Alice In Chains, il cielo plumbeo e la catarsi

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Into the flood again
Same old trip it was back then

Padova: domenica bel tempo, cielo solo un po’ coperto. Giovedì cielo plumbeo, minaccioso ma non sappiamo quanto minaccioso. Domenica orda interminabile di persone che cercano di prendere posto, o di capire come orientarsi in mezzo ad altre decine di migliaia di propri simili all’interno dello stadio. Giovedì sparuti gruppi di rocker avanzano placidamente verso la zona antistadio. Domenica Pearl Jam allo stadio Euganeo, giovedì Alice In Chains ospiti dello Sherwood Festival. Domenica anfibi, t-shirt logora degli Alice In Chains e pantaloncini verde militare con tasconi. Giovedì anfibi, t-shirt logora degli Alice In Chains e pantaloncini color sabbia con tasconi.

Stesse zone, stessi vestiti (tranquilli, hanno subito una sana dose di lavatrice), ambienti completamente differenti. È una sensazione strana, ma fortunatamente positiva: da un lato il senso di grandezza, dall’altro un senso di familiarità con certi contesti che per anni hai vissuto in realtà ben più piccole di Padova. Da una parte e dall’altra, il senso di collettività e di sentirsi a casa. Non importa la differenza numerica di decine di migliaia di persone.

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Scatto della sensazione di comfort data dallo Sherwood Festival

In, più, lo Sherwood Festival riesce a restituire quel senso di genuinità e di tranquillità tra le parti, che ti permette di sborsare 5 euro per una birra media senza gridare allo scandalo, di sborsarne altri 5 per un panino o una pizza che sono preparati da ragazzi sul momento, senza doverti dare la costante sensazione che ti stiano fregando in qualche modo. Ti senti un po’ a casa, e torni indietro di dieci anni.

Torni indietro nel tempo anche ascoltando gli Shame, i quali riescono nel non facile compito di scaldare il migliaio di presenti in attesa degli Alice In Chains. Hanno imparato a menadito la lezione del Grunge e Post Grunge, il loro sound non si sposta oltre il 2002, tra i Deftones più orecchiabili e i Silverchair. Nonostante il ritardo stilistico di circa 17 anni (e per il lato più becero del sottoscritto non è necessariamente un aspetto negativo), riescono a strappare applausi e approvazione.

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Plumbeo etere in polveroso suono. Buona prova per i brianzoli Shame

Il cielo plumbeo del pomeriggio lascia spazio a colori notturni, si spengono le luci, Jerry Cantrell e soci salgono sul palco senza troppe fanfare. Chitarra alla mano, prime note sporche, sporchissime. Boato. “Bleed The Freak”. È impossibile tenere gli occhi sul palco. Non tanto per il comunque nutritissimo numero di presenti, non tanto per l’headbanging partito in automatico dalla mia persona e che fatico a controllare. Il palco è letteralmente inondato di luce. Fari ad altezza uomo sparano sulla folla. In più di un’occasione ho cantato sommessamente la messa funebre per le mie cornee. Ma anche questo fa parte dell’esperienza Alice In Chains.

Esperienza che non è solo fan-service, non è unicamente incentrata sulla forza della nostalgia. Detrattori, ancora una volta sono costretto a ribadirlo: vivere gli Alice In Chains dal vivo non è assistere a una serata cover, non è  partecipare a un mega karaoke. E godo, godo tantissimo a ribadirlo, a ribadirlo a voi.

William DuVall ha personalità, ha una vocalità perfetta per il contesto che tuttavia non ricopia né scimmiotta Layne Staley (vero, Stone Temple Pilots?). Grande interazione con il pubblico, grande rispetto per chi quelle parole l’ha scritte e ora deve cantarle lui, grande orgoglio per tutto ciò che è stato scritto dal 2009 in poi. I presenti lo sanno, gran parte dei fan sotto il palco l’hanno capito da anni, buona parte di coloro che hanno raggiunto per la prima volta gli Alice In Chains allo Sherwood Festival l’ha capito, come una sorta di redenzione.

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L’istante in cui la cornea destra stava dettandomi le sue ultime volontà, l’occhio sinistro era invece ebbro di lacrime

In un’ora e mezza la gola ha chiesto pietà. Non l’abbiamo ascoltata. In un’ora e mezza abbiamo avuto attimi in cui il cuore faticava a reggere. L’abbiamo lasciato sfogare. In un’ora e mezza gli Alice In Chains hanno dimostrato per l’ennesima volta che meritano ancora un posto nel panorama musicale odierno. E di questo siamo fieri, siamo contenti, siamo orgogliosi.

E di questo sono fiero, sono contento, sono orgoglioso. Perché mi hanno rapito e mi hanno catapultato in faccia una serie di decibel a fil di rasoio. E rischiato di bruciarmi retine e cornee.

Setlist Alice In Chains:

Bleed the Freak
Check My Brain
Again
Them Bones
Dam That River
Hollow
Last of My Kind
Down in a Hole
No Excuses
Stone
We Die Young
Nutshell
Heaven Beside You
It Ain’t Like That
Man in the Box

Encore:
The One You Know
Got Me Wrong
Would?
Rooster

Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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About Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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