Nick Cave si dà alla multimedialità: ancora una volta, con passione

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Il dolore per la scomparsa di un figlio, un volto scavato, un album di una bellezza immortale: fotografia (in bianco e nero) del Nick Cave del 2016.

 

Chi non è nuovo all’opera artistica di Nick Cave avrà sicuramente imparato a riconoscerne la cripticità, lo smodato uso di metafore, l’ossessione per il sacro e il profano, la personalissima messinscena dei drammi contemporanei. “The song, the song, the song it spins since 1984”: ce lo ricorda con la sua voce paterna, austeramente sussurrata su “Girl In Amber”, quasi a voler disegnare un varco spazio-temporale che dal debutto solista – uscito proprio in quell’epoca – ci catapulti direttamente nel 2016. Trentadue anni di passioni, deliri, dipendenze, vita e morte: fotogrammi che si susseguono all’impazzata come nel più cinematografico dei flashback. Alberi scheletrici. Fantasmi dell’era tecnologica. Gelide scritte verdi digitate su un alienante schermo nero.

E di (grandi) schermi, il “Re Inchiostro” se ne intende da un pezzo. Iain Forsyth, Jane Pollard e la loro cinepresa furono compagni rassicuranti ai tempi del docu-film “20.000 Days on Earth”, controparte visiva del capolavoro “Push The Sky Away”. Altrettanto non riusciamo a dire del pur ottimo Andrew Dominik, che già nel 2007 aveva scelto la premiata ditta Nick Cave – Warren Ellis per la colonna sonora de “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” e che oggi immortala il Nostro nel pieno delle registrazioni di “Skeleton Tree”, mostrando al mondo il volto scavato dell’artista a pochi mesi dalla tragica scomparsa del figlio quindicenne Arthur. Fidato confessore? Molestatore? Chissà come deve essersi sentito il regista australiano mentre il cantautore gli raccontava la sua condizione di “monumento malconcio”. Di certo, le immagini della nuova pellicola “One More Time With Feeling”, così intimistiche nel loro bianco e nero predominante, così poetiche nell’alternarnza delle sequenze, ci hanno fatto sentire più di una volta di troppo. Di troppo di fronte al dolore, di troppo di fronte alla vita familiare di un uomo messa così genuinamente a nudo, di troppo persino di fronte all’Arte stessa. Non sappiamo ancora se ringraziare o meno il buon Dominik per questa escalation di emozioni. Eppure “qualcuno deve cantare le stelle, qualcuno deve cantare la pioggia, qualcuno deve cantare il dolore, qualcuno deve cantare il sangue“; se tanto può bastare, meglio lasciar da parte i sensi di colpa e pensare che Nick ci abbia voluti con sé fin dall’inizio, come spettatori inermi di questo triste viaggio.

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Potremmo mai prendercela con lui? Forse, ma non riusciremmo a non lodare quella coerenza e quella dedizione che da anni lo tengono lontano dal rischio di dare alle stampe prodotti discografici di basso profilo. “Skeleton Trees”, nonostante i tempi bui in cui è stato partorito, non fa eccezione. Warren Ellis, onnipresente in studio, è geniale nell’offrire al Maestro i loop su cui improvvisare i suoi sermoni apocalittici. Pochi archi funerei e chitarre acustiche appena accarezzate vanno ad arricchire un quadro di per sé già scarno e minimalista. Qua e là spunta un pianoforte impolverato. L’elettronica è torbida, come e ancor più che in un moderno blues firmato Mark Lanegan. La voce di Nick Cave trema in più occasioni, ma sovrasta ogni strumento nella sua solennità baritonale. E se gli otto brani del disco non brillano di luce propria, è solamente perché sono immersi in un’oscurità dalla quale è difficile riemergere. “They told us our Gods would outlive us / They told us our dreams would outlive us / But they lied“: lapidario come pochi altri, il sentore di morte spazza via quei pochi secondi di luminosità affidati al canto del soprano Else Torp su “Distant Sky”.

Qualcosa è cambiato per sempre nella musica di Nick Cave? Difficile dirlo. Difficile stabilire quale sarà il suo futuro, quand’è così difficile inquadrarne il presente. In “One More Time With Feeling” Nick ripete, come in un mantra disperato, che il dolore e la tragedia umana non hanno avuto alcun effetto salvifico sulla sua ispirazione. Ma tutti noi sappiamo che “Skeleton Tree” possiede la bellezza immortale dell’arte cimiteriale. Una bellezza che è necessario ammirare, con un forte senso di soggezione. Tutto ciò che resta è Silenzio.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
Singer-Songwriter
Bad Seeds Ltd., 2016

01. Jesus Alone
02. Rings of Saturn
03. Girl in Amber
04. Magneto
05. Anthrocene
06. I Need You
07. Distant Sky
08. Skeleton Tree

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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