Brunori Sas: concerti per dare al mondo una sistemata

In visita alla casa itinerante di Brunori, per la tappa del Flowers Festival di Collegno.

“Solo una donna può spingere un uomo a spendere dei soldi che potrebbe investire altrimenti in patatine fritte per vedere Brunori.”

Così diceva un mio carissimo sodale musicofilo, in merito al concerto che -in realtà anche per genuino interesse- mi son trovato a vedere, e che mi accingo a commentare. In realtà la parola “donna” non era esattamente “donna”, ma ho preferito non dare per scontata la vostra familiarità con le sineddochi. Le parti per il tutto. Ci siamo capiti. Dunque, Brunori Sas: un esponente magistrale e rispettatissimo di quella strana bestia sempre apparentemente morente e rispondente al nome di cantautorato italiano, sul palco -per la promozione del suo ultimo album “A Casa Tutto Bene”, uscito all’inizio dell’anno- del Flowers di Collegno; una persona normale e un concerto euforico nel programma del festival, prima del disagio esistenziale di Vasco Brondi, che sarebbero arrivati la sera successiva. Strane scelte. A proposito di queste ultime, prima di Brunori in scaletta c’era un’ora di monologhi di un poeta autoctono, Guido Catalano.

Parliamo dunque prima di Guido Catalano.

Io Catalano non lo conoscevo. Non sono esattamente un esperto di poesia – fuor dall’eufemismo, non ne so niente. Tal Catalano non ha evidentemente pensato a me, e a quelli come me, quando è uscito fuori sulle note di It’s Raining Man, chiedendo l’ovazione del pubblico come un Mauricio Pinilla in un delirio d’arroganza. E declamando le sue opere facendo delle gestualità da spalla di colore di Eminem, tanto che in chiusura di molte poesie mi aspettavo una bella dab. Non l’ha fatta. Catalano racconta di amore dichiarato e il più delle volte non corrisposto, tiene bene il palco, fa un po’ di televendita dei suoi libri, ha poesie in francese maccheronico finto in pieno stile anni ’90, riesce a tratti a far ridere ed emozionare anche quelli come me, non entusiasti -eufemismo #2- all’idea che prima del live abbiano messo un’ora e un quarto di salotto letterario. Altalenante, sicuro: come Pinilla, e la sua carriera di rigori ridicoli forti e centrali e maestose rovesciate.

Ora si può parlare di Brunori.

Io Brunori lo conoscevo, anche se non benissimo. Non ero di certo uno dei parecchi che urlavano le canzoni a memoria, verso per verso: molto meglio in effetti per i padiglioni auricolari delle persone davanti a me. Lui arriva, si presenta in completo, apre con lo splendido nuovo singolo La Verità ed è subito battimani (anzi, batti “manine”, come dice lui) e sing-along. Si porta dietro una band numerosa giustificata da arrangiamenti invero abbastanza ricchi: due polistrumentisti circondati da fiati e percussioni, tastiere, basso, batteria. Suona tutto veramente bene, a parte a volte un basso troppo alto e un sax troppo basso. Brunori sorride, se la ride, intrattiene, fa battute consapevolmente pessime, non si prende sul serio. È in banalissima camicia bianca, è fuori forma, fa un mezzo balletto alla chitarra sulla coda strumentale di La Vita Liquida e rimane in affanno come un cane abbandonato a Ferragosto sulla Salerno – Reggio Calabria. Si diverte, visibilmente, sembra genuinamente stupito di essere sopra quel palco davanti tutta quella gente: sembra uno come me, uno come te che leggi, uno che sta approfittando del suo momento di gloria per mettersi a cazzeggiare in maniera improbabile suonando Back In Black con movenze da School of Rock, mentre il tecnico di palco (da lui ribattezzato “ninja”) gli regge un jack che scoppietta. Il solito invisibile muro tra artista e pubblico non ha bisogno d’essere abbattuto perché non c’è, è a suo agio lui quanto sono a mio agio io: l’impressione non è di stare sotto un palco (seppur vicinissimo) ma di star ascoltando un vecchio conoscente un po’ eccentrico che canticchia dal divano, davanti a una bella Moretti croccante.

In realtà magari non è così, e Brunori si è costruito un personaggio perfetto: ma poco importa, perché funziona. Su quel palco funziona tutto, dalle armonizzazioni vocali femminili ai puntuali interventi di batteria, dagli inserti solistici (su Don Abbondio Brunori attacca il delay all’elettroacustica e va avanti per tre minuti come fosse ospite dei Mogwai) all’allegra baraonda, fintamente disordinata, del Costume da Torero. Sono pezzi che arrivano subito, che senti immediatamente tuoi perché sono suonati con trasporto strabordante, non assolutamente perché semplici o ruffiani. Va a finire che con estrema rapidità si fa mezzanotte e mezza, le canzoni suonate sono ventuno, e da spettatore mi trovo ad essere un po’ calabrese, mezzo comunista, gaudente dandy e promesso sposo tradito. Un po’ più ottimista forse, senz’altro un po’ più innamorato del tanto vituperato cantautorato. La Verità ritorna nel bis, stavolta accompagnata dai soli tasti bianchi e neri (“ho portato io in Italia la canzone romantica al piano”, scherza Brunori): a quel punto la canto anche io.


ABBIAMO PARLATO DI…

Brunori Sas
A casa tutto bene tour
Flowers Festival – Collegno (TO)

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *