Kurt Cobain e Layne Staley all’ombra del Grunge

Kurt Cobain - Layne Staley

“L’anima brucia più di quanto illumini”.

Due case. Una villa alle porte della città, un appartamento di periferia. Un suono fragoroso da una parte, il rumore bianco della televisione rimasta accesa da giorni dall’altra. Un pezzo di carta che regge a stento l’inchiostro intriso di tristezza e rassegnazione su un tavolino, un posacenere ricolmo di sigarette accartocciate su se stesse e disperazione silente e ruggente.

In entrambe le abitazioni, desolazione.
In entrambi, la rassegnazione all’idea di esser stati sconfitti dalla vita.

Kurt Cobain decise di sbattere la porta e andarsene via, di corsa, anche se non immediatamente come si potrebbe credere. Layne Staley si trascinò per anni l’ombra di se stesso fino a quando lei stessa non lo soffocò su quella poltrona, senza neppure spegnere il parallelepipedo luminescente.

Kurt Cobain in media rex

Entrambi cantanti, musicisti, artisti. Entrambi alla ricerca di catarsi. La Musica ha permesso loro di campare qualche anno in più, se vogliamo essere brutali e senza filtri. Certo, la droga non ha mai smesso di far parte delle loro vite, la debolezza si è nutrita di loro e della loro accecante voglia di normalità. Il desiderio di Kurt di creare una famiglia felice e serena che nella sua infanzia non ha mai avuto, la speranza di trovare pace e conforto di Layne assieme alla sua compagna  Demri Lara Parrot. Due disperati che non hanno trovato la via d’uscita a quella atroce situazione personale, o almeno, non quella che sognavano nei sempre più rari momenti di flebile, fulgida speranza.

Il clamore della morte di Kurt Cobain coincise con la morte del movimento Grunge: spina staccata, riflettori spenti e un corvo che posandosi sullo Space Neddle gracchia “Nevermore”. Mai più. Era il 5 aprile 1994, pioveva e una moltitudine di ragazzi piangevano l’idolo che non voleva essere portavoce di una generazione. Piangevano un ragazzo alla ricerca di serenità, ma non lo sapevano.

Layne Staley in media rex alice in chains

Otto anni più tardi, in quello stesso luogo dove una moltitudine di ragazzi piangeva il loro idolo Grunge, a rendere omaggio all’ultima ombra del Grunge c’erano poche centinaia di persone. Layne Staley si era trascinato nel silenzio assoluto in un vortice personale da cui non era intenzionato minimamente a uscire. Era da talmente tanto tempo che era fuori dai giochi, che molti si stupirono che fosse morto nel 2002, credendolo sotto tre metri di terra da molto prima. È rimasto seduto per due settimane da solo, nel suo appartamento, a fissare uno schermo che non emetteva immagini. Senza vita.

Il destino a volte è beffardo. Con loro è stato un vero e proprio figlio di puttana, buttando sul tavolo le carte più alte contro due che non avevano capito fino in fondo le regole del gioco. Tu chiamala, se vuoi, innocenza. Tu chiamala, se vuoi, insicurezza.

L’anima brucia più di quanto illumini, disse qualcuno. La loro si è estinta veloce quanto il bagliore provocato dalla scintilla che fa nascere la fiamma più viva.

Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi’s 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199… dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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