Roger Waters: giorni di un futuro passato

roger waters“Is This The Life You Really Want?” – Nuove realtà watersiane, forse vecchie da un pezzo.

Questa mattina, mentre inserivo trepidante nello stereo il nuovo lavoro da solista di Roger Waters (il primo dopo qualcosa come un quarto di secolo da quel luculliano “Amused To Death”, non so se mi spiego) è successo qualcosa. La causa di tutto, in un déjà-vu terribilmente vicino alle dinamiche del Doc Brown del 1955 (Grande Waters!), fu un oggetto dapprima non meglio identificato e stracolmo di polvere, usato per tenere in bolla la scrivania scalcagnata, contro cui sbattei in modo ultra-violento il mignolo del piede. Finito l’ordinario repertorio di imprecazioni, mi chinai per vedere di che diavolo si trattasse: “Rattle That Lock”, con la copertina in mille pezzi e una riga che correva selvaggia sul dorso. Impossibile. No ragazzi, è impossibile. Una coincidenza troppo sospetta. All’inizio pensai che fosse semplicemente il karma gilmouriano che finalmente è venuto a prendermi. Poi ebbi la rivelazione, dettata dal ragionar razionale davanti al poster-santino di Stranger Things sopra gli altri vinili: la divinità barrettiana che-tutto-sa-e-tutto-controlla è magnanimamente giunta come l’Arcangelo Gabriele (non per ingravidarmi ma) per avvertirmi in tempo, di prestare attenzione e di non farmi infinocchiare anche questa volta, vittima dei soliti snobismi intellettuali, delle sensazioni a caldo e dell’amore incondizionato per il cocciuto strumentista britannico.

Questa dunque la genesi del mio ascolto di “This Is The Life We Really Want?” e dell’articolo che segue dedicato ad esso, con i cocci di Gilmour in mano, le immancabili cuffie che hanno seguito quel Precision in lungo e in largo e la volontà di non perdonare più nulla a nessuno, data la fiducia riposta tante (troppe?) volte e i tanti (si, questi troppi) soldi spesi.

roger waters

Va da sé che fu alquanto naturale rendersi conto, con l’uscita poi non così distante dei lavori degli ex-colleghi, di quanto siano evidenti, nel bene e nel male, le notevoli differenze tra i due, primo su tutti il peso diverso che entrambi davano alla musica e al testo. Da un lato, Ruggero-Golia che vuole narrare, urlare e scuotere (notare le radio/tv onnipresenti), dall’altro il buon Davide che pennella quadri sonori. In fondo, all’incirca è sempre stato così, dall’alba dei tempi: Roger per le parole; David e Rick per le note; Nick… per le Ferrari.

Ecco spiegato in poche parole perché nei lavori del chitarrista si avverte ancora oggi in minima parte l’aura floydiana, pur mancando la scure poetica del paparino di “The Wall”, mentre nei lavori di quest’ultimo manca QUELLA sinfonia musicale che ha fatto scuola negli anni. Semplicemente ad entrambi mancano gli altri. E noi dobbiamo farcene una ragione. “Quei” Pink Floyd sono belli che andati da “The Final Cut”. Se vogliamo fare i saccenti con la faccia da sberle, potremmo dire che hanno smesso di esistere come band addirittura dai tempi di “Animals”. Ma probabilmente la verità più profonda è che la loro anima più raffinata in fin dei conti spirò ancor prima, tra i tanti acidi, quel 28 gennaio di cinque decenni fa, in quel di Hastings. Sad but true.

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Ad ogni modo, forse sarebbe meglio farsene comunque una ragione anche per Roger. In quest’ultimo lavoro – prodotto dal rampante Nigel Godrich – infatti, la solita volontà di rimescolare le carte rosa con suoni moderni conduce a risultati di certo non memorabili. Cosicché, sin dall’entrata alla camomilla di “When We Where Young” che ricorda con le sue voci soffuse una certa “Speak To Me”, la brutta abitudine condivisa con Gilmour di pescare a casaccio dal vecchio calderone per tingere le nuove pareti finisce per apparire troppo limpida e meschina. E capisco benissimo che è sempre stato un uomo di parole e non di musica (casomai di sublimi suggestioni sonore); mica chiedevo infatti un salto à la Wright di “Broken China” (l’unico che ebbe le palle di azzardare sul serio qualcosa di diverso), ma almeno non il solito mix melodicamente vuoto di pulsazioni, voci dei mass media, rumori orrorifici e spiccicati delay. Invece – ahimè – anche questa volta è esattamente così. Soltanto che a questo giro, probabilmente (anzi, sicuramente) frutto della produzione e degli arrangiamenti godrichiani, vi sono in canna degli innesti forestieri: la title-track per esempio rimanda a tratti ad un Bowie di “Where Are We Know?”, con un vestito bianco sporcato di (fastidiose) macchie Radiohead, mentre sull’onesta “Broken Bones” domina l’antica ombra di Dylan e della sua “Chimes of Freedom”. Morale? Un marasma di incomprensione e di sbadigli.

A quanto pare però Roger tira fuori il meglio di sé (o, quantomeno, l’orgoglio) quando vi sono di mezzo i sentimenti, e il suo cuore romantico salva tutta la baracca paradossalmente con dei lenti episodi brillantemente ispirati – “The Most Beautiful Girl” e “Wait for Her” (il cui attacco di piano vale oro) – e delle intuizioni encomiabili, su tutti quelle lunghe pause sugli accordi di Si e Fa#, tenuti il doppio degli altri, in “The Last Refugee”, tanto attraenti quanto inusuali. E quello è un gran pezzo, altro che balle.

Insomma, “This Is The Life We Really Want?” comunque merita un ascolto. Anzi più di uno, dato che dal secondo già si prende meglio, chiaro segnale che non si tratta di un lavoro banale. Arieggia tiranno però il senso di già sentito e di vacua mancanza, come se quello che Roger Waters avesse di nuovo da dire fosse davvero racchiuso soltanto nei testi, che furoreggiano contro maiali rosa saliti al potere. Parole, discorsi, sermoni, nient’altro, se non poi tratti impervi di noia e tanto mestiere. E, badate, io sono uno di quei poveracci tirati su da Zimmerman, quindi non venitemi a dire che non sappia quanto sia importante la padronanza verbosa. Servirebbe semplicemente un tocco in più. E chi vuol intendere, intenda.
Detto questo, lungi da me la dura condanna. E’ chiara, del resto, in Waters la voglia di sporcarsi ancora le mani e di trasmettere anche alle nuove generazioni i suoi messaggi con i mezzi più moderni, tanto da venire a patti con un impronosticabile cantautorato folk-rock. Ed è un gesto che in fondo rispetto. In virtù di ciò, mi permetto soltanto di dire in conclusione che se questo machiavellico manuale in musica fosse uscito davvero in forma di libretto politicizzato, sicuramente sarebbe venuto fuori meglio. Di sicuro avrebbe avuto maggiore incisività.


ABBIAMO PARLATO DI…

roger waters
Roger Waters – Is This The Life We Really Want?
Folk Rock
Columbia, 2017

01. When We Were Young
02. Déjà Vu
03. The Last Refugee
04. Picture That
05. Broken Bones
06. Is This The Life We Really Want?
07. Bird In A Gale
08. The Most Beautiful Girl
09. Smell The Roses
10. Wait For Her
11. Oceans Apart
12. Part Of Me Died

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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