Flowers Festival: Zen Circus, di cosa ridiamo e di cosa urliamo

Livereport della tappa del folle carrozzone di Appino alla rassegna estiva di Collegno

Ho ancora la batteria dell’hardcore di Rancore che mi rimbomba nelle orecchie quando arrivo al Flowers Festival per il secondo giorno consecutivo, ho ancora qualche riflesso incondizionato per cercare di difendermi da gente X che mi finisce addosso sui brani dei FASK. Le Lavanderie a Vapore rimangono accoglienti come ogni volta: Tuborg piccola e rigorosamente tiepida, posto a sedere tattico sulle brulle collinette alla destra del palco dove un esercito di zanzare mi farà pentire amaramente di essere nato, il sole del cazzo delle 19 che filtrato dalla proverbiale cappa di smog di Torino trasferma ogni pre-concerto in un autentico inferno. E dire che per gli Zen Circus gli impavidi sono tanti, questa volta, e il conto delle persone assiepate alla sbarra, a cuocersi sul cemento e sull’alluminio due ore e mezza prima del concerto, è tra i più alti che ho mai testimoniato alla manifestazione. Per fortuna in questo festival da borghesi vendono anche dei gelati artigianali.

Ma perché arrivi il motivo per cui tutti sono qui c’è ancora tempo, mancano i soliti due opener. Io e la Tigre sono in due, emergono annunciate da una abbastanza timida vocalist che spiega in maniera abbastanza didascalica “Io sono io, e lei è la tigre”. Grazie. Più avanti racconterà anche di come affrontare il proprio dato debole utilizzando il GRRR power (sic) che tutte le donne (o tutti tutti? Rimarrò con questo dubbio) hanno dentro di sé e altre menate motivational effettivamente abbastanza stucchevoli. Nel mezzo sei-sette pezzi quasi tutti uguali e sicuramente tutti ugualmente mal suonati, anche se la ruvidità del sound pare più che un incidente di percorso pare un obiettivo programmatico della band chitarra + batteria, che più che una variante italica e tutta al femminile dei White Stripes pare una versione super-raw dei Verdena. Ce la facciamo andare bene. O forse no.

Non riesco a capire se sia l’umiltà e la timidezza di chi non sa come è arrivato a giungere questi palcoscenici, o la consapevolezza di chi merita assolutamente di trovarsi a fare da spalla agli Zen Circus in un contesto così affollato: fatto sta che Giovanni Truppi si installa sul palco assieme alla sua numerosa band senza presentarsi, senza dire nessuna parola in aggiunta alla esasperante logorrea delle sue canzoni, che lo portano a gareggiare con i tanti rapper del Flowers nella categoria numero di parole per traccia. Di Truppi inganna il profilo bassissimo e la gentilezza della voce e delle melodie (troppa in alcuni casi, quasi da soundtrack Disneyiana): lui in realtà è un autore tutt’altro che convenzionale, un coraggioso e sincero folle che nelle tematiche più sdrucciolevoli del cantantuorato si butta dentro in maniera fragorosa e scriteriata. Highlight assoluti, in tal senso, la critica sociale della Lettera a Papa Francesco I, i testi che shiftano agevolmente da Lavezzi alle droghe pesanti, a dialoghi sull’amore e sul significato della vita e dell’Universo. Zero pause e zero errori (tranne gli ultimi acuti boccheggianti su Nessuno), tante note a un piano verticale fatto a pezzi e reso portatile sottolineate da facce stranissime: Truppi sembra un po’ Maccio un po’ Montemagno, ma non si riesce neanche un attimo a non prenderlo tantissimo sul serio.

Appino e ciurma giungono finalmente, in maniera abbastanza caotica, godendosi il bordello sincronizzato di una Lavanderia a Vapore piena, adesso, come un uovo. Gli Zen dal vivo sono un’esperienza che ho sempre colpevolmente rimandato e mi rendo conto di come sono molto lontano dal limite inferiore dall’intervallo dell’età dei fan (ci sono teste di liceali, se si guarda con attenzione) ma ampiamente al di sotto di quello superiore: ci sono tizi con mariti/mogli e figli/figlie al seguito, vagamente freak nell’aspetto con i capelli legati mezzi bianchi e le magliette con scritto “Andate tutti affanculo”, che cantano ogni singola parola di ogni singola canzone (ma con trasporto ben maggiore sulle più vecchie contaminazioni folk-punk) risultando a loro modo credibili. Sono più vecchi dello stesso Appino, che dal canto suo si lagna di avere ormai preso il biglietto di sola andata per gli -anta mostrando un occhio debilitato alla Thom Yorke come insindacabile acciacco dell’età, e che discute con il bassista Ufo (quando quest’ultimo non è intento a fumare) sulle potenzialità della gioventù urlante davanti a lui. Tutto il concerto, che spara in pochissime pause e senza alcun calo d’intensità una selezione di un repertorio ormai immenso, vive di questa tensione tra vecchio e nuovo, tra serio e faceto: tra cori da stadio per dare della merda a qualsiasi città d’Italia ma soprattutto a Pisa, e momenti più toccanti sulle note di L’amore è una dittatura; tra rievocazioni familiari che includono la nonna prostituta di stanza vicino Via Del Campo e un “vaffanculo” tributato a De André, da un cantautore che ha ormai da tempo acquisito la legacy per poterselo permettere.

Ripescando dalle biografie, quando ancora cantavano in inglese, Appino e soci il nome lo presero da due album degli estremamente underground Husker Du. Nelle mie zone d’origine il termine “Zen” è associato, piuttosto, a una delle periferie più degradate e orribili d’Italia. Degli Zen Circus ho sempre avuto questa personalissima immagine, di qualcosa di oscenamente festante nel mezzo di una baraccopoli, dell’esaltazione di tutto ciò che di triviale e marcescente c’è nella vita in una forma musicale colorata, divertentissima, sfaccettata. Dal vivo, usando washboard e armoniche mentre si danno giovalmente a vicenda del figlio di puttana, me lo hanno confermato: non esiste niente di troppo brutto o di troppo triste per non poterne cantare all’interno di un concerto che risulti stupendo. Di conseguenza, tacitamente, mi sono iscritto al numeroso circolo di chi anche in futuro tornerà ad ascoltare dagli Zen lo stesso glorioso racconto sui minimi sistemi: di patria e di costituzione, di guerra e di pace, del Duce e della fica.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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