Il ritorno a Milano dei Pain of Salvation, tra breakdown, emozioni e dediche

Audioguide per far oscillare selvaggiamente la testa e poi mettersi a piangere.

E Daniel Gildenlöw sorride. Sempre. Ha davanti schiere di giovani donne che cercano di tirar fuori i propri ormoni impazziti dalla propria gola, nel tentativo di spedirli sul palco come un riverente omaggio. E’ certo consapevole di essere sostanzialmente un sogno erotico vivente e sudato con la chitarra, e sapendolo molti ritornelli più che cantarli li mugugna, compiaciuto. Ma sorride. Sempre. Con un sorriso sincero, onesto, di quelli che non t’aspetteresti da chi in sede compositiva si concede tra le più eccentriche presunzioni dell’intero universo prog metal. Daniel è tanto emozionato di stare sul palco quanto la più svenevole delle sue adoranti fan. E’ uno spettacolo inusuale, che crea una connessione assolutamente impensabile tra artista e spettatore. A fine concerto volevo rintracciarlo e raccontargli tutti i miei problemi. Diciamo così.

Ah già, c’era anche un concerto. Passo indietro. Non parlerò più della presenza scenica di Gildenlöw. Promesso. C’erano due giorni fa i Pain of Salvation, hanno suonato a Milano, per la seconda volta consecutiva al Magnolia. Si son portati un carico spaventoso di nuovi pezzi da far debuttare in Italia, attingendo dal cupo materiale del recente In The Passing Light of Day. Cominciano a fare un casino d’inferno con le chitarre a sette corde, breakdown dopo breakdown, si parla della disperazione e della rabbia vissuta sui lettini d’ospedale e delle relazioni che esplodono sotto i colpi di bugie e tradimenti. Full Throttle Tribe, Reasons, Meaningless adombrano le corrispetive su supporto ottico, e diventano degli inauditi bombardamenti. Facile dare il merito al guadagnato carico di decibel: in realtà è l’intera band a dare prova fin dall’inizio d’avere in corpo un’energia enorme, dai fill velocissimi di Margarit a Hielm, che prende il suo impegnativo ruolo di pronunciare in ordine undici numeri con l’enfasi e la pomposità con cui si annuncerebbe un’entrata in guerra.

Poi la setlist scorre con scioltezza tra il passato recente e il passato remoto della band, ripescando fan favorite e procurando brividi d’assortita natura. I drammi sentimental-adolescenziali di “Ashes” e “Beyond The Pale”, quelli ancor più profondi di “A Trace of Blood” s’accendono sotto i colpi d’ugola -col tempo sempre più precisa- di ZSolberg, che oltre a oscillare orizzontalmente come uno spettro sottopeso si concede il lusso di prendersi metà degli assoli, eseguendoli con pose da guitar hero e in maniera tecnicamente impeccabile (ma cannando clamorosamente in chiusura l’attacco di quello più facile). Il pavimento del Magnolia trema quando dai Road Salt si estrae “The Physics of Gridlock” (sempre tanta, tantissima roba la coda in francese) e si riesuma quella potentissima e ignorante zingarata che è “Linoleum”, sui ritornelli della quale si raggiungono picchi di sing-along notevoli per le dimensioni della location.

Ma chi ama i Pain of Salvation da almeno un decennio circa (malgrado le costanti rivoluzioni stilistiche), sa che i momenti più stupendi che son capaci di regalare non risiedono nei riffoni o nelle complessità solistiche, e nemmeno nei ritornelli a due voci o nelle costruzioni da overture delle suite più complicate. Sono quei momenti ben calibrati, ben distillati nel corso della setlist, che fanno tesoro della loro sporadicità. Quelli che accadono quando le luci si fanno blu e Gildenlöw porta avanti la performance con i soli arpeggi, nel silenzio quasi assoluto. L’edizione live della romantica quanto sessualissima “Silent Gold” si svela essere, probabilmente, la migliore ballad mai interpretata sul palco dal genio di Eskilstuna. E infine, in encore, la magnificenza tenera per quanto crepuscolare di “The Passing Light Of Day” accompagna un pubblico sognante per quindici lunghi minuti, per poi venir sfumata in una definitiva coda di violini.

Perché, non prendiamoci in giro, saremo anche tutti metallari e proggers della prima ora, ma se andiamo a un concerto dei Pain of Salvation ci andiamo non solo per scatenare l’headbanging ma anche (e forse soprattutto) per sentir affiorare la lacrimuccia. E al Magnolia, per l’ennesima volta, c’è stata ampia motivazione per entrambe le cose.

Poscritto 1: ho cominciato a scrivere l’articolo sul cellulare e dopo svariate titubanze l’autocorrettore si è stabilizzato su Panini of Salvatore. Prendete nota per quando vorrete fondare le vostre prossime scarse band.

Poscritto 2: ha gigioneggiato Daniel, ho gigioneggiato io, ma per un attimo occorre fare i seri. Questo concerto è stato dedicato nell’interezza al fondatore del fan club italiano dei Pain of Salvation, Alberto Granucci, scomparso drammaticamente il 20 marzo. Gli mandiamo un caro saluto anche noi.


ABBIAMO PARLATO DI…

 

Pain of Salvation
In The Passing Light of Day – European Tour
Circolo ARCI Magnolia, Milano – 06/04/2017

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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