Sorceress, e il compimento della metamorfosi progressive degli Opeth

opeth_sorceress_img1

Un altro deciso e irreversibile passo nel tortuoso labirinto del progressive vintage.

 

Per una volta partiamo dalla fine, solo per un attimo. E’ successo. E’ successo veramente. Per la prima volta in dieci anni, ho ascoltato una canzone degli Opeth e mi sono chiesto se stessi effettivamente ascoltando gli Opeth. Poi ho ascoltato la canzone successiva, e mi sono chiesto ancora una volta se stessi effettivamente ascoltando gli Opeth. Non ho creduto al mio stesso stupore. Le ho riascoltate. Ho avuto conferma della mia prima impressione. E’ successo davvero.

Torniamo indietro. Si sapeva già che il baracchino polietnico di Akerfeldt di buono ha sempre avuto una discreta costanza. Non tanto da essere una band prolifica, non come mitragliatori di dischi progressive come Steven Wilson & i suoi svariati progetti, per intenderci. Ma comunque pubblicano da tempo un dischetto ogni due anni, o qualcosa del genere. In sostanza erano solo 5 anni fa che si consumava quello che per parecchi è stato il dramma della vita: Akerfeldt, che forse non ce la faceva più, forse s’era rotto le balle, decideva di smettere di growlare. Usciva Heritage. Aveva una copertina bella colorata sui toni del rosso, era una cosa strana. Non aveva distorsioni selvagge. Non aveva growl, appunto, ed era un disco particolarmente lento. Ma era al tempo stesso un disco innegabilmente Opeth: come c’era del prog in ogni sbudellata opera dei primordi, c’erano ombre di death, nel senso di morte, macabro e grottesco, anche in Heritage. La gente ovviamente impazzì, chi gridò al tradimento, chi gridò all’avvento dei nuovi King Crimson. Anche se erano quelli di sempre, più compassati, più educati, più clean. Poi nel 2014 è la volta di Pale Communion. Nessuna rivoluzione, le suite che si allungano, le partiture che si complicano, i ritmi che come fisarmoniche vanno dall’allegretto andante al gravissimo, l’anima che resta sempre quella. Un po’ malinconica, un po’ macabra, un po’ grottesca. Ma sempre più clean.

opeth_sorceress_img2

E poi a fine settembre ci si ritrova fra le mani e nelle cuffie Sorceress. Un disco con un pavone col becco grondante sangue in copertina: ci risiamo. Anticipato da un singolo che c’ha dei breakdown che nemmeno i Periphery, dei giri più luminosi che paiono i Deep Purple, e poi l’immancabile riff di default – quello, per intenderci, sia di The Devil’s Orchard che di Cusp Of Eternity: e va bè. Poi però le cose cambiano. Perché da qualche parte appare anche un gusto per il rinascimentale, declinato in power ballad all’acustica chiuse in assoli blues a doppia chitarra. Perché il casino da The Funeral Portrait che affiora in Chrysalis lascia presto spazio a momenti di rilassatezza pseudo-ambient, che starebbero bene tra un brano e l’altro dei Porcupine Tree (ah Steven, sempre tu). Perché poi, come anticipato in apertura d’articolo, arrivano in serie A Fleeting Glance ed Era, e quasi non si capisce più che gruppo si stia ascoltando. Finiscono le (solite) sviolinate arabeggianti e arrivano due minuti di prog giocoso, con coda solistica da conservare in vetrina accanto al migliore David Gilmour. E poi ancora un allegrissimo up-tempo, dove falsetti pop incontrano con incomprensibile grazia la barbarie del blast beat. Ma è bello. Cose strane.

In realtà doveva finire così, era giusto che finisse così, e non a caso questi highlights sono alla fine di un disco comunque solido, poliedrico e convincente nella sua interezza. Akerfeldt ha trollato tutti i fan, vecchi e nuovi, con un singolo che più burrascoso non si poteva: ma i vecchi Opeth, quelli giovani (adolescenziali, anche), incazzati e belluini, non potevano tornare. Sarebbero stati degli anacronismi viventi: una pagliacciata, come dichiarato in interviste dallo stesso vocalist. Sorceress è l’ennesimo punto d’arrivo dell’evoluzione di una band dall’animo inconfondibile, ma dalla creatività (e dalla perizia tecnica, anche) che hanno ben pochi eguali nell’intero panorama musicale. Ed è probabilmente il miglior album possibile che dalla band potesse arrivare in questo momento: non un terremoto come Heritage, non una placida e pedissequa prosecuzione come Pale Communion. Bensì una solida, attesa conferma, costellata di piccoli scossoni, e di piccolissime, ma meravigliose, sorprese.


ABBIAMO PARLATO DI…

opeth_sorceress_img_3

Opeth – Sorceress
Progressive Rock
Nuclear Blast, 2016

01. Persephone
02. Sorceress
03. The Wilde Flowers
04. Will O The Wisp
05. Chrysalis
06. Sorceress 2
07. The Seventh Soujourn
08. Strange Brew
09. A Fleeting Glance
10. Era
11. Persephone (Slight Return)
12. The Ward

 

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *