Tori Amos: (dolorosa) cronaca di un disastro annunciato

Il ritrovato contatto con la natura non riesce a salvare Tori Amos da un tremendo calo di ispirazione.

 

C’è stato un tempo in cui la Rossa era considerata la cantautrice simbolo di un decennio, insieme a Pj Harvey e Björk. Era l’epoca dei fantasmi da esorcizzare, dei dialoghi privati con misteriose divinità pagane, di un modernismo sui generis in cui la donna assurgeva a forza creatrice e vitale, capace di generare arte tramite furenti amplessi con i tasti bianchi e neri del pianoforte. Il sottoscritto, rapito dalla dolce malinconia di “Winter” e dalla posata schizofrenia di “Cornflake Girl”, ha amato alla follia tutto ciò che Myra Ellen ha composto nei suoi primi, folgoranti parti discografici, fino a considerarla alla stregua di una Dea del pentagramma. Ma stiamo parliamo degli anni 90; di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata parecchia e l’artista di un tempo è un lontano ricordo a cui guardare con nostalgica amarezza. Oggi ho tra le mani il suo undicesimo album di inediti (il quindicesimo, se consideriamo raccolte di cover e rivisitazioni orchestrali) ma lo stomaco si contorce e la sensazione di rigetto è più forte che mai: non riesco ad accettare il fatto che Tori Amos continui a fare musica. Che continui a fare musica orribile, per di più.

Molti concorderanno nel dire che l’ultimo disco riuscito di Tori fu quello “Scarlet’s Walk” del 2002, che nella sua pretenziosa lungaggine lasciava già intravedere un tramonto inesorabile. Da allora, neanche a farlo apposta, flop colossali e album privi di personalità si sono susseguiti fino ad arrivare a questo “Native Invader“, che ci mostra una Tori Amos a stretto contatto con la natura. Omaggiare la forza rigeneratrice della Dea Madre e i suoi cicli di distruzione e rinascita: questo l’intento di un’artista che non è stata in grado di restare al passo coi tempi, rinnovarsi o più semplicemente guardarsi dentro alla ricerca di una flebile fiammella del fuoco che tempo addietro alimentava la sua ispirazione. L’impressione è quella di una donna annoiata che si mette a farneticare di filosofie neopagane.

E se l’opener “Reindeer King” sembra far rivivere un po’ di quella femminea potenza evocativa andata persa con gli anni, ci pensa la noiosissima “Wings” a massacrare ogni speranza. Nessun altro brano in scaletta – nessuno, credetemi – è degno di essere menzionato, se non per la sua imbarazzante bruttezza o insignificanza. Credo di non essere inorridito tanto nemmeno ascoltando “Abnormally Attracted To Sin” e “Unrepentant Geraldines”, forse i punti più bassi della sua carriera. Sembra che la cara Tori non abbia più alcuna voglia di incidere musica di spessore: la scrittura dei pezzi è dozzinale, la produzione talmente casereccia da risultare fastidiosa, voce e tastiera emozionanti quanto un greatest hits di Hilary Duff.

È possibile che Tori creda davvero in quello che fa, ma a questo punto alzo le mani e confesso senza timore alcuno che un progetto artistico come il suo, allo stato attuale delle cose, va oltre le mie capacità di comprensione. Nessuna novità, quindi; solo l’ennesima delusione da parte di una cantautrice che avrebbe dovuto evitare di sminuire la memoria di capolavori assoluti come “Boys For Pele” e “From The Choirgirl Hotel” con musica di qualità così infima.

Ora scusatemi, vado a prendermi un Gaviscon.


ABBIAMO PARLATO DI…

Tori Amos – Native Invader
Singer-Songwriter
Decca, 2017

01. Reindeer King
02. Wings
03. Broken Arrow
04. Cloud Riders
05. Up The Creek
06. Breakaway
07. Wildwood
08. Chocolate Song
09. Bang
10. Climb
11. Bats
12. Benjamin
13. Mary’s Eyes

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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