La stracittadina dei Riverside

Telecronaca di un concerto Vecino alla perfezione

A ricordarmi che a Milano è sempre bene andarci il meno possibile sono tutti i festanti tifosi del Milan e dell’Inter, a mimare finta fratellanza in Piazza Duomo prima di passare la serata a vomitarsi addosso insulti e accuse di mettere palloni a caso in mezzo. In questo quadretto da Mykonos alle 23 del 14 agosto mi districo in qualche minuto da turista prima di andare a vedere per la terza volta nella mia carriera d’ascoltatore i Riverside. In missione enogastronomica, peraltro, avendo riposto nell’Eastpack della donna un pacchetto di gianduiotti artigianali da portare a Mariusz Duda, per rispondere con vago intento polemico a una sua story in cui ne acquistava orgogliosamente una indegna replica Witor’s.

Arrivo al Magnolia guardandomi intorno in modalità Solid Snake per sincerarmi della possibilità di gabbare il piantone anti-truffa con una tessera ARCI non mia, con il morale già sotto i tacchi per l’immediato gol di Vecino debitamente schierato dal mio avversario al fantacalcio. Scartato il proposito di introdurmi in maniera surrettizia vado a tesserarmi, disegnando per rappresaglia un cazzino nel riquadro per la firma di un paio di altri moduli presenti sul bancone. Entro.

Nell’anticamera del locale un buon 20% dei presenti si raccoglie attorno ai due maxischermi con Sky, quasi infastiditi dall’opening act che aveva già cominciato a suonare. Incontro al bancone anche un interessato Michal Lapaj, Beck’s in mano e intrattenuto a parlare con sue conoscenze, che interrompo indiscretamente chiedendo un autografo sull’appena comprato Live in Tillburg. Per fare conversazione gli dico che Milan – Inter da noi è un po’ come Legia – Polonia, da loro. Mi risponde laconicamente “I know”, facendo grondare dai suoi occhi il triste biasimo che si concede soltanto alle teste di cazzo.

Credits: Metalitalia. (https://metalitalia.com/galleria_fotografica/riverside-le-foto-del-concerto-di-milano/)

Dalla sesta/settima fila raggiunta senza neanche necessità di incunearmi più di tanto mi rendo conto che la band in apertura, gli olandesi Lesoir, sono pure onestissimi. Due chitarre a fare per il 50% del tempo le stesse cose per fare breakdown più pesanti possibili, per l’altro 50 a fare plettrate d’atmosfera post-rock. Sono bravi. Il chitarrista-uomo immagine sembra uno che ha bazzicato i Solstafir, la cantante sembra una variante della cantante degli Iamthemorning che ha capito che il piano alla fine rompe le palle. Per buona parte della setlist cerco di capire se è una milf o è molto giovane, la certezza è che ha veramente una gran voce e che è indubbiamente un gran momento quando tira fuori il flauto traverso, simulando sul palco un love child dei Tesseract e dei Jethro Tull. Da approfondire.

I Riverside emergono dai venti e dalle cornacchie del soundscape di turno (parecchio più trascurabile rispetto a quelli dei precedenti due album) con puntualità svizzera, e danno il via col botto a un concerto in cui si impegnano pesantemente a raccontarsi in un modo e a dimostrare di essere (almeno adesso) tutt’altro. Mariuz fa un sentito spiegone sul fatto che non sono una band progressive metal, che fanno “canzoni”. Ma il concerto viene aperto dalle due cannonate che sono le recentissime Acid Rain e Vale of Tears, le quali – specialmente la seconda – smentiscono in sede live le perplessità lasciate dalle versioni studio. Poi, soprattutto, mentre le code e aperture strumentali cominciano a fondersi nella metà di un concerto che è comunque assolutamente di nicchia, il codino da gomorra del frontman si perde compiaciuto nell’headbanging onanistico dei troppi minuti della per nulla necessaria The Struggle For Survival.

Il quartetto, fondamentalmente, si impegna a dimostrarsi in una versione estremamente “raw”, muscolare, del tutto antitetica della variante romantica e intimistica dell’intero Towards The Blue Horizon tour, con cui aveva dato l’ultimo addio a Piotr Grudzinski (cui viene dedicata l’estesa variante encore della ballatona River Down Below). Abbandonati i pastelli di Love, Fear and The Time Machine, porta sui palchi una violenza degna dei tempi di Anno Domini High Definition (e non a caso arrivano parecchio vicine sia Left Out che Egoist Hedonist, meravigliosamente invecchiate entrambe), con un Maciej Meller più a suo agio a far rumore chitarristico, e una grancassa dal suono secchissimo a masticare spesso quasi tutti gli altri suoni.

È e rimane, sia chiaro, una performance di livello stupefacente, con Duda che canta sopra riff di basso in 7/4 con la scioltezza di chi sta suonando Seven Nation Army, e che non indossa alcuna falsa modestia nell’attraversare tutti i registri del suo repertorio, dal falsetto da voce bianca di Wasteland al singolo violentissimo growl in coda a Loose Heart. Ma quello che rende unici i Riverside, cosa per la quale continuo a scannarmi a cadenza più o meno quindicinale con svariati ignoranti metallari su Prog Snob, risiede ancora oggi nelle sottigliezze: nelle melodie di sola voce che fanno capolino ovunque e nei cori che nobilitano interattivamente quattro o cinque pezzi facendoli sembrare dei cioccolatini brevissimi e non suite di 13 minuti; nei tappeti di luci fucsia e pad lunghissimi che preparano allo stacco di Lost, per distacco apice della loro discografia. Il rammarico, appunto, è che un concerto quasi perfetto avrebbe potuto fare a meno del “quasi” senza l’impeto revanscista che pare considerare Wasteland una chiusura di un cerchio con gli esordi, snobbando oltremodo la penultima e terzultima uscita. Volendo fare i polemici si potrebbe anche dire che 02 Panic Room in ogni encore dal 2007 ha pure rotto un pochino le palle. E sicuramente va sottolineato che tenere un pezzo come The Night Before fuori dalla setlist è grave come e più che tenere fuori Icardi da un derby. Con l’aggravante che difficilmente una canzone può fornirti la scusa sposandosi Wanda Nara.

Polemiche da bar, tutto sommato, come dettagli tecnico-tattici a commentare la prestazione di una stracittadina comunque vinta. Perché esco dal Magnolia da spettatore di uno show che non è stato forse il top dei Riverside, ma che si è dimostrato in ogni caso irraggiungibile per gran parte dei loro colleghi. Per ringraziarmi della mafia tassa tesseramento ARCI lo staff mi sbatte fuori dal locale alle 00.20 senza permettermi di provare ad incontrare la band, e affido i miei preziosi gianduiotti a un conciliante tizio al banchetto del merch. Duda, ovviamente, non si è degnato di ringraziarmi su Instagram. Sappi che se ti sono stati consegnati, Mariusz, sei veramente un ingrato. Voi che leggete diteglielo, qualora abbiate un contatto diretto. Io proverò in ogni caso a dirglielo personalmente al prossimo loro tour.


UPDATE!!!!

tvb Mario, stavo scherzando.

 

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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