Shijo-X: affascinanti sintetismi, tempi dispari e stranezze

Tentativi di spiegare a parole un particolarissimo album di difficile catalogazione: la nostra intervista alla band bolognese.

Un nome giapponese, per una band italiana dal sound che strizza l’occhio a elettroniche tedesche e al trip-hop della costa ovest inglese: gli Shijo-X sono una creatura strana e non ne fanno mistero. Anzi, lo rivendicano orgogliosamente in ogni tratto, a partire dal titolo, della loro terza fatica in studio Odd Times. Un’opera, quella che si nasconde dietro la violacea e simbolica copertina, innegabilmente complessa e ricercata: i quattro di Bologna hanno voluto raccontarcela, parlandoci delle loro ispirazioni, dei loro flussi compositivi e delle loro visioni musicali.

Shijo-X – Odd Times
Pop/Elettronica, Audioglobe, 2017
Italia
Recensione


Benvenuti sulle nostre pagine! Giusto per rompere il ghiaccio, chi sono gli Shijo-X? Come nasce un nome così particolare?

Nasciamo da un’idea di Davide nel 2009 come duo, per poi diventare 4 a partire dal 2012. Sempre Davide cominciò a lavorare sul progetto subito dopo un lungo viaggio in Giappone che lo colpì particolarmente. Shijo è una zona di Kyoto fortemente caratteristica. Pur essendo l’antica strada dei templi, infatti, è un’incredibile luogo di scambio e di sintesi di culture, dove si possono incontrare nello stesso bar gheishe, punk e impiegati di banca: un insieme di culture e stili di vita differenti che convivono pacificamente. Questo punto è quello che Davide ritenne in contatto con la musica che avrebbe voluto fare: diverse influenze coordinate tra loro in un progetto unitario, nessun limite di genere ma solo suggestioni condensate in un’unica realtà musicale. E la x rappresenta l’incognita, l’elemento che fa da collante e permette un’efficace fusione di tutti questi aspetti.

“Odd Times” è il titolo del vostro terzo album: tempi dispari come una oggettiva indicazione della maggior complessità compositiva dell’album, o una metafora più profonda sui tempi in cui ci troviamo a vivere?

Entrambe le cose! Molto didascalicamente i tempi dispari sono gran parte dei tempi utilizzati nel disco ma d’altro canto l’espressione “odd times” può tradursi  anche come “tempi strani”, che sono a dir poco quelli  che stiamo vivendo. Così come la stranezza è la sensazione che permea tutto il disco.

Durante l’album toccate una gran quantità di generi diversi: dall’elettronica inquieta ricca di synth a un elegante intimismo quasi jazz, è sicuramente un lavoro più stratificato rispetto ai vostri precedenti. Avete sentito l’esigenza di arricchirvi ed evolvervi, o semplicemente di cambiare?

Sicuramente l’esigenza del cambiamento fa parte di noi, è uno stimolo a cui non riusciamo a rinunciare e con il quale cerchiamo di superare il rischio di annoiarci di noi stessi! D’altro canto, abbiamo iniziato la lavorazione del disco come sempre di getto, senza sapere dove saremmo finiti ma con l’idea di voler tentare  qualcosa di diverso dalle strade che avevamo già percorso; in sostanza ci siamo dedicati ancora di più alla sperimentazione cercando di spostare un po’ più là  gli obiettivi.

Quali sono state le vostre ispirazioni e il vostro obiettivo durante la lunga composizione (durata circa due anni) dell’album? Avevate un quadro già preciso del risultato o le tracce hanno preso questa forma progressivamente?

Come sempre ci succede, ci siamo resi conto di dove stavamo andando quando già avevamo percorso una parte della strada. E anche se ad un certo punto l’idea di massima era chiara, ogni brano ha avuto un percorso a sé, alcune tracce sono nate e cresciute nel corso di qualche ora, altre sono state rimaneggiate un’infinità di volte assumendo le forme più disparate prima di trovare la quadratura del cerchio. Avendo ogni brano una propria  personalità molto forte, ci siamo dedicati  ad ogni traccia  con un approccio diverso, nell’intento di non snaturarla e di valorizzare le caratteristiche che sono proprie del nostro linguaggio musicale .

Quali sono le tematiche che toccate con i vostri testi? C’è un filo conduttore che unisce tutte le tracce?

Diciamo che il filo conduttore di tutto il disco è il disequilibrio, l’instabilità, un senso di incertezza in cui ogni realtà in cui ci imbattiamo può avere differenti letture. Questo senso di stranezza viene declinato in contesti diversi e nelle esperienze più disparate.

Avete delle suggestioni di altre forme d’arte, non musicale, che portate nei vostri brani? Se doveste immaginare la vostra musica come una colonna sonora, dove la vedreste?

Più che una colonna sonora, immaginiamo da sempre sincronizzazioni strambe, ad esempio sarebbe un sogno  vedere tradotte in video la nostre canzoni da artisti quali Chris Cunningham, Gondry, Matthew Barney. Abbiamo sempre ammirato la sperimentazione e la contaminazione, di conseguenza è molto stimolante  scoprire in che modo un regista o un videomaker utilizza una nostra canzone, come la traduce in video, con quale plot… collaborare per la prima volta con un animatore ed un grafico che non conoscevamo, in questo senso, è stato molto interessante perché il loro punto di vista ci era del tutto estraneo e la loro idea di Spiral è stata per  noi una sorpresa inaspettata e amata fin da subito. In senso più ampio, poi,  ci piacerebbe suonare in un museo durante una mostra o in una camera da letto con un unico spettatore che steso sul letto, rilassato, abbia la mente talmente sgombra da poter costruire congetture ed idee su Odd Times ascoltandolo con la calma necessaria per ascoltare un nuovo lavoro. Insomma, è sempre una sfida trovare nuove modalità di ascolto e diversi contesti in cui calare Odd Times, cercando chiavi di lettura che stravolgano il primo approccio.

Siete attivi già dal 2009: qual è stata finora l’esperienza di cui siete più orgogliosi? Potete svelarci uno dei vostri sogni nel cassetto?

Non c’è un’esperienza di cui andiamo più orgogliosi in assoluto, o meglio: ogni traguardo che abbiamo raggiunto nel tempo è stato per noi una grande soddisfazione. Nel 2011 suonare di spalla a Paolo Nutini a Lecce nello stadio del mare è stato estremamente emozionante così come lo sarà la prossima partecipazione al Liverpool Soundcity Festival (per la seconda volta) e lo sarà altrettanto presenziare tra i gruppi italiani al Primavera Sound festival. Pensare di aver raggiunto il traguardo più importante si rifletterebbe sulla voglia di andare avanti e di ricercare nuovi stimoli musicali e professionali.

Il vostro album è uscito da pochissimi giorni: quali sono i vostri prossimi programmi e i vostri prossimi impegni live?

I nostri prossimi programmi sono particolarmente impegnativi  ed emozionanti! A fine maggio partiremo per presentare Odd Times all’estero, inizieremo dal Liverpool Sound City e poi ci sposteremo a Manchester e Londra, per poi arrivare  in Spagna al Primavera PRO all’interno del Primavera Sound City. Letteralemente stiamo contando i secondi!


ABBIAMO PARLATO CON…

Shijo-X
Laura Sinigaglia – voce, piano, synth
Davide Verticelli – piano, tastiere, synth
Federico Adriani – batteria
Andrea Crescenzi – basso

Discografia
One Minute Before (2009)
…If A Night (2012)
Odd Times (2017)

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Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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