I Periphery alla periferia di Milano

La cronaca del concerto ritorno della band statunitense, dal Santeria Club

A distanza di quasi un anno e mezzo dall’ultima apparizione i Periphery tornano in Italia, per il tour di promozione all’ultimo album “Select Difficulty”. Doppia data tra Milano e Bologna, rispettivamente alla Santeria Club e alla Zona Roveri. Io ci sono andato come infiltrato di In Media Rex perché in qualche modo devo pure arrotondare.  Quello che segue è un fedele resoconto.

Ore 18:00 – Arrivo al locale, c’è gente ma non c’è fila, sostanzialmente gruppetti radi di gente che si fa i cazzi suoi. Tant’è vero che deciso vado al bancone e ordino un estremissimo caffè. Mi giro ed esattamente dietro di me ci sono Misha Mansoor e Jake Bowen, i chitarristi dei Periphery, intenti a cazzeggiare con dei membri della crew in attesa di iniziare il concerto; i fanboy che li hanno riconosciuti parlottano imbarazzati tra di loro come ragazzine in vista del figo della scuola. Ogni tanto si palesa anche il cantante vestito sobriamente con canotta, cappello di lana e un paio di mocassini messi a mo’ di ciabatte. “Si cambierà prima di iniziare spero”, penso io: non lo farà.

Ore 18:30 – Si inizia a creare un po’ di coda, quindi decido di abbandonare il tavolo per andare a prendere il mio posto; faccio due calcoli: ho ottime chance di finire in prima fila.

Ore 20:00 – Apertura porte del palco, strappo il biglietto ed entro. Rimango basito: il palco dell’oratorio della chiesa vicino casa è molto più grande. Mi devo accontentare della seconda fila. Quindi mi avvicino alla parte destra del palco. Noto una delle cose più strane mai viste e meno immaginabili in un contesto del genere: c’erano le scalette sulla parte frontale del palco, esattamente accanto a me. La cosa non sarebbe così strana se non fosse che non c’erano transenne, e quindi al primo accenno di pogo avrei perso entrambe le gambe.

Ore 20:30 – Tocca ai Destrage. Iniziano benissimo e carichi, anche perché diverse persone tra il pubblico erano lì per loro. Purtroppo le limitazioni del palco piccolo si fanno sentire fin da subito: dalle prime file l’audio è pessimo, la batteria è fisicamente troppo vicina e le casse sono puntate verso il centro della sala. Sostanzialmente ho sentito soltanto la batteria e la chitarra di fronte a me. Loro decisi, violenti, cattivi, un sacco di grinta e tanta voglia di fare.

Ore 21:20 – Iniziano i The Contorsionist. Conoscendo bene il loro ultimo abum sapevo già come sarebbe andata a finire col pubblico. Andate ad ascoltare un paio di canzoni di Language: è progressive, con alcuni tratti un po’ sul deathcore, a volte un po’ math. Con i Destrage pogo, headbanging, scapocciate varie, con i The Contorsionist il pubblico non riesce a star dietro ai continui cambi di tempo, alle parti tranquille e melodiche e per lo più si guarda intorno imbarazzato e confuso. Rido non poco. Da notare le espressioni facciali del chitarrista Cameron Maynard, che ad un ragazzo vicino a me ricorda letteralmente “quando non riesci ad andare in bagno da una settimana e ci stai finalmente riuscendo”.

Ore 22:30 – Finalmente i Periphery. L’inizio lo potevano gestire un po’ meglio: a Dicembre del 2015 partirono con la trilogia Muramasa-Ragnarock-Masamune mentre questa volta con A Black Minute e Stranger Things, particolarmente mosce per iniziare. Spencer Sotelo, ambasciatore della sobrietà, parte regalando in prima fila una bottiglia di vino vuota (il contenuto era già tutto nelle sue vene a quell’ora) ancora con il cappello di lana a coprirsi la testa (io soffocavo in maglietta). Dispiacere per la mancanza del bassista Adam ‘Nolly’ Getgood, sostituito dalla tecnologia.

I pezzi suonati sono presi principalmente dall’ultimo album e qualcos’altro dal doppio lavoro Juggernaut Aplha/Omega, saltando completamente grossi capolavori dei primi due album; l’esecuzione, malgrado la cazzonaggine dei membri della band, è sempre impeccabile, e anche Sotelo mostra un maggior controllo e meno attitudine da prima donna nonostante l’evidente sbronza. A metà show i tre chitarristi fanno riposare il cantante con un pezzo preso dal side project da loro composto. Qui viene il meglio: al rientro Spencer, nel massimo della condizione, non vede il faretto e inciampandoci sopra cade a terra, tra le risate di qualcuno che si mette anche a urlare “scemo, scemo”; si alza e inizia a inveire e a prendere a calci il suddetto malcapitato faretto. Dopo Masamune, ovvero l’unica canzone presa dal loro miglior lavoro This Time Is Personal, è tempo per la solita sceneggiata dove fingono di andarsene mentre il pubblico chiede il bis: la particolarità sta nell’entrata del batterista, che si mette a buttare giù un po’ di improvvisazione interagendo con il coro “another song” urlato dal pubblico.

Chiusura di concerto con Lune, ultima canzone dell’ultimo album: Spencer, già abbastanza perculato dalla scena metal per le tendenze sdolcinate del suo cantato (cliccate qui e qui e qui) decide di sfornare una canzone degna di Amici di Maria de Filippi, se non fosse per la sola parte strumentale.

Esco dalla Santeria soddisfatto a metà: l’audio era quello che era, ma per fortuna l’atmosfera generale faceva in modo di sopperire alle notevoli mancanze tecniche. Un’ottima conferma per i Contortionist -malgrado la risposta tiepida della parte più metalhead del pubblico- e per i Destrage, mentre mi sento in chiusura di rivolgere un accorato appello ai Periphery: il prossimo album pensatelo un po’ meglio e non fate comporre niente a Spencer, che altrimenti al prossimo giro vi ritrovate a fare il tour con Linkin Park e Bullet for My Valentine.


ABBIAMO PARLATO DI…

Periphery (Destrage, The Contortionist)
European Unrest Tour
Santeria Club, Milano – 05/05/2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *