Dischi che escono – 04/12/2016

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Rubrica che mette alla prova la vostra capacità di sviare la mente dal referendum e dalle matite complottiste (27/11/2016 – 03/12/2016)

 


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Ambramarie
Bruciava Tutto

Pop Rock, Magik Promotion

L’highlight
Nella Stanza Buia

Per chi apprezza
Paola Turci, Nada e il rock in gonnella e anfibi

Lo dissi su altri lidi: AmbraMarie è brava, è in gamba e pur di continuare sulla propria strada artistica personale ha preferito dire “No grazie” al sicuro fugace e inconsistente successo post-X Factor. Dopo tre anni torna con “Bruciava Tutto”, disco che sa ben amalgamare pezzi tosti come l’opener “Diversa”, brandelli di quotidianità in “Un Giorno Da Dimenticare” o ballad dal sapore tipicamente pop rock italico, ma in accezione positiva, sia chiaro. In più un Omar Pedrini come guest star in “Nella Stanza Buia” è una piccola gemma che impreziosisce il tutto. “Bruciava Tutto” è degno di una chance e anche più, buona scusa per dare una piccola scoppoletta sulla noce del capocollo a chi pensa che il rock al femminile e in italiano non possa avere esponenti degne di nota. – Andrea Mariano


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deadmau5
W:/2016ALBUM/

Progressive House, mau5trap

L’highlight
2448

Per chi apprezza
Le tamarrate sci-fi anni ‘80

Mr. Zimmerman (Joel, non Robert) ha presentato il suo ottavo album con il broncio, sostenendo di non essere per nulla soddisfatto del risultato. Manie di perfezionismo? Forse. Il nuovo lavoro del resto ha, nel bene e nel male, tutti gli elementi che hanno elevato negli anni il topo morto canadese a superstar della dance music, dal tradizionale ping-pong delay ai riverberi di casa. Probabilmente si riferisce a quel vago senso di incompletezza che in effetti aleggia lungo le undici tracce in scaletta e che appanna in qualche occasione l’aria satura di festa. A parer personale però non si tratta di un difetto soverchiante: la scelta di accentuare la vibe Eighties infatti fa la sua figura e rimanda più volte (con “Imaginary Friends”, in primis) direttamente a “For Lack of a Better Name”. Il che è tutto dire. – Giulio Beneventi


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I Like Trains
A Divorce Before Marriage

Post-Rock, Autoproduzione

L’highlight
North

Per chi apprezza
L’esatto opposto dell’estetica rock tradizionale

Possibile che una band post-rock piccola piccola, con all’attivo soltanto tre album finora, abbia addirittura un documentario dedicato alla propria esperienza? La risposta data dagli I Like Trains e dal loro pubblico, che ha risposto positivamente finanziando il progetto su Kickstarter, è assolutamente affermativa. Quello che rende “A Divorce Before Marriage” un film davvero prezioso è il modo in cui sovverte la classica retorica delle epopee rock: racconta semplicemente di una band lasciata a piedi dalla propria label, e costretta per quattro lunghissimi anni a farsi largo tra le difficoltà del mondo della musica contemporaneo, per poter continuare a esprimersi, a creare. Valore aggiunto, inevitabilmente, la splendida colonna sonora che costituisce un full album complementare: post classico, etereo ed invernale, meditabondo e delicato. – Riccardo Coppola


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Jean-Michel Jarre
Oxygene 3

Elettronica, Columbia

L’highlight
Oxygene pt. 20

Per chi apprezza
La calma e i libri di cibernetica

Vero padre di buona parte delle declinazioni della musica elettronica, Jean-Michel Jarre approfitta del quarantesimo compleanno della sua opera fondamentale, “Oxygene”, per chiudere il cerchio precedentemente portato avanti con Oxygene 7-13, nel 1997. Un’unica lunga composizione, che si muove sui tempi stanchi della techno-ambient per sobbalzare sui colpi, sempre algidi e taglienti, dei sintetizzatori. E che mantiene quell’approccio inconfondibile dell’originale -ai tempi una necessità dettata dalla limitatezza degli strumenti a disposizione, questa volta un vezzo nostalgico- di tracciare la propria strada quasi nella totale assenza di tonalità basse. Oxygene 3 riesce ancora una volta a ricreare magie e atmosfere di cui Jarre è maestro, specialmente nelle sezioni più atmosferiche piuttosto che in quelle che nelle intenzioni vorrebbero suonare quasi dancy, ma che hanno un gusto amarcord che può far sorridere. E per quanto l’originale sia ovviamente di un altro pianeta, è un’aggiunta non indispensabile ma senz’altro interessante. – Riccardo Coppola


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John Legend
Darkness And Light

Contemporary R&B, GOOD/Columbia

L’highlight
Darkness And Light

Per chi apprezza
L’ala democratica del rhythm and blues

Ancora una volta il giovine Premio Oscar si immerge nell’oceano del soul, in quel preciso punto in cui come potenti correnti marine si incontrano le scariche dell’hip-hop, jazz e pop, e ancora una volta torna a galla con qualcosa di diverso e di estremamente elegante che, dall’apertura vintage-gospel, mostra progressivamente sempre più venature moderne, alternando all’oscurità regnante le luci scintillanti dell’hammond (la splendida title-track con Brittany Howard) e quelle dei synth (“What You Do to Me”), inseguite dalle svisate sax di Kamasi Washington. Una quinta traversata in tinta dark che, spinta da remate di liriche aggressivamente politiche, suona come una volontaria fuga dal grigiore dell’America di Trump. – Giulio Beneventi


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Klimt 1918
Sentimentale Jugend

Shoegaze / Post-Rock, Prophecy Productions

L’highlight
Comandante

Per chi apprezza
I lunghi inverni e la storia del Novecento europeo

Maestri assoluti delle atmosfere invernali e decadenti, i Klimt 1918 sono una gloria tutta italiana che tanto ha dato e (troppo) poco ha raccoto nel corso della sua quasi ventennale carriera. Concepito come doppio album, il monumentale “Sentimentale Jugend” ci restituisce la band dei fratelli Soellner a otto anni da “Just In Case We’ll Never Meet Again”, accompagnandoci tra i viali di una Berlino gelida, lacerata, divisa a metà. La Berlino degli anni 70 che fu degli Einstürzende Neubauten, di Christiane F. e del Bowie più sperimentale. La cosa bella, coi Klimt 1918, è il poter respirare il freddo di ogni nota, lasciarlo penetrare sottopelle fino a scontrarsi con un sangue pulsante di rabbia e sete di vita. Ci avevano già incantati fotografando in musica le macerie del dopoguerra italiano; ci spiazzano oggi con l’eco di una memoria collettiva che non vuole morire. Deflagrazioni post-rock, cascate di chitarre shoegaze impregnate di malinconia: la Gioventù Sentimentale si goda il suo manifesto definitivo. Il panorama musicale si inchini di fronte a cotanta, incontaminata meraviglia. – Marco Belafatti


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Pete Doherty
Hamburg Demonstrations

Alternative, BMG Rights

L’highlight
Flags From The Old Regime

Per chi apprezza
Le moscerie che rimangono mosce anche davanti a Kate Moss

C’è un motivo se la prima cosa che viene in mente quando si parla del tossichello libertino sono i festini da cocainomane e mai la sua pruriginosa musica, elogiata solo da riviste fashion gossippare come Vanity Fair o Rolling Stone. È una sorta di sindrome Lapo. Ed è più che comprensibile la volontà di Doherty di scrollarsi di dosso i (pre?)giudizi deleteri e i punti interrogativi sulla sua reale utilità nel panorama musicale, scegliendo dopo 7 anni di assemblare un secondo disco da solista che suoni come una linea di confine con il passato e un vero “manifesto” di cambiamento. Con riferimenti ai sanguinosi avvenimenti della sua Parigi e dediche alla amica Winehouse, il lato compositivo dà indubbi accenni di maturazione, ma non regge abbastanza sulla lunga distanza, degenerando ben presto nella solita accozzaglia di flaccide drunk ballads. Doveva essere una dimostrazione, invece è a malapena un mezzo tentativo. – Giulio Beneventi


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Plan De Fuga
Fase 2 (EP)

Pop Rock, Autoproduzione

L’highlight
Causa-Effetto

Per chi apprezza
Chi si annoia a fare sempre le stesse cose

Li avevamo lasciati un anno fa, con quella “Fase 1” che introduceva i Plan De Fuga al cantato in italiano, loro che sono di Brescia ma che hanno sempre colloquiato in inglese, musicalmente parlando. Metabolizzato e apprezzato con il tempo, è arrivata la “Fase 2” col compito di chiudere questa necessaria parentesi artistica prima di mischiare nuovamente le carte in tavola. Atmosfere cupe, rock che si mescola con l’elettronica come i Bluvertigo di un tempo, meglio dei Bluvertigo (“Distruggi Tutto”), chitarre distorte e cantato catatonico che ammalia. In italiano si può, anche se sicuramente torneranno all’ugola d’Albione (la conclusiva “Change It” potrebbe essere un’anticipazione di ciò). Mai uguali a se stessi, sempre fedeli a se stessi. – Andrea Mariano


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Team Ghost
Team Ghost

Elettronica / Rock, Autoproduzione

L’highlight
Tales of Tomorrow

Per chi apprezza
Gli effetti sulle voci e i crepuscoli

Nell’anno in cui gli M83 compiono il loro suicidio musicale, con l’inascoltabile “Junk” (un’accozzaglia di musiche che andrebbero bene come colonna sonora di scene spinte in serie TV degli anni Ottanta) l’ex Nicolas Fromageau, al contrario, dà alle stampe quello che è verosimilmente il miglior lavoro del suo nuovo progetto Team Ghost. L’eponimo album autopubblicato è un’ottima vetrina di un post-rock pesantemente contaminato, con massicce parti vocali, suggestioni industrial, pesanti colpi di elettronica quasi dub. Una performance al microfono che spesso annega nella mediocrità e qualche idea non proprio azzeccatissima (l’immotivata violenza di “We Are War”, per esempio) sono giustificabili nell’economia di un’opera estremamente varia, e ricca di spunti di assoluto pregio. – Riccardo Coppola


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The Last Shadow Puppets
The Dream Synopsis (EP)

Rock, Domino

L’highlight
Is This What You Wanted

Per chi apprezza
Il rock revivalista Made in England

Forte del successo del recente LP “Everything You’ve Come to Expect”, il duo formato da Alex Turner e Miles Kane torna con un accattivante EP di riarrangiamenti e cover. Registrato in presa diretta nell’arco di una sola giornata, “The Dream Synopsis EP” ci mostra il progetto The Last Shadow Puppets nella sua – a tutti gli effetti godibilissima – veste live. Il vibe è quello fortemente 60s/70s già apprezzato nelle precedenti pubblicazioni, con un Turner in grande spolvero, sia nelle vesti di mattatore da palco (il delirio post-punk sulle note dei The Fall in “Totally Wired”) sia in quelle di crooner dal ciuffo impomatato (la coheniana “Is This What You Wanted”). Il vinile rosso impreziosirà sicuramente la collezione di molti revivalisti inferociti, in attesa di ritrovare il buon Alex con la sua band principale. – Marco Belafatti


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Tiziano Ferro
Il Mestiere Della Vita

Pop, Universal Music Group

L’highlight
Troppo Bene (Per Stare Male)

Per chi apprezza
Tiziano Ferro e non pretende troppo

“Se piovessero dal cielo tutti i cuori del mondo, io raccoglierei il tuo soltanto”, così Tiziano sembra volersi sfacciatamente accaparrare anche la prossima edizione di San Valentino dei Baci Perugina. E se la cioccolatosità dei testi sembra un deja-vu in questo brano, in realtà ascoltando tutto l’album si scopre che è tutto un riproporsi di suoni già sentiti, testi banali e prevedibilità generale. Tiziano ripropone la copia di se stesso; “Potremmo Ritornare” ricorda troppo “Ti Voglio Bene”, le canzoni dal suo classico sound pieno di effetti enfatizzano molto il verbo Perdonare (o xdonare?), “Lento/Veloce” è robaccia da ascoltare in spiaggia per l’ennesima volta, altre tracce partono decentemente ma poi si perdono in mix con la lingua inglese o con versi rappati che sembrano stonare con tutto il resto. La collaborazione con la Consoli non entusiasma ma, fortunatamente, è abbastanza banale da essere orecchiabile mentre quella con Tormento lascia un po’ perplessi così come la prima traccia, che è tutto fuorché “Epic”. – Simona Catalfo


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Virta
Hurmos

Post Rock, Svart Records

L’highlight
Time Travel

Per chi apprezza
Scomporre i brani e comprenderne le esatte partiture

Colori, luci ed ombre tradotte in musica strumentale, in un disco che va assaporato e degustato come un ottimo vino invecchiato. La formula dei Virta è una perfetta unione di free jazz, elettronica e post-rock: l sound che si sviluppa risulta denso e corposo, reso cupo dalle componenti elettroniche ed alleggerito dalle chitarre, ariose, che invece rimandano ai visionari della sei corde: Fripp & Gilmour. Basta un attimo per passare da momenti delicatissimi e romanticissimi in cui il trio si fa più raccolto ad un alternarsi di chitarre che incalzano, basso in overdrive e batteria senza freno né imposizione alcuna, che crea il maelstrom sonoro visibile anche in copertina. “Hurmos” potrebbe non stare bene in molte occasioni: non come mero sottofondo per una serata dai toni simposiali, né come disco da ascoltare in macchina come aftershow. Un cattivo accostamento potrebbe far andare il vino di traverso. Affascinante. – Matteo Galdi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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