The Optimist: cari Anathema, c’è un limite anche all’essere innamorati

Luminose monocromie e un romanticismo che comincia a esasperare

Ah, le pubblicità ingannevoli! Per qualche insondabile ragione la KScope ha cercato di vendere questo dischetto, che tra le altre cose si chiama The Optimist, come il più oscuro album mai scritto dagli Anathema. Sono stronzate. Mentono ben sapendo di mentire. Ve lo siete forse dimenticati The Silent Enigma? I Cavanagh e compagnia, oggi, sono sempre sognanti, luminosi, innamoratissimi. Per cui, per tutti quei metallari ancora tramortiti dalla deriva millennial mollissima dei loro ex idoli, la delusione dopo tale annuncio potrà essere cocente. E invece, per tutti coloro che dopo anni di assoluto gaudente giubilo vedessero dietro quei fari una vitale ricombinazione portatrice di nuove belle cose? Temo di dover dire che sarà lo stesso.

Intendiamoci: il prog rock (se ha ancor senso chiamarlo così) degli Anathema è e resta un genere a se stante. E’ assoluto controfiletto in un universo in cui il 90% dei concorrenti -anche blasonati- impastano da decenni lo stesso macinato di idee stanche, di atmosfere fintamente meditabonde e di linee di chitarra ritardate dalle effettistiche. The Optimist spara appunto in apertura (dopo un’intro superflua che richiama in maniera sicuramente inconsapevole l’inizio di Out of Myself dei Riverside) un paio di pezzi da novanta clamorosi: la prepotente galoppata di Leaving It Behind, un po’ troppo omologa a Thin Air forse, ma impreziosita da un incredibile cioccolatino di darkwave (perché diamine così corto?!); la delizia Endless Ways, che introduce giri di chitarre pizzicati da M83 (quelli bravi) su manti di elettronica e colpi di grancassa serrati e asimmetrici, sotto un crescendo di voce femminile di solita enorme intensità. Esattamente il wow-effect che ci si aspetterebbe.

Fatto sta però che nel resto del disco le trovate perdono di stupefacenza, e ogni singolo pezzo sembra strutturarsi su un triste canovaccio bifasico che mi piace sintetizzare così: (1) gli Anathema che provano a non fare gli Anathema ma sembrano essere i primi a rendersi conto che non è possibile, e di conseguenza cincischiano senza convinzione alcuna; (2) gli Anathema che, miseramente sconfitti, ci ripensano e si affidano al crescendo tattico tornando ad essere, in maniera noiosa ed esasperante, gli Anathema. E questo accade dopo l’inqualificabile biascichio di Can’t Let Go, dopo i mugugni mulipli di Wildfires, dopo l’arena-rock pianistico di Back To The Start. Non succede -ma qua si apre un discorso a parte- solo su Ghosts e Close Your Eyes, dove però la voce di Lee Douglas si mette tanto al centro della scena (prima in una robetta praticamente da hall d’albergo, poi in un jazz molto raffinato) da spingere a controllare se non si stia ascoltando un suo album da solista.

The Optimist, volendo lasciar perdere la delusa efferatezza dei precedenti paragrafi, non è in realtà del tutto malvagio, e nemmeno del tutto mediocre. Paga però in maniera enorme l’essere il quarto di un filotto interminabile di dischi che, comunque la si veda, suonano un po’ tutti uguali, che lasciano sempre lo stesso prepotente retrogusto di dolcificante di un litro e mezzo di Coca Cola Zero. Calda. E dove Distant Satellites riusciva a salvarsi, qui si aggiunge una certa mollezza e un calo drastico di ispirazione, che mi fa sentire meno colpevole a dare -per la prima volta- ragione a chi definisce gli Anathema di oggi come prolissi e pallosi. E se penso che stanno per uscire quasi in contemporanea con Steven Wilson, che con Pariah ha dato praticamente un saggio perfetto di prog pop, credo mi dispiaccia anche un pochino per loro. Più di un pochino.


ABBIAMO PARLATO DI…

Anathema – The Optimist
Prog Rock / Dream Pop
KScope, 2017

01. 32.63N 117.14W
02. Leaving It Behind
03. Endless Ways
04. The Optimist
05. San Francisco
06. Springfield
07. Ghosts
08. Can’t Let Go
09. Close Your Eyes
10. Wildfires
11. Back To The Start

Riccardo Coppola

About

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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