Calibro 35: Celebrazioni analogiche all’Hiroshima Mon Amour

L’immaginario cinematografico dei Calibro 35 e la loro santificazione dell’analogico

C’è una sorta di perfetta chiusura del cerchio quando ti rechi all’Hiroshima Mon Amour, che prende il suo nome da un film d’essai del 1959 e che ha il suo ingresso tappezzato di locandine fondamentali della storia della cinematografia, per andare a vedere i Calibro 35 che della celebrazione delle soundtrack hanno – almeno inizialmente – fatto la propria vocazione. L’occasione deve essere parsa palesemente ghiotta a parecchi, tanto che già un’oretta prima del via il locale è stracolmo di un pubblico neanche troppo attempato ma senz’altro variegato: ho a ore 12 una coppia di giovani metallari intenta in un limone ininterrotto come si trovasse per sempre nel mezzo del climax di un concerto di Bryan Adams; a ore 6 ho invece un reduce di tecnologie di altri tempi che riprenderà gran parte del live attraverso le lenti di una fotocamera digitale compact.

I Calibro 35 portano sul palco un immaginario che nella sua assenza di orpelli colpisce fortissimo, e ti fa sentire irrimediabilmente un povero inetto contaminato dal digitale. Hanno una presenza scenica tutta loro, salgono in scena senza dire una parola, non introducono nessun elemento che possa disturbare la loro santificazione dell’analogico. Quattro fari colorati e basta, come probabilmente oggi sono rimasti a fare soltanto loro e i King Crimson, e poi via per due ore ininterrotte di sola musica e pochissime cazzate. Si concedono soltanto una voce robotica registrata (che sarà unico vocalist della serata, sostituendo i rapper MEI e Illa J), a cazziare in maniera preventiva (e in realtà con poca efficacia) quelli che fossero intenzionati a stare spesso a smartphone in aria per postare pezzi del concerto su Instagram. Sul palco c’è un assortimento di tastiere che ricorda i reparti di esposizione dei Trony dei tempi d’oro: tutti quanti saltano con grazia da uno strumento all’altro, mentre Enrico Gabrielli fortifica la sua legacy di personaggio tratto da un romanzo di Philip Dick, e intervalla con la luce delle braci delle sigarette le sue prestazioni assurde con mano sinistra al sax e destra alle tastiere.

La scaletta del live, seppur leggermente più breve di quelle di date precedenti e non impreziosista da ospitate di pregio (c’era Dell’Era a Bologna e Agnelli a Milano, qui ci sono i Calibro e basta), è un’immersione senza pause nel catalogo della band, dai classicismi poliziotteschi degli esordi alle boccate d’aria suburbana dell’ultima uscita Momentum, passando per un campione significativo dello spettacolare predecessore Domino. Dopo anni ad essere stati campionati e sfruttati da terzi, i Calibro 35 hanno ormai reso l’imbastardimento componente costitutivo della propria formula, che abbandona il rock e la fusion per toccare talvolta lidi vagamente trip-hop. Il capolavoro, prima ancora che nella perizia strumentale con cui tutti gli elementi vengono ricostruiti su un palco (i vocoder su Automata, i perfetti innesti vocali della splendida Fail It Till You Make It), i Calibro lo fanno integrando tutti gli elementi in un discorso musicale organico, coeso, completamente privo di momenti morti.

È un viaggio più che un concerto, quello dei Calibro, e finisce che spesso lo sperimenti tuo malgrado ad occhi chiusi, mentre alla rigorosa seconda (o terza?) birra le loro note si fanno largo nelle tue povere sinapsi. Prima come accompagnamenti di lungometraggi che conoscono tutti, poi, in maniera ancor più subdola, come potenziale soundtrack della tua stessa esistenza. È come se le spazzolate geometriche ma energiche di Fabio Rondanini, lui sempre più protagonista, fossero lì a raccontarti di tuoi scleri nel traffico o di tue corse dietro treni irrimediabilmente persi. Come se le ansie notturne di 4×4 rimembrassero echi delle tue primissime canne. Imiteresti la sigaretta di Gabrielli ma possiedi un po’ di decenza umana e non lo fai, anche per rispetto della love story ininterrotta dei due paganti davanti a te, e ti limiti analiticamente a renderti conto di avere assistito potenzialmente alla migliore liveband della penisola da parecchio tempo a questa parte. O comunque, a uno dei migliori concerti che tu abbia mai visto.

Riccardo Coppola

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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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