Baustelle: a Torino in cerca di Betty

Allucinate cronache di Amore e Violenza al Flowers Festival di Collegno.

Fu quando mi sedetti a lato del palco sul cemento ancora bagnato, per godermi in modo comodo e zozzo l’ultima parte dello spettacolo di giovani e diversamente giovani che seguono fedeli ogni sillaba cantata da Francesco, che mi chiese chi potesse essere Betty. I Baustelle hanno già cominciato a buttare in faccia a tutti L’Amore e La Violenza da quasi un’ora a questa parte, nella sua forma integrale (al netto di Continental Stomp e L’era dell’Acquario, vai a capir perché) e oscenamente pop, facendo dimenticare la pioggia e la grandine che hanno beccato i più temerari vestali nel grigio pomeriggio. Il Vangelo di Giovanni ha già conquistato i curiosi, Amanda Lear i più scettici, Eurofestival i più esigenti con il suo rock invasivo e tutto è già in discesa. Resta solo da assaporare lo splendore della restante serata magicamente rinfrescata e chiedere a Rachele se è in vena di accettare una proposta di matrimonio. Ahimè, oltre alle solite avvertenze del Bianconi -in tenuta elegantissima, come tutta la banda- di non scrivere canzoni di Natale (perché nessuno è Lennon) o sui figli in apertura dell’erede degregoriana Ragazzina, oggi è aggiunto pure il non convolare a nozze… lo prendo dunque come un no preventivo.

Baustelle collegno

Backstage. I Baustelle che ridono? Parliamone.

Comunque, Betty. Chi è Betty.

Squadro per due secondi la figura dai biondi ricci a cui appartiene la domanda, prima di rispondere: le brillano gli occhi, illuminati dai riflettori, uniche luci della notte scura. Pare sia venuta apposta per scoprire in prima persona questo suo enigma, talmente trasuda genuino interesse. È questo il bello dei fan dei Baustelle: sono abituati ad andare tranquillamente di prassi oltre le sequenze armoniche e testuali delle canzonette; ne vanno a cercare i significati nell’ermeneutica del mondo, per poi portarli e viverli ai concerti, con quell’aria tutta colorata e psichedelica. Sanno che il loro guru ha come guru niente di meno che De André. Non spendono quelle decine di euro per assistere ad una messa, ma per contribuire in prima persona. Il loro Parteciperò su Facebook è tra i più sinceri, insomma.

“Una ninfomane cascata in una nuova dipendenza, più comune e brutale, quella dei social network. Hai presente l’ultimo Von Trier? Ecco, ora aggiungici Zuckerberg”.

La mia risposta è grezza e ignorante, apparentemente tarata per interrompere il discorso e buonanotte. Del resto, siamo anche ad un concerto: mica possiamo fare mille chiacchiere. O limoniamo o ciao, sembro dire. In realtà, sto innocentemente ancora sognando di essere al posto del bassista in giacca e cravatta (Alessandro Maiorino) su quel giro pazzescamente semplice de La Musica Sinfonica e di poter poi smanettare coi synth à la Stranger Things (anzi, facciamo à la Only God Forgives, in compagnia di Martinez) appena passati in Lepidoptera: la mia mente in e(c)stasi ormai compone allegramente proposizioni senza freni, fregandosene delle formalità da galateo.
Non l’avessi mai fatto. Dopo la chiusura del nuovo album e l’apertura della Fase Due ossia l’oceano di pezzi sparsi dal passato, tra i salti a tempo dell’immancabile Un Romantico A Milano e lo stupore per gli stilosi cambi di chitarra di Claudio da una fiammante Les Paul ad una non meno elegante Telecaster, parte la concitatissima filippica in risposta:

“Betty è più che altro una ragazza che muore ogni notte e risorge ogni mattina. Sì, magari una complessata tragicamente, alarmisticamente, grottescamente e cataclismaticamente ansiogena come nel video. Forse è un’amica d’infanzia di Martina. O di Laura. Oppure di Cristina. O, chissà, di Lili Marleen. Ma non è la tipica vergine suicida di Bianconi. Anche lei è miele infinito per anima”.

baustelle collegno

“Non può essere semplicemente Betty Tossica dei Prozac?” chiedo con tono ironico, con una soave Bruci La Città come sottofondo ispirato. “Baggianate”, dice lei, prendendomi sul serio. “No, non mi convince. Betty è come un accordo minore di nona in un giro troppo solare. Come una ragazza che sogna il suicidio ma è ancora troppo piena di vita. E sarà così fino a quando non conoscerà un nazista in una rissa o si perderà nel punk o nel crack.”
La guardo. Sposto lo sguardo su Rachele che splendidamente nel mentre guida Piangi Roma. La riguardo, rivedo in lei la Golino. Inizia ad apparirmi davvero interessante. Inizio a farmi brutti pensieri, dunque a preoccuparmi. Continua a parlarmi, ora la ascolto sul serio, anche se l’occhio della mia mente non perde mai di vista neanche per un attimo quella figura di cantante sullo sfondo, una statua magra nella penombra che da lontano pare appartenere ad un Rustin Cohle ancor più pelle e ossa (Basso e Batteria sarà autobiografico, dategli da nutrirsi). Scherzo, come scherza Francesco, con maggior raffinatezza (“Sì, siamo antipatici. Ma c’è di peggio. I pessimisti, per esempio. Specie se cosmici”).
Il maestro Seba(stiano De Gennaro) -che, by the way, ho appena incontrato la scorsa settimana a Collisioni con Silvestri, assieme alla Consoli e Gazzè, un grande- sembra scandire alla batteria le sue parole. Tra l’altro, è lui quello che si diverte di più, stasera. Miglior performance sul palco, senza dubbio. Ci stava un solo. Ma vabbè. Forse non è il caso. Prenoto mentalmente All My Robots per il viaggio di ritorno.

“Diciamo che quindi Betty è la compagna ideale di Charlie. Potrebbero fare surf assieme” butto lì squallidamente, senza rendermi conto di stare urlando (facendo ridere lei e le persone sane dietro), mentre affiora la Perla nel repertorio di sempre, La Moda Del Lento. È un momento altissimo, sia per la band, che per noi, giustamente premiato nel finale da standing ovation. Spero che il ragazzo svenuto in precedenza mentre Francesco parlava di Biancaneve tra i maiali non vada di nuovo a terra per l’emozione. Resiste. Top.

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I toscani salutano e ritornano per gli encore (ma dove te ne vuoi andare senza aver fatto La Guerra È Finita?), e la bionda finalmente (?) mi molla, andando a pescare altre risposte più avanti, come un’attivista di Amnesty in cerca di preziose firme per i bimbi del Malawi.
Poi, passata la cover Gloria e il poker adrenalinico di chiusura (Rachele coi tamburi è micidiale sulla conclusiva La Canzone del Riformatorio), torna. Mentre la band si inchina e si congeda, dice: “Sei il più realista, oggi. Il più attento ai dettagli del mondo. Il più dipendente da esso”. E se ne va con la musica, pugnalandomi dolcemente, senza lasciarmi il suo WhatsApp, senza spiegarmi se era, il suo, un complimento o cosa. Solo quando è distante, di spalle, noto spuntare dalla tasca del suo onesto sedere un cartellino Staff con scritto sopra… Betty.

Ma che diavolo? A quella visione non ci ho capito più nulla. Fenicotteri, Pop X, l’ombelico di fuori, Asia Ghergo e Riccione. Blackout. Non ci capisco più nulla, portatemi via. Soltanto dopo una birra ghiacciata di riassestamento, sulla strada di casa, sono riuscito a mettere assieme due considerazioni, a mo’ di summa della serata. Anzi, addirittura tre. Dunque, uno: non esiste notte che i Baustelle non riescano ad illuminare. Ok, cazzata. La prima me la sono bruciata. Ripigliamoci. Andiamo con la seconda. La presa sul pubblico era di gran lunga maggiore (al di fuori dell’inno Charlie Fa Surf) nella prima parte di live, quella dedicata alla promozione de “L’Amore e La Violenza”. Quindi, o oggi erano presenti solo fan dell’ultim’ora oppure avevo davvero ragione quando a gennaio dissi con sicurezza che quest’ultimo lavoro era il loro Capolavoro, almeno al pari dell’esordio.
E tre: ragazzi, cazzo, devo ricordarmi che non si scherza con l’MDMA.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Baustelle
L’estate, l’amore e la violenza Tour
Flowers Festival – Collegno (TO)

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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