The Bloody Beetroots: i valori artistici nascosti dietro una maschera

Sir Bob Cornelius Rifo ci racconta (parte del)la sua identità e la sua missione artistica.

Dieci anni di carriera che lo hanno visto portare avanti un’elettronica nuova, ibrida e coraggiosa, esplodere dal vivo anche e soprattutto al di fuori dell’Italia e diventare pratico di scenari come il Coachella e il Big Day Out, collaborare con alcuni tra i più grandi nomi dell’industria discografica. Malgrado la maschera (o forse grazie ad essa) Sir Bob Cornelius Rifo è un musicista che non le manda a dire, guidato da una visione musicale chiarissima, e che non ha imbarazzi ad esprimere a chiare lettere. Ce la siamo fatta descrivere, a margine di una chiacchierata per presentare il nuovo album -di imminente uscita- The Great Electronic Swindle.


Ridendo e scherzando, sei passato in doppia cifra in termini di anni di attività discografica. Cosa è cambiata nella vita di Sir Bob Cornelius, dai tempi del primo Ep Cornelius?

Dopo dieci anni di carriera tutto cambia. Cambia l’approccio al fare musica, come la racconto, come la scrivo, sono cambiate le etichette discografiche, il modo di stare on stage. È cambiato un mondo. Sono partito che avevo quasi trent’anni, adesso ne ho quaranta. In questi dieci anni ho fatto una vita completamente diversa, sono arrivato a vedere tutti i posti del mondo. È cambiato tanto, è cambiato tutto, credo.

C’è qualche posto, qualche concerto che ti è rimasto particolarmente dentro?

Sì, credo che il Big Day Out del 2013 sia stata l’esperienza più bella, perché ha dato vita a quello che è adesso il Bloody Beetroots Live, perché era la prima volta in assoluto che lo portavamo in giro. E da lì diciamo che è nato tutto quello che è venuto dopo.

The Great Electronic Swindle esce tra meno di un mese. Sei soddisfatto di come è venuto fuori, di questo approccio ancora più cantato e ancora più rock?

Sono davvero felice perché sono finalmente riuscito a esprimere tutto quello che volevo esprimere. Infati come vedi è un album veramente lungo, di diciassette pezzi. Ho trovato un’etichetta discografica che mi ha lasciato carta bianca per fare quello che volevo. La prima intenzione era quella di creare un crossover tra l’elettronica e la musica contemporanea, non soltanto il rock. Dentro trovi molti molti generi, che come comune denominatore hanno l’elettronica. C’è tanta musica ma è importantissima anche la parte dei testi, è un album maggiormente cantato in cui racconto le storie, che più o meno sono le storie di quattro anni vissuti dall’ultimo album.

Volendo andare nello specifico, appunto, quali sono le storie che racconti?

Ogni canzone è una storia a parte, potremmo stare qui veramente dei giorni a raccontarle tutte. Credo che il manifesto sia My Name Is Thunder, è quello che vuole esprimere questo album, è il crossover praticamente perfetto, dove c’è una forte intenzione di portare il rock e declinarlo in chiave contemporanea utilizzando il veicolo dell’elettronica.

My Name Is Thunder è appunto il main single, che hai realizzato in collaborazione con i Jet. Come ti è venuta quest’idea di realizzare due versioni, una elettronica e una rock?

Guarda, la mia intenzione era di realizzare una canzone solamente. Con i Jet perché, secondo me, hanno uno dei migliori cantanti nel mondo del rock. Se volevo fare qualcosa di specificamente rock’n’roll, anche inspirato agli AC/DC, Nic Cester forse era l’unico da chiamare in questo frangente. La seconda versione è stata pensata insieme ai Jet, perché abbiamo capito che avevamo l’esigenza di esprimere due cose diverse. E quindi c’è stato il mio mix che è assolutamente Bloody Beetroots e un mix dei Jet che è un mix assolutamente Jet.

È sempre così per i tuoi featuring? Hai sempre in mente un preciso artista quando cominci a lavorare a una canzone?

Solitamente sì, ma questo non vuol dire che poi riesca ad ottenere il featuring. Spesso questi featuring riescono proprio perché si diventa amici, si condividono dei momenti molto intensi, e questi momenti di vita poi vengono raccontati in una canzone. La storia tra me e Nic, a monte di tutto, ha una pizza con i suoi amici, tanti giri in Veneto che ci hanno fatto diventare amici, che hanno forgiato questa amicizia che poi è scaturita in una canzone. Questa è una cosa che cerco con tutti i cantanti con cui lavoro, perché penso che senza questa empatia non si possa realizzare della musica onesta e vera.

Da appassionato devo proprio chiedertelo: come è stato lavorare con Sir Paul McCartney, e come è avvenuta questa produzione?

La collaborazione è nata perché io produssi un pezzo con Martin Glover, detto anche Youth, che è un bassista di una band chiamata Killing Joke. Ci siamo divertiti così tanto che a un certo punto io gli ho chiesto “ascolta Martin, so che hai un progetto con Paul McCartney e Penny Rimbaud, io vorrei collaborare con questi due tuoi amici, c’è la possibilità di farlo?”, e lui mi disse “proviamoci”. Con Penny Rimbaud è stato abbastanza facile, perché ho una forte radice anarchica che mi porta a conoscere altri anarchici e quindi parliamo la stessa lingua. Per Paul McCartney ho cominciato a remixare un pezzo del progetto che lui ha con Martin Glover, i The Fireman; io ho il costume di distruggere completamente il materiale sonoro per ricreare delle canzoni, quando le remixo, e lo feci anche con questa canzone. Mi resi conto che effettivamente era una canzone stand-alone, una cosa completamente nuova. Quindi la mandammo a Paul, e Paul apprezzò un sacco e mi invitò a ri-registrare tutte le voci presso il suo studio. Fu ovviamente una esperienza fantastica: fa capire che la musica non ha limiti, che la voglia di conoscersi anche attraverso la musica è un privilegio grandissimo, e sviluppa un’empatia veramente particolare. Anche tra artisti che magari apparentemente non parlano la stessa lingua e magari in studio parlano un linguaggio comune.

Non a caso hai sempre sottolineato di essere nato nell’anno in cui è nato il punk. Pensi sia un buon termine per descriverti?

Credo che punk per me significhi più uno stile di vita, fatto del rompere tutte le logiche, tutte le regole. Credo anche che punk come parola sia abbastanza bistrattata. Preferisco usare il termine libertà… Libertà grezza, ruvida.

Conosco un paio di amici inglesi che ti hanno visto alla tua ultima performance all’Home Festival. Il loro unico commento è stato “Badass.” Cosa rende speciali, così badass, i tuoi spettacoli, secondo te?

Quello che ho imparato è che quando sei sopra un palco devi comunicare qualcosa. Essendo un essere umano, usa tutta la mia umanità per creare un ponte energetico con il mio pubblico. Spero sempre che quello che dò mi ritorni indietro. Io ne sento la responsabilità: sento la responsabilità di intrattenere, di essere una persona, far vedere che sono ancora lì, sono lì con loro, quindi sono molto vicino al fatto di fare gli stage diving, di stare con loro, suonare in mezzo alla folla. Sono cose che secondo me fanno capire che tra me e le persone non c’è differenza, ma che io porto la responsabilità di stare sopra un palco e comunicare qualcosa. A volte magari si privilegia molto l’aspetto scenico, di scenografia, ma non si va tanto ad utilizzare il proprio linguaggio del corpo: è una cosa che sta mancando sempre di più nella musica contemporanea. Per me il palco è fatto per esprimere l’uomo, per esprimere umanità.

Tu parli appunto di umanità, salendo però sul palco completamente mascherato.

Qui c’è un altro discorso a priori. Il discorso della maschera ha due funzionalità. Innanzitutto è un ottimo elemento di catalisi: è il mio catalizzatore numero uno, perché anche quando sono fuori dal palco, se metto la maschera, attiro l’attenzione. La seconda cosa sta nel fatto che amo tantissimo la mia vita privata, la mia vita normale. Credo che le cose migliori vengano dalla vita normale. Non ho mai voluto alienarmi con il successo, con la fama, proprio perché ho bisogno di stare con la mia famiglia, con i miei amici. Ho bisogno di cucire il mio tessuto sonoro con questo tipo di esperienze. Credo che la vera musica nasca proprio dalla vita di ogni giorno, dalle esperienze quotidiane. Io ho questo privilegio di poterlo fare, quindi utilizzo la maschera, che mi pone anche in una condizione in cui tutte le persone potrebbero essere Bob Rifo. Questa è una cosa assolutamente importante: sono nato nella gente, sono ancora in quella gente.

Indossi la maschera anche al telefono, come Deadpool?

Ah, assolutamente sì, ce l’ho anche adesso.

Sei un appassionato di fumetti? Cosa pensi del misunderstanding sul fatto che la tua maschera venga vista come quella di Venom?

In realtà la maschera si è evoluta moltissimo. Attualmente di maschere ne esistono quattro: esiste una maschera per il decimo anniversario ed è una maschera molto strutturata, una tutta nera con gli occhi neri, una con un NO stampata davanti che è quella che utilizzo di più in questo periodo, e una standard che è ispirata al Venom nero. Quindi ci sono anche diversi catalizzatori da utilizzare: attualmente la maschera NO funziona molto molto bene durante le interviste.

A livello di appassionato di fumetti ti dico: non sono mai stato un super appassionato di Marvel. Adoro Jacovitti, adoro Alan Ford, sono forse più legato al fumetto italiano piuttosto che a quello americano.

 

Giusto per chiudere, da un punto di vista filosofico: in una tua intervista recente hai parlato di parecchia spazzatura musicale in giro oggigiorno. Pensi che abbiano una rilevante colpa in merito i talent? O che altro?

Guarda, non lo so se sia colpa dei talent. Penso che la colpa sia sempre del genere musicale che diventa pop, e va ad appiattire la musica. Ti spiego il perché. Io sono partito a dieci anni a fare musica elettronica, l’ho vista partire dall’underground, quando c’erano pochissimi soldi e pochissimo mercato. Era una cosa di nicchia, che poi si è espansa, è arrivata agli Stati Uniti d’America che l’hanno foggiata a modello di business, e la cosa è diventata molto molto grossa. Si è arrivati al concetto di produrre la musica elettronica: non di produrla in studio, ma di produrla come prodotto, per riempire il mercato. E questo inevitabilmente ha fatto diventare il genere elettronico molto molto piatto, non necessariamente spazzatura, ma mancante di un certo tipo di sostanza che a me piace. Non c’è sostanza nella scrittura, nella produzione musicale, nei testi. Forse perché deve essere pop, forse perché deve essere molto accessibile, forse perché deve essere lo specchio di questa contemporaneità che è basata su cose molto molto futili.

Spesso mi sono trovato nelle condizioni anche di andare da un artista a random su un palco, che era più un figurante che un vero artista, e sentirmi rispondere “eh ma non l’ho scritta io questa canzone”. Ma l’hai almeno prodotta? “No non l’ho prodotta io”. E allora esattamente con chi devo parlare? Stiamo facendo un certo tipo di gioco, stiamo producendo il figurante, quello che gli va dietro, dieci persone che ci lavorano per scrivere una canzone. Questa secondo me non è onestà artistica, non è integrità artistica. Io ho bisogno di sapere che sopra un palco qualcuno si prende la responsabilità di esprimere qualcosa che ha scritto. Mi trovo a dovere analizzare questa situazione e a sentirmi talvolta truffato, e te lo dico da ascoltatore. Perché anch’io è vero che suono, che faccio della musica, ma è vero che ascolto delle cose, che vado anch’io ai festival che mi piacciono, e mi trovo in una situazione del genere. E credo che non sia accettabile.

Ideologicamente, quindi sei più moralmente vicino all’underground, al crowdfunding, all’Ableton craccato da cameretta.

In realtà non credo di essere così legato all’underground, sai? Credo sia un discorso di priorità legato a ciò che le radio vogliono per forza farci ascoltare. C’è tantissima musica bella che però non arriva nel mainstream, e questo mi dispiace molto, anche se sono delle realtà che potrebbero essere veramente pop. Si è creato un modello così finto, così brutto, che non ci permette di dare quelle priorità al nostro ascolto. Siamo purtroppo indotti ad ascoltare le truffe. Molte volte. Diciamo l’80%.

Una presa di posizione decisamente netta, quindi. Oltre a fare più attenzione e a pretendere di più dai propri ascolti, che messaggio vorresti lasciare a chi ti legge?

Il messaggio che vorrei lasciare a loro è quello di riprendersi l’utilizzo del tempo. Perché il tempo è un alleato incredibile per creare contenuti di qualità. Qualunque essi siano, non vale solo per i musicisti. Parlo per gli artisti, parlo per la qualità della vita. Per come si affrontano le cose di ogni giorno. Prendersi il tempo per poter pensare, per poter produrre delle cose di qualità.


ABBIAMO PARLATO CON…

Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots)

Discografia
Let Your Washing Machine Speak / Productions & Remixes (2007)
Romborama (2009)
Best of… Remixes (2011)
HIDE (2013)
The Great Electronic Swindle (2017)

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Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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