Chris Cornell: Say Hello 2 Heaven

chris cornell

Un devastato e confuso tributo a una leggenda degli ultimi 30 anni di musica.

Ok. This time it’s personal. Sono stato svegliato (tardi) stamani dall’insistente ding di una chat di Messenger, dove un individuo -che qui lascio anonimo- mi ammoniva, alternando giudiziosamente bestemmie e “non ci credo”, di non aprire Internet. Di continuare a fare quello che stavo facendo. Di non documentarmi su cosa fosse successo. Sta di fatto che mi sono ovviamente documentato, e mi son reso conto di trovarmi coinvolto in quello che per la musica tutta è stato un risveglio davvero molto, molto triste. Nella notte, infatti, se ne è andato Chris Cornell. Sì, Chris Cornell. Il caro vecchio Chris. Uno dei vocalist e parolieri più dannati, inconfondibili ed infine emozionanti che il rock abbia avuto l’onore di conoscere negli ultimi trent’anni. E un faro nel mio ragionevolmente esteso panorama musicale, sin da quando, da coglioncello adolescente, mi rendevo conto che il suddetto rock potesse anche essere molto più elegante e profondo di quanto generalmente si impegnasse a sembrare.

chris cornell rip

Ho sentito suonare Chris Cornell da vicino, per la prima e purtroppo per l’ultima volta, poco più di un anno fa. In un concerto a teatro, all’Arcimboldi di Milano. Lui era ormai talmente distante dallo stereotipo del grunger -di cui in realtà era stata perfetta immagine, per larga parte della sua carriera- che la location chiusa e raccolta, che il live da gustarsi seduti, sembravano l’unica dimensione immaginabile per sentirlo suonare. Anche per questo motivo ero l’unico deficiente che era andato a prendere posto in giacca, mentre tutti gli irriducibili accanto avevano magliette dei Soundgarden, degli Audioslave, del tour precedente, degli Stone Temple Pilots. Qualche scriteriato le aveva dei Nirvana. Chris aveva un violoncellista accanto, svecchiava il suo repertorio trasformandosi in un cantautore solista polifunzionale coadiuvato anche da loop-machines. Pizzicava le corde (rigorosamente di acustiche) più lentamente e delicatamente che in passato, con una nuova flemma, aiutato da quella sua voce che, già estremamente graffiante fin dai primi vent’anni (quando le quattro ottave venivano tagliate scriteriatamente con l’efficace efferatezza di un bisturi in mano a un chirurgo ubriaco) aveva raggiunto con l’età e con l’abuso di urla quel tono imperfettamente roco da grande cantautore statunitense. Cantava d’amore, poi snocciolava citazioni di Prince, dei Beatles, di Johnny Cash. Poi cantava ancora d’amore.

chris cornell rip

Era però solo l’ultima incarnazione di un artista per il quale -cosa rara- non sarebbe stato fuori luogo l’aggettivo di “maledetto”. Chris non era stato sempre il riccioluto e serafico padre di famiglia da cui ti saresti aspettato più una ninnananna che una “Slaves & Bulldozers” – canzone, quest’ultima, che comunque continuava ad essere cantata con irriducibile rabbia, che era stata portata su un palco iersera e che sarebbe stata riproposta a Detroit fra qualche ora. Ricordo un articolo di Rolling Stone, quando ancora non ci stavano sulle copertine Renzi, Papa Francesco o la Dark Polo Gang: era il 2006 (o forse il 2007?), il giornalista arrivava a prendersi un paio di righe per descrivere, come avesse visto un fantasma, il fatto che Chris avesse ordinato una coca-cola allungata con acqua francese. Cresciuto e venuto alla ribalta come apripista del grunge in quel mattatoio di artisti e di vite umane che era la Seattle degli ultimi Ottanta, Cornell aveva conosciuto fin troppo da vicino i lati più bui dei backstage, aveva cominciato con preoccupante rapidità, assieme a pochi altri e a nemmeno trent’anni, a fregiarsi dell’etichetta di “sopravvissuto” di un movimento. “C’è qualcosa che non superi mai quando perdi i tuoi amici. Non credo che esista un processo di guarigione”, diceva nel 1990. Qualche settimana dopo ultimò “Temple of the Dog”, il sentito e struggente tributo ad Andrew Wood, che con lui condivideva il genere -di cui era astro nascente- e l’appartamento. Resterà forse il più genuino e autentico manifesto della storia del grunge.
Ma è da questo momento in poi che i suoi testi cambiano: si fanno oscuri, decadenti. Cominciano a parlare di religione e di apocalisse (“Holy Water”), di depressione e solitudine (“Shadow on The Sun”), anche di politica (“Wide Awake”) senza però smettere mai d’essere tanto esistenzialisti e metaforici da essere a volte quasi inavvicinabili. Senza allontanarsi mai del precario e incomprensibile, ma saldissimo, equilibrio tra romanticismo, ottimismo, morte.

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Ed era stato bello, in seguito, seguire le strane vicende che hanno accompagnato il suo lunghissimo percorso musicale: l’abbandono ai Soundgarden; la prima e poi la seconda rinnegazione delle chitarre elettriche e dell’estetica heavy. La sofferenza della metà degli anni Duemila, tra Bond song e featuring con Timbaland; il meraviglioso ritorno al passato della reunion dei primi anni Dieci, la leggerezza cantautorale metabolizzata e mai abbandonata. Una carriera che ha fatto spesso discutere, ma che è riuscita -anche trovandosi al top delle classifiche in svariate circostanze- a trovare un punto di incontro con qualsiasi ascoltatore. Per la prima volta (a parte qualche inevitabile caso di lapalissiano cattivo gusto) vedo con un occhio diverso l’immancabile venir fuori di dediche a mezzo social che si è scatenato in giornata. In pochi son riusciti a meritarsi tanti commossissimi tributi da fruitori ed esecutori dei generi più disparati. In pochissimi sono riusciti a far restare un’eredità di pessimistiche delicatezze e di pura malinconia decadente da far venire l’imbarazzo della scelta nel momento in cui ci si trova tristemente a doverli commemorare. Che malinconica bastarda è la vita.

Ma tenendo a mente la sua imbarazzata e modesta ironia delle interviste, il suo non essere (non soltanto, almeno) un animale da palcoscenico, un urlatore e una rockstar, mi guarderò bene dal tirare in ballo tristi e inadeguati panegirici o elogi funebri quali “il rock sta morendo” o “come lui, mai più”. Non ci starebbe. Meglio prepararsi al calar del sole (nero) accompagnandosi con una sigaretta e con la crepuscolare, psichedelica e forse ancora incompresa perfezione di un “Down on the Upside”. E dare un ultimo tributo, confuso e a basso volume, a un poeta dalla voce meravigliosa.

Ciao Chris, e grazie di tutto.

and I hope it’s a sweet ride.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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