Iron & Wine: Riti di passaggio raccontati dalle acustiche

In occasione dell’uscita del suo nono album “Beast Epic”, Sam Beam ci parla di sentimenti, di crescita e di strumenti acustici

Voce, sguardo, barba rassicuranti: Sam Beam è per svariati aspetti l’esatto archetipo del cantautore folk, quello che t’aspetteresti ad allietare le serate estive accanto a un falò, parlandoti di storie d’amore e di vita vissuta con leggerezza. Beast Epic, la nona fatica pubblicata sotto il nome d’arte Iron & Wine, gioca d’ossimori con il suo titolo e con il dolce tradizionalismo della musica che contiene: un pacato, elegante elogio dell’epicità della semplicità. Abbiamo scambiato qualche parola con Sam, per carpire qualche retroscena sulla composizione dell’album e del suo sound.

Iron & Wine – Beast Epic
Folk, Sub Pop, 2017
USA


Ciao Sam, benvenuto sulle nostre pagine. Uscirà tra pochi giorni il tuo nuovo album “Beast Epic”? Vorresti introdurlo? Quali sono le tue aspettative a riguardo?

Il nostro nuovo album si chiama “Beast Epic”, l’abbiamo registrato durante l’ultimo anno. Non credo di avere particolari aspettative riguardo quest’album, ma sono molto contento del risultato che ne è venuto fuori: è un album molto importante per me. E’ un disco molto più leggero del precedente, un disco molto introspettivo, che musicalmente è una sorta di ritorno al vecchio stile, all’originale Iron & Wine.

Cosa ti ha portato ad allontanarti dal sound dei tuoi recenti album per questo disco molto più “intimo”?

Nel corso degli ultimi anni ho sperimentato una serie di approcci e progetti differenti, come gli ultimi due progetti collaborativi, “Love Letter for Fire” con Jesca Hoop, o “Sing Into My Mouth” con Ben Bridwell. Sono esperienze che mi sono piaciute molto, avrei potuto piacevolmente continuare in questo modo. Ho imparato tantissimo da queste esperienze, lo scambio di intuizioni ed idee è sempre davvero entusiasmante; mi è piaciuto molto anche perché erano artisti di cui apprezzavo già la musica. Al tempo stesso, però, volevo tornare a comporre come ho fatto per i primi album, registrando tutto live, con pochi fronzoli, lasciando tutte le imperfezioni su disco. Quando sei da solo è tutto più facile, puoi cambiare in corsa ciò che stai facendo, molto velocemente, puoi lasciare scorrere le idee senza dover convincere nessuno.

“Beast Epic” è un genere letterario che include animali parlanti e personificati. In che modo si lega all’album?

Credo di aver scelto questo titolo per due motivazioni principali. Innanzitutto, è un nome che mi è parso abbastanza figo fin dall’inizio. Poi, mi sembra anche una metafora abbastanza calzante per come si comportano gli esseri umani nella realtà, giorno dopo giorno, per come vivono, come parlano. L’album è ricco di materiale molto emozionale, e in un certo senso le emozioni hanno in sé sempre qualcosa di “primitivo”, di “bestiale” in un certo senso.

Hai parlato di emozioni forti, primitive… C’è un argomento principale che lega tutte le canzoni dell’album?

“Beast Epic” non è un concept album. Principalmente perché non parto con un quadro d’insieme, ma posso scrivere le canzoni secondo la mia ispirazione, in momenti completamente diversi. Credo che tutte le mie canzoni in qualche modo abbiano qualcosa in comune, che l’introspezione, la meditatività che le permea faccia da collante. Il mio interesse principale è parlare degli esseri umani, del modo in cui vivono, delle esperienze che ognuno fa durante la sua vita: è qualcosa che scorre nella mia musica, fin da sempre. Beast Epic parla di riti di passaggio, parla dell’esperienza del crescere, quando si è già cresciuti.

Hai parlato di “riti di passaggio” recentemente, nel descrivere il tuo nuovo album. E’ qualcosa che hai vissuto anche come musicista, nel corso della tua carriera?

Assolutamente sì. Per me, è come se ogni album fosse un rito di passaggio. Ad essere onesti, quando ho cominciato a comporre, ero molto più giovane, molto più ingenuo. Col tempo impari molto su come comporre, e nel frattempo il tuo modo di scrivere musica cambia anche a causa di ciò che c’è all’esterno, della tua vita, della tua esperienza personale. Ci sono sempre dei momenti nella tua carriera musicale, in cui cambi completamente la tua direzione, perché tu stesso sei una persona diversa. Dei momenti in cui ti guardi indietro e ti dici “wow, ero un’altra persona”.

A proposito di evoluzione: cosa ne pensi dell’evoluzione del folk di oggi? Sembri più tradizionalista rispetto a molte contaminazioni elettroniche che stanno apparendo negli ultimi anni.

Non mi pongo così tanto il problema, ad essere sincero. Ci sono molte contaminazioni elettroniche nel folk, e devo dire che le apprezzo anche. Mi piacciono molte sonorità diverse, e ho anche sperimentato con diversi tipi di sonorità nel corso della mia carriera. Però al tempo stesso mi piace suonare strumenti che non hanno bisogno dell’elettricità per funzionare, che non devono essere accesi.

C’è qualcosa che prendi in prestito da altre forme d’arte, per esempio?

Assolutamente. La poesia, principalmente, il teatro. Ma specialmente la poesia, perché è qualcosa che nasce come una riflessione su te stesso, e che ha enormi punti in contatto con la musica. Almeno per quanto mi riguarda, immagino che ogni poesia sia il testo di una canzone, e come sarebbe se ci aggiungessi dei suoni.


ABBIAMO PARLATO CON…

Sam Beam (Iron & Wine)

Discografia
The Creek Drank The Cradle (2002)
Our Endless Numbered Days (2004)
The Shepherd’s Dog (2007)
Kiss Each Other Clean (2011)
Ghost on Ghost (2013)
Sing into My Mouth (2015, con Ben Bridwell)
Love Letter for Fire (2016, con Jesca Hoop)
Beast Epic (2017)

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Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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