Brutti ma buoni: dieci disconi rock dalle copertine orrende

Quando è anche il caso di pentirsi di essere collezionisti di dischi

Dieci anni e più di rivoluzione digitale mi hanno reso già un vecchio di merda, nonostante alla fine abbia 25 anni. E si vede in tanti aspetti della mia vita quotidiana. Prendiamo la musica, e la materialità di essa: quando cominciavo a spendere soldi in album non esisteva nemmeno YouTube, gli iPod erano ammenicoli da fighetti ricchi, aveva ancora senso andare in giro con i lettori CD, di quelli scarsi che saltavano sempre e facevano un rumore ancora più forte del playback nelle cuffiette. La musica era però qualcosa di fisico, si comprava e si scambiava quasi esclusivamente su ciddì (poi, crescendo, su vinile per fare gli spessi), e si stipava su mensole polverose, in file coloratissime. E le copertine non erano per lo più .jpg 280*280, bensì qualcosa di tangibile e capace di influenzare, prima dell’ascolto, la percezione che si aveva di un album.

Ovviamente c’erano le copertine spettacolari, e ancor più ovviamente c’erano le duali copertine di merda. Quelle che quasi ti vergognavi ad esporre, specialmente se erano stampate tronfiamente sopra un gatefold di cartone e non timidamente nascoste dietro il riflesso di plastica di un jewel case. Ma, con potere dimostrativo che l’abito non fa il monaco paria a quelle foto sbiadite di Rui Costa e Batistuta fianco a fianco con indosso la più orribile delle maglie della Fiorentina, spesso capitava che dietro copertine inguardabili si celassero capolavori inattaccabili.

Qui di seguito vi racconto dieci dei contrasti qualità acustica – orrore grafico più esasperati e paradossali. E vi consiglio anche -qualora vogliate giustificarvi della presenza di simili scempi nel vostro appartamento- cosa fare ascoltare subito al vostro amico che non li conosce, per far passare magicamente il peso dell’imbarazzo dalle vostre alle sue spalle.


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The Who – The Who Sell Out (1967)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: I can see for miles

Il 1967 è l’anno in cui i critici musicali cercano di fissare la bandierina della vera nascita del concetto di concept album, sebbene in realtà qualche pionieristico esemplare spurio fosse già presente da qualche anno nei negozi di dischi. Ma sticazzi: fatevene una ragione, Beach Boys. Dunque nel 1967, mentre i Beatles complementavano la munificenza sonora di Sgt. Peppers con un artwork parimenti incantevole, gli Who agghindavano il loro concept di con una copertina che travalicava la semplice idea di cattivo gusto per sconfinare nell’oggettivamente raccapricciante. Roger Daltrey e compagnia (non esattamente quel tipo di uomini che riconosci come affascinanti anche se sei un convinto eterosessuale – ed è un cordiale eufemismo) sorridono in pubblicità finte, seminudi e impegnati nel fare il bagno nei fagioli, o nell’adoperare pomate per l’acne o deodoranti giganti. Avrei trovato opportuna anche un’ulteriore quinta falsa pubblicità, questa volta di un antiemetico.


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Pink Floyd – Meddle (1971)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Echoes

Il rapporto tra i Pink Floyd e Storm Thorgeson è sempre stato di assoluto amore-odio, e dagli esiti fondamentalmente oscillanti. D’altronde non può che essere così il rapporto tra un branco di musicisti d’eccellenza sostanzialmente tossici e un designer parimenti d’eccellenza e parimenti tossico. Una volta capita The Dark Side of The Moon. Un’altra volta capita Meddle. Per quest’ultimo ad essere determinante fu la volontà dei membri della band, che imposero allo studio Hipgnosis il loro desiderio di avere in copertina un’istantanea di un orecchio sott’acqua. E sebbene l’artwork sia brutto e incomprensibile (stavo molto meglio prima di documentarmi, quando ci vedevo la stilizzazione di una specie di cammello deforme), forse è andata meglio così: l’idea originale del designer, violentemente scartata dalla band, era quella di mettere in copertina un primo piano estremamente ravvicinato dell’ano di un babbuino.


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Lou Reed – Transformer (1972)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Perfect Day

Esiste forse una singola foto in cui Lou Reed sembra quasi sano: l’hanno incollata accanto alla sua biografia su Wikipedia, ed è uno di quei bellissimi ritratti delle scuole superiori statunitensi degli anni cinquanta, a trequarti, in bianco e nero. Consci di non potere mettere quella stessa foto su tutti gli album (anche se ai tempi i faccioni andavano di moda) i curatori dell’immagine del tossicissimo cantautore cercarono sempre di fare quel che potevano, giocando con il fotoritocco del periodo su foto evidentemente sfattissime e ottenendone copertine sempre al limite dell’horror di serie B. E ce n’è per tutti i gusti: tra l’effetto Dorian Gray di Growing Up In Public, il lens flare sull’occhiale scuro di Street Hassle e il cerone violaceo a la Frankenstein di The Blue Mask finisco però per scegliere il più educato bianco-nero-oro di Transformer. Sarà per l’insensato bordino neon alla chitarra. Sarà per la sua capacità di sopperire all’intero fabbisogno di occhiaie di un dormitorio universitario.


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Prince – 1999 (1982)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Little Red Corvette

Prince aveva una confidenza tutta sua con il colore viola: l’aveva reso soggetto di un pezzo e di un album (e di un film) che sarebbero diventati leggenda, lo aveva sparso un po’ ovunque sui suoi outfit e sulle sue copertine, anche sulle ninfee della discutibile opera di nudismo di Lovesexy. Ma l’ostentazione faceva anche e giustamente parte del personaggio: sarebbe come provare a spiegare oggi a Tove Lo di fare delle copertine un pochino più astratte. 1999 invece, pur essendo uno dei pilastri della discografia del signor Rogers Nelson, sfoggiava un artwork dove Prince non appariva neanche, e che al contrario sembrava disegnato in cinque minuti da un cretino bendato. Come uno di quelli scarabocchi fatti da bambini per nulla dotati, cui si sorride con malcelata pietà mista a scherno. In realtà, trattasi di un collage degli elementi della copertina del disco precedente (gli occhi, il sorriso, una spilla) fusi insieme a colpi di pennarellate ignoranti. Che concept.


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Queen – A Kind of Magic (1986)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Who Wants to Live Forever

Il dodicesimo studio album dei Queen acquisì parecchio valore col passare degli anni: picco qualitativo dei Queen degli Ottanta, fu l’ultimo ad essere seguito da un tour promozionale, a causa del peggiorarsi inarrestabile delle condizioni di salute di Mercury. Forse, a saperlo prima, avrebbero deciso di dargli un’apparenza migliore della pagliacciata incredibile con cui è stata consegnata alle stampe, con quattro geni della lampada semi-obesi che ballano ricoperti di tocchi casuali dello spray di Paint. Il tutto acquisisce ancor più senso se si considera di quale leggerissimo e scanzonato film l’album fu colonna sonora: Highlander.


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Poison – Look What The Cat Dragged In (1986)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Cry Tough

L’esordio dei Poison è in realtà una scelta un po’ simbolica, un po’ pescata nel mazzo, come epitome di tutta quella Bibbia sonica e visuale di buon gusto che fu il glam/hair metal. Tante altre band fecero di molto peggio, gli Steel continuano ancora oggi a fare schifo parlando beceramente di sesso e di nient’altro, anche gli stessi Poison avevano copertine ancora più inenarrabili. Eppure Look What The Cat Dragged In la trovo perfetta come dichiarazione d’intenti di una band e di un intero movimento: guardateci baldracche, siamo quattro maschioni con parrucca, mascara e duckface, vi salutiamo tutti insieme con delle scritte approssimative attorno a noi e una specie di croce celtica azzurra e rosa sopra di noi. Da leggere anche come: massimo dieci secondi di photoshoot e poi giù pesante di coca e groupie.


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Extreme – Extreme II: Pornograffiti (1990)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Get the Funk Out

More Than Words è senz’altro tra le pochissime canzoni che possono provare ad insidiare il dominio assoluto dell’Hallelujah di Buckley come soundtrack perfetta per le scene di morti nelle serie tv ospedaliere. Con tale ballatona acustica ultraglicemica gli Extreme fecero i milioni di dollari a inizi anni ’90, spingendo Pornograffiti in top 10 nella Billboard e verosimilmente uccellando tanti compratori che s’aspettavano un disco da “accendini in alto” e invece si trovavano per le mani un funk/glam in realtà abbastanza ortodosso. In copertina c’è un individuo che assomiglia a Pupo con una bomboletta in mano, ma tristemente alle sue spalle non c’è nessun graffito ma solo manifesti, luci e bruttissime insegne al neon. Fa schifo, ma è anche a suo modo funzionale: confido nella genuinità di Nuno Bettencourt e soci nel voler mettere in guardia dal non avere a che fare con un album tutto sbaciucchione quanto il suo main single, tenendo alla larga fighette e deboli di cuore.


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Temple of The Dog – Temple of The Dog (1991)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Hunger Strike

I dischi-tributo hanno sempre avuto un certo decoro, con le loro copertine spesso nere e tristi, i loro dettagli a volte miseramente bianchi, a volte più audacemente argentati come in quell’elegantissimo greatest hits postumo dei Nirvana. Fatto sta che nel picco assoluto del malessere grunge, quando il tasso di mortalità nei club di Seattle era più alto di quello delle strade di Baghdad nel 2003, gli addetti al packaging si resero probabilmente conto che nel giro di un paio di settimane i dischi avrebbero avuto le copertine tutte uguali, e probabilmente per sfinimento decisero di cominciare a improvvisare. Andò dunque a finire che, proprio su quello che doveva essere la commemorazione più accorata dell’intera corrente (ad Andrew Wood, scomparso ad appena 24 anni), misero un artwork coloratissimo, con le lettere del nome della band -e sul retro una serie di artefatti- realizzati con un materiale plastico dalle sembianze della sabbia o del pongo. A completare il tutto una fotografia della band di Wood, brutta, fuori fuoco, con le teste tagliate.


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Radiohead – The Bends (1995)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Fake Plastic Trees

Si sarebbero presto persi nell’astrattismo più totale, in copertine fatte di ghirigori e linee spezzate spesso tanto senza senso quanto un test di Rorschach. Al loro secondo album, però, i Radiohead tirarono fuori quella che rimane la loro unica copertina ritraente qualcosa di concreto (non voglio nemmeno supporre, per quanto Peter Gabriel possa non essere d’accordo, che la faccia di un neonato dentro un enorme fiore giallo possa essere considerata tale). Su The Bends c’è un manichino immortalato da una camera volutamente sovraesposta, con l’esatta espressione facciale che ti aspetteresti da chi fa il modello per una copertina di un disco di Thom Yorke: a metà strada tra una soddisfatta e orgogliosa estasi e un depresso “perché proprio io?”. Che in realtà poi non è molto diverso da quella che si ottiene quando li si ascolta.


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Iron Maiden – Dance of Death (2003)

Cosa fare ascoltare all’amico ignorante: Dance of Death

Che lo si ami o lo si odi, lo stile grafico di ogni singola copertina degli Iron Maiden è comunque un trademark riconoscibilissimo e, nel suo essere grottesco, sicuramente non peggiore della stragrande maggioranza degli artwork heavy metal. Quindici diverse illustrazioni dello zombie Eddie, alle prese con lo spazio, con le piramidi, con i panzer, i ghetti e tante altre belle cose. E in aggiunta Dance of Death: agli albori del nuovo millennio, un piccolo drappello di creature realizzate con una computer grafica antidiluviana, con arti della lucidità della più pura delle plastiche che si compenetrano a vicenda. Per temporizzare debitamente: i progressi tecnologici nel settore permettevano già due anni prima di realizzare le cutscenes di Halo e di Final Fantasy X. Qualcuno sostiene che l’artwork ufficiale sia in realtà soltanto la “demo” di un lavoro mai finito. Fortunatamente, senza esagerati rimpianti, i Maiden seppellirono subito e definitivamente ogni ulteriore velleità di tridimensionalità.

 

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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