Florence + The Machine, il tripudio di emozioni dell’High As Hope Tour

Un resoconto poco parziale della tappa bolognese di Florence + The Machine, ovvero la nostra personalissima ode a Florence Welch

Domenica sera l’Unipol Arena di Bologna ha assistito all’emozionante spettacolo gentilmente offerto da Florence + The Machine.

È dai tempi di You’ve Got the Love che ho una profonda ammirazione per Florence, adoro la sua voce e il suo stile, per questo quando a luglio scorso i miei amici mi hanno regalato i biglietti per il concerto di Bologna ho iniziato il conto alla rovescia dei giorni mancanti per poterla finalmente ammirare dal vivo. I mesi sono passati e finalmente domenica, dopo un leggerissimo pranzo a base di tortellini e tagliatelle e il fortissimo rischio di non entrare per la nuova e simpatica politica dei biglietti nominali, io e Simona, che sta scrivendo con me questo fantastico articolo a quattro mani, varchiamo le soglie dell’Unipol Arena.

Passiamo un’ora e mezza in attesa e alle 20.00, senza infamia e senza lode, aprono il concerto gli Young Fathers, un trio alternative rap che viene dimenticato praticamente nell’istante in cui esce di scena.

Alle 21.00 le luci si abbassano e finalmente ecco arrivare a piedi scalzi e avvolta da un fascio di luce Florence, così evanescente ed eterea nel suo vestito dal sapore antico e romantico da lasciare tutti senza fiato.

Florence inizia il concerto con June e la potenza della sua voce si espande per tutta l’arena. È un vortice di energia: salta, balla, corre da un lato all’altro del palco, è  davvero uno spettacolo vederla dal vivo.

Un esemplare di Florence che sta per spiccare il volo

“Hi, we are Florence and the Machine”, saluta il pubblico, e dopo averla sentita cantare stupisce la sua vocina timida e delicata, quasi difficile da sentire. Continuando a parlare col pubblico Florence si racconta, mostrando il lato più intimo di sé: “Amo l’Italia, mia mamma mi portava a vedere i quadri come quelli di Sant’Agata con il seno scoperto, mi chiedo se adesso sia contenta di avermi fatto conoscere tutta quest’arte drammatica”. Ride, facendo riferimento al suo modo di vestire: “Lei è un’insegnante di storia rinascimentale quindi penso che questo stile le piaccia. Mi dice sempre Io non ascolto musica, ma mi piace quello che fai“. Nel suo discorso dedica qualche minuto anche a temi più impegnativi, primo fra tutti la Brexit: “Siamo inglesi, ma siamo anche europei”, dice tra gli applausi “Dobbiamo imparare ad amarci tra noi oltre i confini”.

Il concerto va avanti, si alternano brani del nuovo album a pezzi storici, e non possiamo fare a meno di essere incantate da come Florence gestisce il palco. Palco che è sapientemente gestito anche nella scenografia, con luci che ricordano costellazioni e drappeggi che calano dall’alto quasi a simulare le vele di una nave e che ben si abbinano alla trasparente stoffa che la riveste e la fa apparire come appena uscita da un quadro preraffaellita.

Florence * The Machine

Florence + The Machine sul palco dell’Unipol Arena

È un rapporto alla pari, quello che c’è tra lei e il pubblico. Florence coinvolge, emoziona, fa sentire ogni singola persona parte di un qualcosa di grande, ma la cosa che stupisce di più è che anche lei è parte di quel qualcosa. Ad un concerto di Florence + The Machine non ci si trova davanti la star internazionale che si auto celebra sul palco, ma una ragazza normale, che si emoziona cantando per il suo pubblico e che non vorrebbe mai scendere dal palco.

Dopo il primo ritornello di Dog Days Are Over chiede gentilmente a tutti di mettere via i cellulari (“You can also ask it in formal english: Put the f***ing phone away!“) per far sì che per almeno un brano tutto il pubblico fosse compatto nell’essere realmente presente, godendosi il momento senza il pensiero di doverlo condividere sui social ma anzi condividendolo appieno con la gente intorno, chiedendo di abbracciarsi, tenersi per mano, applaudire a ritmo, saltare con lei. Insomma, vivere la sua musica come un esperienza che resta impressa più di una qualsiasi registrazione su un dispositivo. Dispositivi che però non vengono demonizzati ma anzi, vengono richiesti successivamente, quando cantando Cosmic Love chiede l’aiuto del pubblico per avere un cielo stellato.

L’atmosfera è carica di emozioni e all’inizio di Delilah, per la gioia dei fan Florence scende dal palco e canta passeggiando vicino al pubblico, ma è solo alla fine del brano che inizia la vera magia. Florence sale sulle transenne e canta letteralmente abbracciata ai fan, fino a ballargli praticamente sopra durante l’intro di What Kind of Man. Anche se eravamo decisamente lontane anche noi abbiamo sentito la potenza e la dolcezza di quel momento, e io ammetto di aver provato un po’di invidia per chi nelle prime file è riuscito ad abbracciarla e cantare con lei, addirittura accarezzandole i capelli (roba che non mi laverei più le mani nemmeno sotto tortura).

Il concerto si conclude sotto una pioggia di delicati coriandoli con Big God e Shake It Out, ultimata sventolando una bandiera arcobaleno ricevuta da un fan. Poi, eterea ed evanescente come è entrata, Florence esce di scena, tra gli applausi generali.

Usciamo dall’arena consapevoli dell’evento spettacolare a cui abbiamo assistito, sia a livello musicale che a livello umano, e credo che come noi nessuno dei presenti sia andato via deluso dalla serata. Per quanto riguarda me, io vado via con una certezza: da grande voglio essere come Florence Welch.


Setlist

  1. June
  2. Hunger
  3. Between Two Lungs
  4. Only If for a Night
  5. Queen of Peace
  6. South London Forever
  7. Patricia
  8. Dog Days Are Over
  9. Ship to Wreck
  10. Moderation
  11. Sky Full of Song
  12. Cosmic Love
  13. 100 Years
  14. Delilah
  15. What Kind of Man
  16. Big God (Encore)
  17. Shake It Out (Encore)

Leggi anche: Florence + The Machine, la sostenibile leggerezza dell’essere (adulti)

Giada Corneli

Non ho mai abbastanza tempo, ma per far cosa poi? Eternamente in bilico tra quello che sono e quello che vorrei essere. Dormo poco, sogno troppo, mangio abbastanza.
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