Giobbe – Fotografie di vita in un rock d’autore

L’esordio da solista”About Places”, un folk-rock capace di stregare: Fabio Giobbe si racconta e ci racconta la sua musica

La musica è vita, la vita è musica: Fabio Giobbe decide di dedicare un tributo sentito e autobiografico a questo sempre valido assunto, utilizzando le sue canzoni come fossero nitide istantanee di luoghi, di esperienze che l’hanno segnato. About Places è l’esordio da solista del cantautore campano, dopo le esperienze con i Disappearing One e i This is not a Brothel: un album elegante, fatto di strumentazioni raffinate, di una fascinazione mai nascosta per gli stilemi rock britannici o anche d’oltreoceano. E di vocalità a appena graffiate, rese rotonde e calde da un prezioso carico di memoria, d’ispirazione, d’emozione.

Dodici polaroid che raccontano l’Europa, dalla Spagna all’Irlanda, passando per constatazioni dolcemente malinconiche del tempo che passa, delle rughe che cominciano inevitabilmente a solcare il proprio volto. Un viaggio in musica che vale assolutamente la pena intraprendere.

Giobbe – About Places
Folk Rock
I Make Records, 2015
Italia


Per cominciare: chi è Fabio Giobbe?

Sono nato a Napoli, come tutta la mia famiglia, nel 1979. Sono cresciuto a Capua, in provincia di Caserta, dove ci trasferimmo per motivi di lavoro di mio padre. A casa, ma soprattutto in macchina con lui, ascoltavamo soprattutto Beatles e altri classici. Ho cominciato a suonare tardi, a cantare ancora dopo. Mi è sempre piaciuta la musica, ma preferivo praticare sport. Ero un buon giocatore, pare. Poi gli interessi cambiano. Mio fratello suonava bene, lui sì, la chitarra. Andai alle prove del suo gruppo e rimasi folgorato: Volevo fare parte di quella magia. Ci vedevo il gioco di squadra che tanto mi piaceva nel calcio, con molta più creatività e passione. L’idea di creare qualcosa che fino a poco prima non esisteva, insieme ad altre persone, mi ha rapito. Così ho cominciato a far parte di gruppi ed a scrivere canzoni. Oggi sono un docente di Inglese e Spagnolo, scuole superiori, con una decina di chitarre, alcune d’epoca, che scrive canzoni in inglese.

“About Places” è un album molto vario che sembra porsi come obiettivo quello di cogliere l’essenza dei posti che racconta, muovendosi un po’ tra un genere e l’altro. Ci sento grunge, britpop, folk. Qual è il tuo background, e come descriveresti la tua musica?

Ascolto davvero tanta musica, rimanendo curioso anche verso nuovi gruppi e generi che non rientrano tra i miei preferiti. Ma sono particolarmente legato alla musica degli anni ’90 ed a tutta quella, anche nuova, che me la ricordi. Non si tratta di un genere, ma principalmente di un’attitudine. Non voglio essere banale, ma tendo ad ascoltare artisti che mi sembrino fare musica per il puro gusto di farla, senza fronzoli o maschere e sovrastrutture eccessive. Tutto qui. La lista dei gruppi che amo ed a cui, pur non volendolo coscientemente, inevitabilmente mi rifaccio sarebbe lunghissima. Con “About Places”, uscito il 4 Settembre 2015 co-prodotto dalla “I Make Records” di Francesco Tedesco,  ho provato a condensare un po’ tutto quello che mi piace scrivere e suonare, rimanendo incollato al testo, in modo da raccontare la stessa storia due volte, sia con le parole che con la musica.

Non saprei descrivere la mia musica.  Essendo una propria creatura, verrebbe naturale parlarne in modo parziale, come si fa spesso con un figlio. In realtà tendo ad essere molto critico con quello che scrivo. “About Places” mi piace molto, ma spero di fare meglio, di trovare maggiormente la mia strada con i prossimi dischi. Già in fase di registrazione non vedevo l’ora di incidere le nuove canzoni che stavo scrivendo. Lo stesso sta capitando adesso che sono in sala per il secondo disco. Detto questo, credo si tratti semplicemente di folk rock…grosso modo.

C’è sicuramente una carica personale e autobiografica nei tuoi pezzi. Qual è la storia che vuoi raccontare, e quali le sensazioni che vuoi far percepire ai tuoi ascoltatori?

In “About Places” parlo di viaggi e di luoghi visitati e vissuti. Parlo di fatti e persone reali, ma si tratta di storie molto comuni, quindi di tutti: Un periodo di studio all’estero, una visita ad un amico che vive lontano, la scoperta di città sconosciute e meravigliose, il suono di lingue mai sentite prima, il primo contatto con una cultura diversa. In definitiva, queste storie non sono speciali in senso assoluto, eppure lo sono, evidentemente, per chi le vive in prima persona. La sensazione che mi piacerebbe arrivasse agli ascoltatori è quella di percepire che chi “parla” attraverso queste canzoni ha sperimentato e racconta qualcosa di unico per la propria esperienza di vita, un’esperienza individuale che segna.

In genere, quanto pensi che le lyrics debbano essere specchio della personalità di chi le canta? Quanto pensi invece che la musica debba “sporcarsi” di tematiche spinose, attualità, religione, politica?

Ovviamente penso che chiunque sia libero di parlare di ciò che gli pare. Detto questo, personalmente preferisco parlare di cose che conosco bene perché vissute in prima persona. Se percepisco che la tematica trattata in una canzone viene “usata” per la sua potenza e perché interessa tutti e può fare presa, allora mi infastidisce perché mi sembra una scelta strategica, dunque falsa. Non credo molto nello scopo “didattico” dei testi di una canzone, e nello stesso tempo non amo la musica usata per perorare cause di una parte politica. Ma si tratta solo di gusti personali.

Dai violini al piano, i tuoi brani hanno arrangiamenti eleganti, particolari. Come nasce una tua canzone? Hai già in mente il risultato finale, o parti da un’idea, un accordo, un arpeggio?

Parto sempre da un’idea armonica. Di solito si tratta di un giro di accordi su cui creare linee melodiche con la voce. Un metodo abbastanza consueto, mi pare. Intanto però cerco di immaginarmi la canzone nel suo complesso, mantenendo uno sguardo d’insieme ed incastrandola nell’idea generale di disco che vorrei realizzare. Poi però, una volta scritte le canzoni e stabilita un’idea d’insieme, si finisce sempre col seguire un po’ il flusso e le “alterazioni” positive che vengono dal momento e dai musicisti con cui interagisco e da cui traggo spunti, suggerimenti ed insegnamenti.

Come ha cambiato il mondo della musica l’esplosione dello streaming e delle nuove piattaforme di vendita e riproduzione? Ti definiresti un nostalgico?

Sono nostalgico per quanto riguarda il modo di fruire della musica, soprattutto nell’ascolto. Diciamo che preferisco il vinile ai cd, mp3, spotify e cose simili. A questo aggiungi tutto il campionario delle classiche preferenze da nostalgico, appunto. Mi manca un po’ anche il pubblico più attento ai concerti di qualche anno fa, anche se si trattava di gruppi non famosi. Non amo la voglia sempre maggiore di “evento” piuttosto che la voglia reale di ascoltare un concerto senza stare a postare foto sui social ogni due minuti. Potrei continuare all’infinito. PERÒ devo dire che non “demonizzo” assolutamente nuove tecnologie e nuove piattaforme, anzi. Credo che molte bellissime realtà, come web radios e web tv, siano ottime alleate della musica, soprattutto per quella indipendente ed underground.

Kurt Cobain avrebbe appena compiuto 50 anni giusto ieri. Ti giro una domanda in realtà particolarmente abusata: secondo te, senza la figura al tempo stesso eccessiva e televisiva di Cobain, il mito del grunge avrebbe mai raggiunto le dimensioni che ha effettivamente avuto? E in generale, quanto il rock si ciba di “personaggi”?

Credo di no. Immagino che molti si siano avvicinati soprattutto anche grazie a quella figura così affascinante che tutti conosciamo. Però immagino che gli amanti della musica buona, a prescindere da qualsiasi immagine patinata, avrebbero comunque reso il grunge mitico. Le band di quel periodo erano troppe e troppo buone per passare inosservate o per non segnare la storia della musica. Il “volano” Kurt è innegabile, però almeno tanto quanto la qualità di quei ragazzi e delle loro canzoni. Credo che il “personaggio” abbia sempre e da sempre avuto presa sul pubblico, soprattutto un certo tipo di pubblico. Ma alla fine se dietro le maschere e gli orpelli c’è poco, dura poco anche il personaggio.

Se dovessi dirmi qual è la cosa che ti rende più felice di essere un musicista, oggi, quale sceglieresti?

Sono tante le cose che mi rendono felice di poter fare musica. Se proprio dovessi sceglierne una direi la voglia di scrivere nuove canzoni con l’intento di migliorarsi e di fare dischi che lascino un segno, seppur minuscolo, del mio passaggio da queste parti.

…e al contrario, c’è qualcosa in questo ambiente che non sei mai riuscito a sopportare?

Quella fastidiosa sensazione che anche nella Musica, il linguaggio di condivisione e di “unione” per eccellenza, si creino dei conflitti e delle separazioni tra i vari “ghetti” autoinflitti. In certi “giri” non ci entri se non sei uno degli amichetti. Questa chiusura preconcetta ed immotivata che sembra generare dei “clan” di unti dal signore, oltre che chiacchiericcio da vecchie di paese ed amicizie di comodo, è abbastanza insopportabile, oltre che triste. Ma esiste e ci si convive, ignorandola insieme a chi ne è fautore.

Dopo “About Places” hai pubblicato l’EP di reinterpretazioni “The Dallas Remixes”. Qualcuna delle particolarità sul mini-album è magari un’anticipazione del tuo futuro full-length? Verso che direzioni ti stai orientando?

“The Dallas Remixes” è un EP di rivisitazioni di alcune delle canzoni di “About Places” da parte di Francesco Volpicelli (aka Dallas, appunto). Lui è un caro amico, produttore ed ex “Spiritual Compromise”, e si è divertito riutilizzando le tracce originali delle registrazioni. Non ci sono anticipazioni del nuovo disco, che è attualmente in lavorazione. Sarà un disco meno diretto del primo, più cupo e lento. L’idea iniziale è quella di realizzare un disco da ascoltare tutto d’un fiato di notte. Ma adesso vediamo dove ci porterà, alla fine, il flusso.

Ipotizzando che non ti abbia mai ascoltato: dimmi un motivo per non perdermi una delle tue prossime date.

Forse perché sarà l’ultima data prima di una pausa dai live. Dovrei tornare a suonare ad inizio 2018, per cui potrebbe essere questo il motivo per venire al prossimo concerto. Suoneremo, in trio, al Club33Giri di Santa Maria Capua Vetere il 24 Marzo. Sarà un piacere chiudere la serie di concerti a supporto di “About Places” in un posto così vivido e gestito da giovani stupendi.

Lascio a te la parola per chiudere quest’intervista.

La parola è GRAZIE!


ABBIAMO PARLATO CON…

Giobbe
Fabio Giobbe

Discografia
About Places (2015)
About Places – The Dallas Remixes [EP] (2016)

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Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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