Francesco Gabbani battezza l’e-state torinese

Sudore, fiato, cuore, e qualche altra cosa: il livereport della data al GruVillage.

Martedì sera al GruVillage, collinare e spaziosa area concerti ubicata dove finisce Torino e comincia il nulla, c’era un pubblico variegato, casual, oserei dire da statistica Auditel. C’erano cinquantenni palesemente alla prima esperienza da concerto con folla grossa, grottescamente adornate di quelle orrende bandane con la faccia di Francesco Gabbani che vendevano al banchetto del merch. C’erano frotte di ragazzetti, famiglie con mocciosi, un punkabbestia con le dread verdi e arancioni. C’ero io, che ho passato buona parte della vita a fare il buffone rocker integralista ed esterofilo, e che mi trovavo infine a fare l’ultras a un concerto italo-pop. Prevedibile, in fondo: se c’è una cosa che sai già prima ancora che il concerto inizi, e che si sa già dal trionfo a Sanremo che ha fatto sentire i vecchi giovani e i giovani liberi dai vecchi, è che Gabbani mette d’accordo tutti. E’ una strana entità dalle movenze esagerate, dal baffo e dal sorriso da perfetto stereotipo del pizzaiolo italiano, che riesce in un modo tutto suo a cavalcare i trend e ad essere al tempo stesso nauseantemente vintage, e (spoiler) ad essere convincente nel farlo.

Parlato del pre, parliamo dunque del mentre.

Quasi sfondando il timpano solitario che tiene sottobraccio in stile frontman dei Bastille -che peraltro suonano sempre lì tra qualche giorno- Gabbani apre il live con l’esaltante energia del coro da vogatori della title track del suo ultimo album, Magellano. Guascone ai limiti del parodistico in ogni sua movenza, lancia la sua giacchetta sportiva azzurra (ci sono pur sempre più di trenta gradi) suscitando un ingiustificato urlo femmineo dal pubblico, quasi come si fosse assistito ad un nudo integrale di Johnny Depp. Per la prima metà di concerto ci si perde pochissimo in fronzoli e chiacchiere e si fa tappa (inaspettatamente presto) presso i refrain più conosciuti e cantabili della discografia del cantautore carrarese: da Software a In Equilibrio, su cui quasi ci s’imbarazza a riprodurre la basella techno da spot Vodafone e la si sostituisce con gli accordi di due chitarre; dal tormentone estivo Tra Le Granite e Le Granate all’inevitabile highlight di tutta la serata, Occidentali’s Karma (purtroppo senza scimmia). Ben conscio di avere tra le mani delle miniere d’oro per il sing-along, Gabbani allunga i pezzi, li rende interattivi, riempie il suo nuovo singolo di reprise a sorpresa tirati fuori dal silenzio, soddisfacendo il fabbisogno di Na Na Na Na di un’intera vita umana.

Courtesy: Paolo Pavan. Source: www.quotidianopiemontese.it

Dopo un attacco estremamente strabordante, però, la serata comincia a prendere una piega leggermente diversa. Sarà perché dovrà riprendere fiato anche lui, oppure perché emerge il desiderio -legittimo- di non voler passare per una macchina da ritornelli da villaggio turistico, e di voler dare l’immagine di un cantautore, almeno in parte, tradizionale. E così il set si fa più vario, sfaccettato, anche volutamente contraddittorio. Gabbani si ritaglia un mini-set al piano, dove fonde i romanticismi di Immenso e Maledetto Amore con il dissing ai danni dei dj di I dischi non si suonano. Con in mezzo le luci intermittenti e il groove pulsante di Amen (probabilmente il miglior pezzo della sua intera discografia) si susseguono una serie di ballatone stavolta suonate a band intera, e addirittura la bischerata amarcord (sentitissima) della cover di Vengo Anch’io – No Tu No di Jannacci. Colpisce anche la rilevanza che viene giustamente lasciata alla band che Gabbani si porta alle spalle (nella quale c’è anche peraltro il fratello Filippo, alla batteria), che non sarà in quanto a tecnica il collettivo blues di Alex Britti ma che riesce a dare un sound pieno e molto più convincente a brani che su disco restano sempre, essenzialmente, elettropop. C’è addirittura qualche timido inserimento chitarristico, c’è anche un doppio assolo di tom e batteria. Inaspettato.

Si arriva alla fine avendo sfondato il muro delle venti canzoni: Magellano viene riprodotto nella sua interezza, Eternamente Ora per sette ottavi. In encore la delicatezza di Foglie Al Gelo e il sicuro futuro singolone Pachidermi e Pappagalli, antologia di synth a volumi altissimi e di fin troppo verosimili pistolotti di complottisti. E dopo aver fatto il saltimbanco disarticolato per due ore sul palco, Gabbani va urlando insistentemente ringraziamenti e dichiarazioni d’amore e concede anche l’ultima gentilezza di un anacronistico bis, con ritornello finale lasciato al pubblico, di Occidentali’s Karma (sempre senza scimmia).

A mezzanotte tornavo alla civiltà e alle zanzare dall’estrema periferia torinese, conscio di aver assistito a un concerto che mi avrebbe soddisfatto assolutamente anche se -come anticipato- del fenomeno cui ho assistito non fossi un supporter da un anno e mezzo abbondante. Alla crescita notevole su supporto ottico Gabbani associa una presenza sul palco spaventosa, che non potrà che giovare della futura estensione di un parco canzoni ancora tutto sommato cortissimo. “Alla fine tutto ciò che conta è sempre un’idea”, dice lui stesso alla fine del panegirico antitecnologico Software: ci si può dire ragionevolmente sicuri che a lui le idee non dovrebbero finire in tempi brevi. Io i suoi futuri concerti li metto comunque tutti in agenda.

Lampadina, lampadina, lampadina accenditi.

Courtesy: Paolo Pavan. Source: www.quotidianopiemontese.it

Poscritto 1: alle mie ore undici, durante tutto il concerto di iersera, c’è stato un essere umano in maglietta celeste che eccelleva in entrambe le cose per le quali, secondo me, bisognerebbe essere malamente cacciati fuori da un concerto in piedi: essere alti più di due metri, e soprattutto registrare tutto (ma proprio TUTTO, anche le pause e la presentazione dei membri della band) a braccio alto e smartphone in assetto landscape. Sull’encore la combo di nonsense e molestia è stata ancora più sconvolgente: bambina sulle spalle del genitore -questa volta alle mie ore dodici- intenta a sfruttare la sua posizione privilegiata per filmare un maxischermo. Reputo sia bene ribadirlo perché non mi stancherò mai di farmi promotore di questo messaggio: posateli, quei cazzo di telefoni. Non li riguarderete mai, quei video tremanti di 5 minuti buoni. Ma poi, più che altro, rompete i coglioni, a meno che chi è dietro di voi non abbia pagato perché in cuor suo voleva gustarsi la visione di una selva di avambracci sudati. Fate al massimo una Instagram Story per il giubilo dei vostri followerS e poi quei telefoni toglieteli di mezzo. Ok dài, due.

Poscritto 2: uomo in maglietta celeste, se leggi, mandami il video di Amen che il mio è venuto senza audio.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Francesco Gabbani
Magellano Tour
GruVillage, Grugliasco (TO) – 20/06/2017

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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Un commento

  1. Concordo con il fatto dei video….rompono veramente. …perché non se ne stanno a casa
    …realtà virtuale a discapito della realtà. ..mah

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