“We could be heroes”: I Feeder e la forza della normalità

feeder_allbrightelectric_img_1La romantica malinconia della band nippo-gallese torna con ‘All Bright Electric’, nuovo apice di una lunghissima discografia.

In this universe of life.

Si impegnano a fare i demiurghi i Feeder, con il loro ultimo singolo apripista. Gli ingredienti che miscelano nel loro brodo primordiale hanno la confortevole familiarità di una minestra riscaldata più volte, ma comunque ancora buona: versi dal piglio calvinista che si interrogano con una certa adolescenziale ingenuità sul significato della vita e sulla destinazione di tutti; meccaniche sequenze di semplicissimi accordi; bridge che si differenziano -ma non troppo- dal corpus della canzone impilando strati di acute backing vocals.

Eppure, tutto continua a funzionare benissimo.

È una storia particolare, quella dei Feeder: mai veramente in vetta alle classifiche o nel profondo dei cuori di enormi platee di fan, mai -d’altro canto- abbandonati da un mucchio comunque rispettabile di sostenitori; mai creatori di album considerati come capolavori irrinunciabili, mai (permettete il neologismo) blastati dagli addetti ai lavori. Abbarbicata con la delicata tenacia dei koala alla sua normalità di dischi onesti e pretesti per riportare in giro Buck Rogers, la band nippo-gallese è riuscita a sopravvivere indenne alla morte del brit-pop, alla salvifica debellazione del trend dei capelli passati prima nella tinta bionda e poi nel gel, alla derubricazione a spazzatura del pop-rock basato sui power chords, all’invecchiamento di chi negli anni Novanta era ancora in piena adolescenza. Soprattutto, alla tempesta che fu la decisione di farla finita dell’originario batterista Jon Lee: svolta involontaria e inevitabile alla carriera che si continua a sentire fortissima anche a distanza di quindici anni, quando la voce di Grant Nicholas s’arrochisce e si fa palpabilmente malinconica, contrastando violentemente con le sempre acutissime -e sempre presenti- armonizzazioni.

feeder_allbrightelectric_img_2

Lontani da particolari filosofeggiamenti, agli esatti antipodi da forti individualità e tecnici solipsismi, Nicholas e il fido Taka Hirose (più una lunga serie di batteristi a completare, nell’ombra, la formazione) hanno sempre regalato ciò che a loro riesce meglio, senza avventurarsi in rischiosi cambiamenti di generi: semi-ballate dai tempi dilatati e dal retrogusto amaro come d’una rassegnata e triste quiete, guidate da rotondità vocali e da educate orchestrazioni campionate, ogni tanto da qualche nota al piano; timidi sprazzi di energia abbandonata all’overdrive, ruvide scorie di pop-punk e di post-grunge condensate in sfuriate lunghe al più 3 minuti. E poco altro. Ma è sempre andata bene così.

Con “All Bright Electric” il trend è essenzialmente confermato, e si ha per le mani un ennesimo album che non può non accattivare, che non può non farci sentire, almeno per un attimo, a casa. Basta lo splendido tripudio di sali-scendi e vocali lunghe (con un bel coro sullo sfondo che sa di primissimi Kasabian) sparso lungo Geezer; oppure l’ottimo estratto “Eskimo”, perfetto equilibrio di bassi morbidi, ninne-nanne e armoniche alla chitarra, colorito da una prestazione vocale insolitamente versatile. Ma c’è, ed è qualcosa di davvero prezioso, anche qualche piccolo timido passo verso inedite profondità cantautoriali, certamente incentivate dai recenti (e notevoli) trascorsi solisti di Nicholas; verso una maturità più compassata, che per un attimo affranca la band dalla finora sempre valida diagnosi di incurabile sindrome di Peter Pan. Così, se “Another Day on Earth” ha una passo signorile da singolo degli U2, “Infrared-Ultraviolet” raggiunge clamorosi apici di evocatività, parlando di solitudine ed evocando con efficacia sensazioni multiple e contrastanti: il sogno e la solitudine, la tristezza e il sorriso, il buio, la pioggia.

Piccoli, timidi passi, s’è detto: ed è bene ribadirlo, come è bene sottolineare che non c’è mai stato, e forse non ci sarà mai, alcun elemento davvero rivoluzionario nella musica dei Feeder. Ogni capitolo della loro carriera può però essere visto come un tributo alla normalità, alla semplicità di quella classe operaia del pop-rock che sa coinvolgere senza aver bisogno di fighetterie e fuochi d’artificio. A quella genuinità che permette anche di perdonargli l’appropriazione di un verso intoccabile come “We Can Be Heroes”. A quella perseveranza, e a quella poco strombazzata cura al dettaglio che fa sì che, nella sua apparente semplicità, “All Bright Electric” sia un disco rifinito, scorrevole, quasi impeccabile. Forse il migliore della loro carriera. Forse no. Ma sicuramente uno dei più appaganti ascolti di questo già pienissimo 2016.


ABBIAMO PARLATO DI…

feeder_allbrightelectric_img_3

Feeder – All Bright Electric (Deluxe Edition)
Alternative Rock
Cooking Vinyl, 2016

01. Universe of Life
02. Eskimo
03. Geezer
04. Paperweight
05. Infrared-Ultraviolet
06. Oh Mary
07. The Impossible
08. Divide the Minority
09. Angels and Lullabies
10. Holy Water (bonus track)
11. Hundred Liars
12. Another Day on Earth
13. Slint (bonus track)
14. Eyes to the Sky (bonus track)

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *