Beatles, amore e prime impressioni

 beatlesslide

Elegiache storie di fortunati sopravvissuti alla maledizione delle basilari esperienze in musica.


Ricordo ancora il mio primo Beatles
. Stavo cercando disperatamente ascolti più maturi della mia sporca e disadattata adolescenza passata da incosciente tra alcol, W.A.S.P. e Faster Pussycat. In un lampo di genio gentilmente suggeritomi dall’allora amore della mia vita, decisi di dare una chance a questi quattro bamboccioni dall’apparente aria per bene che da cinquant’anni a questa parte tutti conoscono ma di cui nessuno comprende realmente la mastodontica grandezza. Moderatamente esasperato, lievemente incuriosito, scelsi a caso uno dei Tredici che mi potesse riportare sulla retta via che da troppo tempo era smarrita: pescai dal cilindro Yellow Submarine. Porca eva, che sfiga. Per intenderci, immaginate di beccare tra tutti gli Anelli del Potere possibili ed immaginabili, il più scarso tra quelli dati ai Nani pezzenti. Mica male, ovvio. Ma ancora oggi, con giudizio più ponderato e meno accanito, mi appare onestamente come un disco discreto (che bel bisticcio) -se tenuto conto degli altri lavori in carriera della pluridecorata band di Liverpool-, decisamente non consigliato ad un primo ascolto a freddo di una discografia generale, poiché a dir poco fuorviante, tra varie orchestre e fillers. Inutile dire che all’epoca mi provocò un miscuglio di risatine di sufficiente ignoranza, incredulità e delusione. Sì, c’era quel riff esagerato di Hey Bulldog. E la sigla di Stranamore, certo. Ma apparentemente nulla di più. Tornai veloce come un fulmine alle tamarrate californiane da Sunset Strip dei Poison e Bang Tango. Beata gioventù. Meritavo di schiantarmi come un tuono.

Eppure, quella munifica donna “ubriaca e capricciosa, ma soprattutto cieca” che noi siam soliti chiamar Fortuna venne pietosa a farmi visita. E così, nonostante mi lasciai tranquillamente fregare come il primo tra i polli da quella celebre prima impressione che intitola questo articolo, mi vennero in soccorso le suadenti circostanze esterne: i miei lungimiranti genitori mi regalarono un basso elettrico (perché ero troppo negato per usare sei corde e abbastanza sfigato in generale) e in un battibaleno, quasi per magia, picchiando come una scimmia bonobo sulle stringhe di acciaio, mi accorsi delle specialità “nascoste” di quel dischetto che non so perché stava girando in quel momento nello stereo, insolitamente lontano dalla sua custodia poggia-mouse. Il mio cervello subì passivo, nota dopo nota, una metamorfosi simil-NZT di Eddie Morra e tutto mi apparve all’improvviso chiaro e raggiante: la validità delle linee di McCartney, in primis. Poi, progressivamente, seguirono l’esemplare scelta di accordi di Harrison, il feeling unico di Ringo Starr, la superiorità generale delle atmosfere sentitamente psichedeliche da Only A Northern Song in avanti, il senso di libertà musicale in It’s All Too Much, la vena compositiva sconcertatamente straripante in mille direzioni. Tutto.
Come se non fosse abbastanza, ancor in overdose nootropica, la sera stessa si aggiunse Virgin Radio, curiosamente utile, che trasmise per la milionesima volta (la prima per me, da homo novus) Come Together e il gioco era fatto. Le barriere della percezione erano definitivamente abbattute.

giphy

Non ero credente all’epoca, non lo sono neanche oggi. Ma se un giorno verrò a sapere dal web che esiste davvero un onnisciente signore dell’Universo che ha organizzato questo incontro al buio, non mancherò di comunicargli la mia eterna riconoscenza per avermi fatto superare l’impasse da cerebroleso. Per ora ho fatto che indirizzare tutti i ringraziamenti direttamente a Lennon, che in fondo è un po’ la stessa cosa.
Attualmente, dopo anni e anni, sono ancora in una relazione blindata assieme a loro. A volte mi stufano nelle eterne ripetizioni giornaliere, altre volte i loro discepoli mi disgustano profondamente con la loro aria da snob saccenti, ma l’onesta passione c’è sempre, pura come la cocaina di Medellin. Ed è ormai la storia di coppia più duratura nella mia esistenza.

Ordunque, lasciamo da parte i toni à la How I Met Your Mother (“…vostra madre in realtà è Yoko Ono”, ci pensate che colpo?) e andiamo alla morale. Aspetta, c’è anche una morale? …rullo di tamburi… Ebbene sì, c’è. Ed è delle più scontate. Quindi delle più sincere.
Non sono in grado di darvi neanche un consiglio in chiusura di questa breve storiella senza rinunciare alla coerenza, neanche di non fumare o di usare il preservativo. Posso solo dirvi questo: qualsiasi cosa facciate, per lo meno in ambito musicale, NON fidatevi mai di quella baldracca della prima impressione. Magari con lei usatele sul serio, le precauzioni, e dateci dentro ancora una volta. Almeno una seconda sveltina, pur repentina che sia, anche con lo stesso Settebello. Per quanto vi sembra che faccia pena un disco, concedetegli almeno un altro breve ascolto (va bene, se si tratta dei Flaming Lips bruciate tutto in fretta). Poi, se fa veramente ribrezzo, non ci avrete perso tanto di più. Ma se invece vi sarete resi conto della cecità inaudita che vi ha colto per chissà quale oscuro motivo al primo giro… beh, allora lì è davvero 21 vittoria, grande baldoria. Perché, come nel mio privilegiato caso, dietro il velo di Maya di qualunque forma di prima esperienza cognitiva non c’è solo la Verità: potrebbe esserci anche l’Amore. E si sa, alla fine è quello a far girare il mondo, come le cicciottelle dal culo grosso. È universale, vince la prova del tempo. E, una volta che hai capito il meccanismo, finisci sempre a zoccoleggiare in giro innamorandoti di tanti, anzi di tantissimi, anche di quelli che pensi siano troppo lontani dai tuoi gusti elitari.

Oddio, mi sembra il finale di Interstellar. Meglio chiuderla qui.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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