LA amplifica la situazione ansiogena del secondo estratto e diventa perfetto pezzo urban per questo inizio di 2020, ideale colonna sonora per una passeggiata crepuscolare per strade deserte, morte nel cuore e autocertificazione nel portafogli.

 

Purtroppo però le buone notizie rimangono ben circoscritte, perché su tutto il resto della scaletta il buon Abel biascica banalità su basi pop-rap decisamente discutibili. A spiccare in pochezza, a mero titolo di esempio, le buffonate da LANY di In Your Eyes, o le similitudini manzoniane di Snowchild, dove in un impeto di revivalismo fantascientifico i testi si spingono fino all’imbarazzo di “She like my futuristic sounds in the new spaceship, futuristic sex, give her Philip K dick“.

Volendosi allargare quindi After Hours, dall’alto dei suoi quattro pezzi in croce perfetti e di un’eccedenza in cafonate, quasi potrebbe rivendicare il piedistallo di metafora di vita: un po’ come non accontentarsi di preliminari spettacolari in loco in discoteca, e andare a tardi fin su in casa della bella, dove ti aspetta trionfale il poster di Diego Fusaro.

Riccardo Coppola

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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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