Steven Wilson, “To The Bone” – C’è speranza anche per il prog

Il genio britannico progredisce smettendo d’essere prog. Haters gonna hate: poveracci.

Lo metto in chiaro fin da subito, per chi avesse di meglio da fare. Un TL;DR anticipato. To The Bone è un capolavoro. Un disco cui chiunque si sia mai avvicinato al rock (ma non soltanto) anche per sbaglio deve dedicare un’oretta della sua vita. Fatelo, non leggete le cazzate che seguono. Prego.

Veicolato il messaggio che mi premeva veicolare, cercherò di esprimere con parole un po’ meno sintetiche il mio stato di stupore dopo aver flirtato (svariate volte, a dire il vero) con il quinto studio album del britannico geniaccio. Il più controverso della sua carriera, sicuramente, che aveva sollevato polveroni di scetticismo già mesi prima di uscire: l’approdo a una major label malgrado una label l’abbia Wilson stesso, i singoli leggerissimi e colorati, il tradimento del prog, addirittura l’incredibile follia di sorridere in un video. SW è cambiato, non è più lui. “E i Porcupine Tree? Chi non rivorrebbe i Porcupine Tree invece di questa roba pop? O meglio ancora dance?”. Il tipico berciare di fanatici prog integralisti che si eccitano quando il loro paradisiaco angoletto di confortevoli banalità viene rinverdito da Neal Morse, o dai The Tangent. Le solite stronzate. To The Bone, alla faccia loro, porta a compimento quel processo che Steven (ma non soltanto lui) ha coltivato per una decina abbondante d’anni: cercare per davvero il progresso smettendo quasi completamente di essere prog. E’ forse la prima volta che succede per davvero. Per questo motivo cercherò di descriverlo senza usare (più) le seguenti parole jolly care ai veri o presunti aficionados che tanto si sentono traditi: prog, progressive, complessità, assolo, suite, tecnica, virtuosismo, onanismi chitarristici, tempi dispari, commercialata, svendersi, Yes degli anni ’80, Genesis degli anni ’80, Leonardo Bonucci, Despacito.

Preferisco togliermi un ipotetico cappello e limitarmi a riconoscere (pur non essendomi mai prima d’ora professato un suo fan sfegatato, anzi) che Steven Wilson è, della scena che bazzica, il più grande e autentico genio. Perché prima ancora di essere un musicista, un cantante e un compositore di primo piano, è essenzialmente uno storyteller: un efficacissimo, fenomenale storyteller. Si vuole raccontare un cupo canzoniere che parla di straccioni, evangelisti e cadaveri? Ecco che viene fuori The Raven that Refused to Sing. C’è nel calderone una storia femminilissima di depressione e abbandono? Ecco hand.cannot.erase. Questa volta c’è una storia quanto mai radicata nel sociale e nel presente, sclerotica e fondamentalista, alienata ed esasperata: il risultato è appunto To The Bone. Con la sua copertina da Instagram Story, con il suo sound patinato e brillante e lievemente sintetico, con le sue amare ma lucidissime elucubrazioni sulla società contemporanea. Privilegiando il significato sul significante, Wilson non parte dal presupposto di rendere credibile una raccolta prefabbricata di cambi di tempo e di bridge stupefacenti (che ci sono, comunque), ma viceversa attinge a una tavolozza di colori sconfinata, assecondando la sua storia, regalandole gli esatti connotati di cui ha bisogno. Non serve il basso di Luminol o la chitarra di Ancestral per raggiungere una perfezione quasi cinematografica; sarebbero anzi un surplus, una sovrastruttura superflua. Rimpiangerli, o chiederli ancora a gran voce, sarebbe come rimproverare Nolan di non avere riproposto la batmobile anche in Dunkirk.

To Te Bone, in Refuge, dà una voce autentica a lettere d’amore, appena bagnate dalla speranza di chi fugge dalla propria casa, sottolineando prima con l’elettronica, poi col piano e infine con un’esplosione sonica d’enorme intensità (con un assolo d’armonica, col basso che tiene la melodia mentre la chitarra fa un elegante casino) le parole di un rifugiato. Parla, in modo in realtà insospettabilmente leggero, di disadattati astenici casi umani stanchi di Facebook ma anche di se stessi, nello stupendo duetto con l’immancabile Ninet Tayeb su Pariah. Lascia pulsare un’elettronica da Massive Attack mentre vengono confessate ossessioni sessuali a denti stretti (questa volta con l’aiuto della svizzera Sophie Hunger), prima d’aprire alla grazia di un quartetto d’archi. Sul climax assoluto dell’album, Detonation, quella che nasce come una preghiera si trasforma prima in una bestemmia, poi in un inquietante e assurdamente sarcastico punto di vista interno alla jihad, mentre gli strumenti rumoreggiano (per l’unica volta sull’album) in quella che sembra una psichedelica jam.

Certo, trattasi sempre di Steven Wilson, e l’asservimento alla forma canzone (già evidente nei minutaggi delle tracce, mai oltre i 9 minuti: è un traguardone) non significa che ogni singolo brano non sia di una ricercatezza estrema: è un album che riesce a prendere il meglio della leggerezza quasi dancy di una sequela infinita di glorie dell’art-rock (da Phil Collins ai Talk Talk, passando per i Bee Gees), che trova spazio per una consapevole tamarrata da bollywood (il discusso singolo Permanating) ma anche per cioccolatini di folk minimale su basi di flauto. Quel che colpisce, e che dà enormi soddisfazioni, è come ogni singolo pezzo riesca a vivere in maniera indipendente dagli altri, sfidando qualsiasi forma di catalogazione e raggiungendo una perfezione pop -nel senso di immediata fruibilità, di facile coinvolgimento, non di superficiale assenza di contenuti- che Wilson non aveva mai sfiorato prima d’ora. Ma è altrettanto incredibile il commiato che l’album riesce a dare, se assecondato per intero nelle sue evoluzioni fino al “don’t be afraid to die, don’t be afraid to be alive” della conclusiva Song of The Unborn: un forte, definitivo messaggio positivo, di vita, di speranza malgrado tutte le tremende nefandezze precedentemente raccontate, lasciato come se Wilson fosse consapevole di avere trovato in To The Bone il suo manifesto e volesse per la prima volta spargere un po’ di ottimismo. Io, che d’indole sono un po’ più negativo e meno permeabile a sorridenti incoraggiamenti, mi limito a coglierne una parafrasi del tutto musicale, e a gioire del fatto che ci sia ancora qualche speranza perché il prog sia veramente prog. E scusatemi, se ci sono ricascato.


ABBIAMO PARLATO DI…

Steven Wilson – To The Bone
Prog Pop
Caroline Distribution, 2017

01. To the Bone 
02. Nowhere Now 
03. Pariah 
04. The Same Asylum as Before 
05. Refuge 
06. Permanating 
07. Blank Tapes 
08. People Who Eat Darkness 
09. Song of I 
10. Detonation 
11. Song of Unborn

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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4 commenti

  1. parli tanto, troppo, nemmeno i musicisti ci hai detto

  2. Un analisi in cui l’unica cosa che in realtà risalta è la boria dell’analista.

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