Firenze Rocks 2018 – Io, gli Helloween, le lacrime, gli Iron Maiden

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Un sabato soleggiato, la brezza tra i (pochi) capelli, le simil-All Stars sfondate e una t-shirt degli Alice In Chains. La protezione solare sequestrata “perché potresti spruzzarla negli occhi e rubare portafogli”. I gadget da scroccare. Il casting non fatto per Canale Nove. La maledizione dei token. La benedizione di un’organizzazione sorprendentemente attenta. Il godimento per una giornata da ricordare.

Il bello di In Media Rex è che tra i punti fondanti e fondamentali c’è la parzialità. Ergo, ciò che leggerete è frutto del sentimento scaturito dal qui presente giurassico redattore che ha sfoggiato un’invidiabile carnagione catarifrangente nelle ore più calde del pomeriggio in quel della Visarno Arena in occasione della seconda edizione di Firenze Rocks. Edizione di molto superiore rispetto alla pur buona dello scorso anno. Vuoi per una selezione musicale più ponderata all’interno delle quattro giornate, vuoi perché sono riusciti a buttare sul tavolo un poker di concerti invidiabile.

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“Verso l’infinito e oltre!” “Oddio, ci risiamo…” (cit.)

Che bello, una giornata di sole, che bel tepore”. Vero a metà: bella giornata di sole, calore da forno microonde. Fortunatamente l’organizzazione di Firenze Rocks si è trovata pronta per questa evenienza: nebulizzatori d’acqua e personale con idranti pronti a regalare refrigerio per i temerari che alle tre del pomeriggio non si schiodano dalle prime file e zone limitrofe. I più tranquilli, invece, sono ammassati tra i gazebo posti all’estremità opposta dell’area concerto. Ah, già: Visarno nasce come ippodromo, ergo polvere a iosa (chi ha vissuto un concerto a Le Capannelle di Roma lo sa bene). Invece no: periodicamente le zone più polverose vengono bagnate dagli addetti dello staff, in più il prato è sufficientemente curato da impedire grossi polveroni nei momenti più concitati. Non ci hanno pagato per scrivere questo, sono solo parole piacevolmente stupefatte di una persona che ha visto concerti in luoghi e condizioni improbabili. La questione token è un punto che non riuscirò mai a comprendere: non sono comodi, non accelerano più di tanto le operazioni agli stand. Anyway…

Ma io divago… Dove eravamo? Ah, sì… (cit.)

Passano le 16:00, arrivano gli Shinedown. Direttamente da Jacksonville, con 17 anni di attività alle spalle sanno come intrattenere il pubblico già discretamente folto. Ottima presenza scenica, buon sound, efficace per svegliare chi stava per svenire dal caldo e per evitare un possibile lancio di bicchieri. Ricevere applausi e interagire così spesso e così efficacemente col pubblico non è scontato. Chapeau.

A seguire Jonathan Davis dei Korn, con una voglia matta di presentare il suo progetto solista. Talmente gioioso di stare sul palco, che a stento saluta i presenti. Onestamente ho creduto fosse anche un po’ alticcio, considerando quei pochi sguardi lanciati verso il vuoto, più che verso gli spettatori. Ad ogni modo, la qualità del lavoro presentato è poco più che onesta (semi cit.): i Korn con meno spinta e meno cattiveria, né più, né meno. Davis lascia il palco salutando sbrigativamente tutto e tutti. Come presenza, se si fosse connesso dal Michigan mediante connessione ISDN sarebbe stato lo stesso, anzi più evocativo.

“Ora tu, se lo vuoi, canta la ballata della zucca con noi” (cit.)

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Nonostante la temperatura sia ancora piuttosto alta, il sole inizia a volgere verso le nostre spalle, iniziando poco a poco a gettare le basi per una tregua. In tutto ciò entrano in scena gli Helloween con il loro spettacolo Pumpkins United: Kai Hansen e Michael Kiske si uniscono all’attuale formazione e danno vita a una sferzata di Power teutonico inebriante. Capite bene che assistere all’apertura affidata a Halloween è una goduria pazzesca. Capite bene che assistere a Walls of Jericho/Ride The Sky e Heavy Metal Is The Law cantata da Hansen fa esaltare il lato più tamarro che è in te. Capite bene che How Many Tears cantata da Andi Deris, Kiske e Hansen è un orgasmo a cielo aperto. Capite bene, insomma, che il sottoscritto ha goduto come un porco in calore (ma non al forno) per un’ora abbondante. Peccato, davvero un peccato per il taglio di Keeper Of The Seven Keys, ma comprensibile, dato il tempo a loro disposizione come gruppo spalla e non come headliner. Senza le Zucche di Amburgo metà della scena Power degli ultimi trent’anni non sarebbe esistita. L’altra metà è merito degli Stratovarius. Fate un paio di conti.

“We shall never surrender” (cit.)

C’è ancora luce, ma il sole inizia a perdere la battaglia con l’imbrunire. Dal palco Doctor Doctor degli UFO comincia a vibrare nell’aria. Iniziano a provenire rumori di battaglia. Un’esplosione. Un aereo enorme compare e sovrasta il palco mentre gli Iron Maiden danno in pasto ai 40.000 presenti una Aces High possente. Ecco, “possente” è l’aggettivo che potrebbe meglio descrivere la performance di Steve Harris e soci in quel di Firenze. Scenograficamente parlando, nonostante il palco del Firenze Rocks non sia il più ampio su cui la band ha suonato e suonerà, siamo a un livello ancor superiore di quanto visto durante il “Maiden England Tour” del 2014 o della serie di concerti a supporto di “The Book Of Souls”. Aerei giganteschi, candelabri, vetrate di cattedrali dove declamare una Revelations che dovrebbe essere fissa in scaletta, un Icaro imponente nella sua caduta, fiamme, Bruce Dickinson che per la foga dimentica di indossare la casacca da soldato in The Trooper e ci scherza su con l’imponente Eddie.

Facciamo una breve digressione sul “caso Dickinson”: prestazione eccelsa, al di là di ogni aspettativa e ben superiore rispetto al più recente passato. Vuoi l’età, vuoi l’aggressività della terapia che ha dovuto subire, la voce dell’Air Raid Siren è più scura, nonostante ciò è tornato a tenere le note per tutto il tempo necessario, senza troncare le linee vocali per riprender fiato come invece accadeva quattro anni fa. Il sottoscritto era presente a Bologna nel 2014 e può affermare che quella del 16 giugno 2018 è una performance che sotterra quella precedente.

Scaletta devastante, merito anche della scelta di basarsi sul videogame mobile Legacy Of The Beast che ha permesso di rispolverare perle rare anche del passato più recente, driblando la fossilizzazione sugli anni ’80. Ecco quindi ripresentarsi The Wikerman con una potenza devastante, ma anche una insperata The Clansman e un’incredibile interpretazione di Sign Of The Cross. Ho trattenuto a stento l’emozione… Anzi, no, diciamo le cose come stanno: ho goduto come una bestia furente per For The Greater Good Of God, vera e propria perla rara del discusso “A Matter Of Live And Death” (album che invece apprezzo immensamente), ho trattenuto a stento le lacrime per Revelations e soprattutto per Hallowed Be Thy Name, anche perché rimossa inspiegabilmente 4 anni fa, nell’ultimo tour è stata assente per beghe legali. “Perché non citi Fear Of The Dark?”. Ah, sì, con Bruce vestito con mantello e lanternino alla mano è stata mirabile. Contenti? Mi attirerò un linciaggio da parte di molti, ma non ho mai capito l’enorme appeal per questa canzone. Mi sono emozionato e ho scapocciato molto di più per Were Eagles Dare e Flight Of Icarus. Non escludo che sia strano io, sia chiaro.

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La chiusura con Run To The Hills è stata la ciliegina sulla torta di un concerto di gran lunga superiore alle aspettative. Ero lì per vedere gli Helloween dopo anni e anni che mi sfuggivano, mi sono ritrovato a (quasi) piangere di gioia e a ringraziare non so quale entità per avere avuto davanti agli occhi e dentro le orecchie dei sessantenni in una forma smagliante. Chapeau.

Sono tornato a casa a notte fonda sudato, con le simil-All Stars sfondate, capelli bruciati dal sole e il cuore sorridente sotto la t-shirt logora degli Alice In Chains. Grazie, grazie ancora.

Andrea Mariano

About

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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