Royal Blood: come siamo diventati così facili da accontentare?

“How Did We Get So Dark?”, e la perseveranza della mediocrità ad alto volume.

Da anni dico che possiedo -usare la parola suono forse sarebbe una presuntuosa esagerazione- un basso elettrico. Quando tre anni fa i Royal Blood vennero fuori praticamente dal nulla e nel giro di settimane si trovarono circondati di una nuvola di hype più spessa dello smog umido che c’è per ora nel nord Italia, rimasi estremamente colpito dal modus sonandi di questa band britannica. Da quel modo di Mike Kerr di tenere in piedi sia la sezione solistica che ritmica facendo uscire due linee dal suo basso; dall’energia che Ben Thatcher metteva in ogni pezzo, dando la sensazione di far sentire il rumore di pelli sfondate. Bastò ad ottundere i miei sensi di recensore per qualche momento (ai tempi scrivevo per un magazine con i votini numerici) ma alla fine tornai sui miei passi. Diedi loro un politico 6.5, mentre loro andavano a riempire Glastonbury e la stampa impazziva. Per me però erano tutto meno che la next big thing del rock. Ho pensato di essere un incompetente.

La storiella nostalgica è fondamentale perché, dopo tre anni, dei Royal Blood ho completamente perso anche l’effetto sorpresa. E ne sono stato anch eccessivamente vittima, probabilmente, al nostro primo appuntamento. Ho verificato quest’ultima affermazione somministrandoli a una persona che mio malgrado conosco, che suona a sua volta strumenti a quattro corde, e che è rimasta -per usare un eufemismo- un po’ più tiepida di me: “Sono cazzate che non capisco. Come Jack White che effetta la chitarra per farla suonare come un basso. Cazzo ma suona un basso porc*****. Due soldi ce li hai no? Compratelo un cazzo di basso”. Questa ritrovata epifania di freddezza mi permette di approcciarmi a How did we get so dark? con la confidenza di non essere vittima del fascino acchiappone di una band disegnata per avere successo (ci ricordiamo che gli Arctic Monkeys avevano le loro magliette prima ancora che ne uscissero i singoli?) la cui proposta musicale, all’atto pratico, è di una mediocrità agghiacciante.

Sicuramente encomiabili per la radicata assenza di fronzoli, i Royal Blood infatti attingono a una tavolozza sonora spaventosamente vuota, con eccessiva confidenza nella logica che volumi e compressioni spropositate possano nascondere un’assenza di idee radicata e inconfutabile. Differenziandosi l’uno dall’altro sulla base dell’essere soltanto ricoperti dal fuzz oppure annegati in esso, i riff di questo secondo album sono una educatissima carbon copy di quelli dell’esordio eponimo, a loro volta evidenti scimmiottamenti dei più basilari estratti dal portfolio dei Queens of the Stone Age o dei White Stripes. Ma il dramma è che anche l’energia sembra leggermente in calo, e nessuno dei dieci pezzi riesce a raggiungere l’ignorantissima potenza di una Little Monster: non ce la fa She’s Creeping, che abbassa le accordature e si fa vagamente sleaze sui ritornelli in falsetto; non ce la fa Where Are You Now?, malgrado il suo riffone che pare tributare sia Barracuda sia Jimmy Page (che per qualche motivo della band si è detto endorser); non ce la fa Don’t Tell, che la butta sulla languidità piaciona e su scolastici falsetti e assolini da power-ballad.

How did we get so dark? dura poco più di 35 minuti, poco più degli album dei Clash più lunghi, ha tempi molto spediti; eppure sembra durare tantissimo. E soprattutto non lascia davvero nulla se non un pastone confuso di distorsioni, sì ascrivibili al Royal Blood-sound e riconoscibili, ma mai capaci di far breccia nel cervello per entrare in quello scomparto dedicato alle melodie memorabili. La cosa che mi ricorderò con più piacere dell’ascolto dell’album sarà senz’altro il fatto che, una volta finito il playback, Spotify mi abbia mandato in cuffia i Catfish and the Bottlemen. E ribadisco, i Catfish and the Bottlemen. Forte di questa nuova esperienza e della rivalutazione della precedente, mi permetto di fare il metaforico e paragonare il duo britannico a una donna molto bella che però ti parla soltanto di buffonate riguardo scarpe e make-up. E lo fa a voce molto alta. Potrà anche stordirti al primo dialogo, ma al secondo non potrà che romperti i coglioni. E per quanto riguarda tutto il baillamme mediatico veramente euforico di cui ho già parlato, dirò soltanto: io non capisco.


ABBIAMO PARLATO DI…

Royal Blood – How Did We Get So Dark?
Alternative / Garage Rock
2017, Imperial Galactic

01. How did we get so dark?
02. Lights Out
03. I only lie when I love you
04. She’s Creeping
05. Look Like You Know
06. Where Are You Now?
07. Don’t Tell
08. Hook, Line & Sinker
09. Hole In Your Heart
10. Sleep


Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

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