Thegiornalisti, straordinarie storie di geniale poesia ad minchiam

Svenduti? Incapaci? Semplicemente poeti. Di quelli ormai quasi estinti. Per fortuna. Tommaso Paradiso è il verseggiatore che ci meritiamo. Perché siamo tutti stronzi.

Lo ammetto, ho vissuto allegramente oltre i cinque lustri senza manco sapere chi diavolo fossero i Thegiornalisti, questi diversamente giovani attualmente additati da cazzoni ancor più senza speranza come i Coldplay italiani (che culo!). Wikipedia mi sta gentilmente indicando nella mia silenziosa maratona di click informativi che sono in giro per la povera capitale italiana (Roma, non Torino) a scopiazzare i Killers addirittura dalla prima decade dei Duemila. Quindi credo di dovermi ritenere abbastanza fortunato per l’esistenza riservatami, piena e felice, nell’ordinaria ombra umana del #maiunagioia e dell’esclusiva collisione con l’ala più degna dell’indie italiano.

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Probabilmente qualcuno a questo punto potrebbe chiedersi quindi cosa ci faccia qui davanti ad uno schermo di un pc, in pieno agosto, a smaltire lo Jägermeister in loro compagnia. Sarebbe più che legittimo. Ed io potrei rispondere con una parvenza di eleganza, accennando al karma per tutte le stronzate che ho scritto o alla tanto scempia quanto spietata giustizia autoritativa della musica di merda che non conosce sconti di pena. O ancora che odio la pioggia, specie se torrenziale. Ma cotanta signorilità non mi appartiene. Vi dirò dunque schiettamente che la causa fu una ed una soltanto ossia la mia fottuta curiosità. La disgrazia vera aveva anche il mio nome sulla sua lunga lista il giorno che pigiai soavemente play sul(la splendida) opera cinematografica di quei fusi di testa de Le Coliche. Tra esseri sovrappeso ed appartenenti all’altra sponda, il video-esca mi spinse velocemente in sequenza con la solita dinamica alla visione coattiva di quel cinepanettone con barba battezzato Riccione. Sì, grazie alla dannata curiosità, mi ritrovai perso nei campi dell’aleatorietà, troppo emozionato e spaventato per aver trovato al mio cospetto un rifiuto tossico più insignificante di Lorenzo Fragola per staccare saggiamente la spina. Compilai perciò sui social il seguente avviso estivamente coatto da usare come segreteria telefonica per le successive ventiquattr’ore e mi buttai sull’ascolto del resto della loro discografia.

Dovevo sapere. La mia vacua mente in ferie reclamava a gran voce una risposta. Perché? Quale risposta? Perché non riuscivo a mettere in piedi un motivo sensato per cui questi tre vertebrati che cercano-il-mare-come-le-aquile-reali riescano a vendere più di cinque copie e a riempire anche soltanto uno spiazzo davanti ad un kebabbaro di periferia. Voglio dire, non può essere tutto frutto dell’effetto-dipendenza che scatena il singolone da spiaggia, sugli stessi esatti accordi di Despacito. Ci deve essere dell’altro. Diamo un’ascoltata.

Metriche degne del peggior Max Pezzali, melodie nelle strofe dei primi due dischi (oserei dire i più riusciti) strappate dalla golden age di Carboni, voce di Grignani che canta male Dalla, nient’altro di annoverabile al di fuori delle soglie dell’innocuo. Dopo la svolta pop sono buttati in ballo persino ritornelli alla Righeira con basi paciarotte troppo debitrici del povero Venditti, intermezzi parlati alla Jovanotti nel pieno della pubertà e un pizzico di sano e moderno trash a condire il tutto. Niente, è più che lecito pensare che la risposta non possa essere nella musica di questi prodotti derivati ed avariati. E neanche (almeno soltanto) che la gente sia semplicemente stupida. Mica voto il Partito Democratico.

Ho capito, dai: saranno dei fighi spudorati. Diamo un altro sguardo al video. Beh, direi di no. Oddio, ad essere sinceri e imparziali, il cantante Tommaso Paradiso (d’ora in poi Tommà), con occhiali da sole e barba curata, come un sosia di Mitch Buchannon invitato agli addii al nubilato delle sessantenni povere ma vogliose, pare pure scopabile, prima di suicidarsi facendosi travolgere da una mandria di tori a Pamplona. Ma gli altri due? Un biondino scartato per due ciuffi dal cast di Braccialetti Rossi e un Rovazzi con chitarra in mano? No, non può essere. N.C.S., non ci siamo.

La disperazione mi colse. Temetti di restare come sempre tra le braccia dell’incertezza. Fu soltanto nel dormiveglia, molte ore di Spotify dopo, quando soltanto più le parole di Tommà al netto delle offensive note filtravano ormai la mia psiche, che svelai l’arcano:

“Proteggimi perché io sono uno di quelli
che se in un sogno viene morso da un cane
si risveglia con le mani bucate e non si alza più”
(da Proteggi Questo Tuo Ragazzo)

Merda, ecco cosa fa bagnare le ragazzine (come sempre, lato sensu). È la tipica storia del tizio senza arte né parte che ha imparato a leggere e che ora si sente in dovere di giocare a fare il Vasco di turno buttando completamente a casaccio rime fuori di testa come un Gabbani ubriachello ed ignorante, soltanto perché ha provato l’ebbrezza di tirarsi giù due whiskey con ghiaccio e farsi crescere la panza.

“Le quattro di notte, il sonno che sbatte contro
un muro di ansia che bruciano il corpo e le ali
I siti di calcio, tre addominali, dieci flessioni,
due righe di frasi banali.”
(da Insonnia)

Oh sì eccola, la conferma. Ed eccola, la risposta – mi dissi. “Le navi salpano, le spiagge bruciano”, “La ginnastica in acqua lasciala fare ai pesci, le buche nella sabbia lasciale fare alla talpa, il volo acrobatico lascialo fare agli uccelli”. Bingo. In questo limbo di non-sense e scivolate stratosferiche sul mieloso più becero, in cui i versi del “mezzo panino sotto il cielo di Berlino” (perdonali Wenders, non sanno quello che fanno) apparivano come fari di nobile creatività, credetti di aver intuito tutta la macabra e mesta verità, iniziando a chiedermi perché anche io non abbia dedicato la mia vita alla scrittura ad occhi chiusi di questi pseudo-testi, passando le mie ore a contare il cash assieme a Salmo.

Poi successe qualcosa. Ci fu uno scatto secco nel mio cervello: misi sul piatto l’ultimo album, Completamente Sold Out, ed ebbi la rivelazione. Intravidi sul serio la tanto decantata grandezza della poesia (anzi, Poesia) di Tommà: dorate pagine, le sue, degne di un barbuto Petrarca della musica moderna e ricche di un elegante parnaso genialmente rispecchiante i nostri tempi. Confuse, ma ugualmente geniali.

In poche parole, riuscii ad afferrare il lirismo eccelso di un talento compreso per una volta soltanto dalle masse e non da chi si proclama illuminato ed esperto di settori ignobili come quello della musica. Cosa successe? Beh, in pratica il mio orecchio, grazie alla chiave dell’ascolto integrale, riuscì a penetrare nel sub-testo, ben oltre la schermaglia di parole soltanto in apparenza banalotte, facendo capolinea in un panorama nascosto dove le liriche del cantante romano magicamente andavano ad incastonarsi alla perfezione, concatenate intenzionalmente l’una all’altra e tese a formare un pregnante significato per pochi eletti: un concept album della demenza, dell’ubriachezza e, soprattutto, della prostituzione (letterale, non solo musicale).

So che può apparire strano ed insensato, quasi quanto le ciarlate di Jon Snow sui white walkers. Ma una veloce esegesi vi schiarirà ogni dubbio.

“Oh, ciao Matilde. È tardissimo
sto tornando a casa e ti volevo dire
che sono completamente fatto.
Fatto di te”
(da Fatto di te)

Non è vero, è solo briosamente fatto. E non è manco vero che sta tornando a casa. Ora capirete.

“Non odiarmi
Se fisso l’arancione dei tuoi occhi
So che è tardi
Giuro, smetto di sbronzarmi quando vuoi”
(da Non odiarmi)

Ve lo dicevo che era fatto. Andiamo avanti.

“Vorrei morire brillo mentre ascolto una canzone,
sfrecciando a duemila sotto un lampione.”
(da Sold Out)

Dunque, per chi ancora non capisce il senso malato ma ingegnoso, la storia è questa: Tommà (o il tizio fittizio dietro cui vuole nascondersi) è del tutto sballato e/o sbronzo ed è così pirla (ehm, sagace, scusate) da andare a tutto gas in cerca di gentil donzelle a pagamento. Ce lo vedo bene il Paradiso a sfrecciare sulla Tiburtina con Senza Pagare a tutto volume. Una volante della polizia inevitabilmente lo becca e, in men che non si dica, si ritrova a “correre a duemila, come un coglione”.

“Questa è la luna di sera
mi hanno preso la patente, eh
io cammino felice
perso come un deficiente.”
(da L’ultimo Grido nella Notte)

Ecco gentilmente offertoci il prosieguo. L’ormai appiedato poeta ha persistito nella sua romantica missione, anche a costo di inoltrarsi nei cespugli dell’amore, per tornare a casa vincitore. Ah Tommà, ‘ste rime te le sogni.

“Ho in mente questa cosa
Di scrivere una canzone che parla di me e di te
Del tutto e della droga
Delle note di un pianoforte sopra il fischio di un vigile”
(da Il Tuo Maglione Mio)

Al Maestro viene in mente la splendida idea di lucrare sopra questa notte da ricordare, mettendo insieme parole della più onesta sostanza da regalare ai posteri. Spiace.

“Noi siamo gli alberi
Quelli che si vanno a baciare sotto le stelle”
(da Gli Alberi)

Sì, ecco. Gli Ent scenderanno in guerra ancora una volta. Ma prima, tromberanno. Con il tronchetto dell’amore. Il poeta, sulla strada di casa, riesce ancora a tirar fuori perle, ma ormai è stanco, spossato. Lasciamogliela passare, lasciamolo andare a riposare.

La notte è infine fonda; osservo nella mia testa l’irsuto cantante dormire beato, felice quasi quanto me: lui per la consapevolezza di aver in tasca già fior fior di milionate, io per avere rintracciato il senso nascosto di un grande mistero. Prima di coricarmi, mi riservo il lusso di una sigaretta, mentre lo shuffle decide di scaricarmi addosso l’ultima canzone:

“La notte arriva, sul divano
Il posacenere raccoglie gli ultimi pensieri dentro di me
Non so se piangere o se scrivere che cosa sono o come sto”.

Cazzo, Tommà siamo come al solito due coglioni. Facciamo entrambi sempre le fottute scelte sbagliate.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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