Dischi Che Escono – 06/08/2017

Selezione musicale per meglio digerire le numerose sagre di stagione. (30/07/2017 – 05/08/2017)


Apanhador Sò
Meio Que Tudo é Um

Cose a caso, Autoproduzione

L’highlight
Linda, Louca e Livre

Per chi apprezza
La saudade infarcita di cose-a-caso

Parliamoci chiaro: o sei i Radiohead, e dunque puoi permetterti di realizzare qualcosa di veramente interessante mettendo insieme un’accozzaglia di suoni e robe diverse l’una dall’altra, oppure combinare un casino è facile come bere un bicchiere d’acqua ghiacciata che ti va dritta allo stomaco causandoti cagotto istantaneo. Apanhador Sò riesce nel secondo intento nell’arco di due brani, “Sol da Dùvida” e “Sopro”, poi torna la saudade dei popoli portoghesi e simil tali in “Teia” e quasi si aggiusta il tiro. Il problema è che quel “quasi” non si tramuta mai in “finalmente”. Le autoproduzioni sono sempre atti di coraggio e stima, ma qui probabilmente nessuno se l’è sentita di spender soldi per supportare un prodotto che pare una noce di cocco con all’interno calaari e funghi prataioli. Un casino di idee buttate alla membro di segugio. Peccato, perché vacca bestia qualcosa di decente c’è (“Linda, Louca e Livre”), ma si perde nel marasma di cazzo di cane. – Andrea Mariano


A$AP Twelvyy
12

Rap, RCA Records

L’highlight
Diamonds

Per chi apprezza
La naftalina e la canotta di Carl Malone degli Utah Jazz

Se volete tornare al rap anni Novanta, a quell’hip hop monocorde di un tempo, probabilmente 12 potrebbe fare al caso vostro, nostaglici dello yo yo maddafaqa. E questo è l’unico pregio vero e proprio che posso trovare in quest’ultimo lavoro di A$AP Twelvyy. Perché a parte qualche pregevole variazione in “Diamonds” (variazione ripresa comunque dai livelli acquatici di Donkey Kong Country per Super Nintendo, ascoltare per credere) e un gusto fottutamente a cavallo tra i due millenni di “Sunset Park, il resto del disco non suscita chissà quali sussulti. Attenzione, non è malvagio, ma nemmeno qualcosa per cui bisogna strapparsi le treccine. Buono per un ascolto su Spotify, da pensarci molto attentamente se invece volete sborsare soldi veri per un supporto ottico o mp3 da iTunes. – Andrea Mariano


Nick Cave & Warren Ellis
Wind River OST

Ost, Lakeshore Records

L’highlight
Voi che ascoltate la colonna sonora

Per chi apprezza
Il conforto dell’inquietudine

Prendete colui il quale con somma tragicità commuta la disperazione in un processo musicale di redenzione e superamento personale (anche se la morte di un figlio non credo si possa superare). Prendete un amico, che è tra l’altro buon mosicista e ancor migliore compositore che incontra spesso i gusti musicali dell’altro, con quel senso di melanconia e indefinito grigiore che dona alla vita sfumature inaspettate. Tristi, desolate, disperate. Che però rafforzano, rinvigoriscono (in un certo modo). Uniteli, togliete di mezzo gli impegni da “band”, fateli immergere nelle immagini e in ciò che suscitano loro. Date loro carta bianca per realizzarne la colonna sonora. Il risultato è l’accompagnamento sonoro di “Wind River”, esordio cinematografico come regista di Taylor Sheridan. Il risultato è fluttuante, astratto, atipico, non inquietante ma per nulla rassicurante. Una vaga inquietudine che permette di non farti disperare, un dubbio che pone domande, che ti immerge ma non ti affoga. Forse il concetto di “poesia” è ciò che più si avvicina per meglio descrivere questa colonna sonora: diviene parte di te, raccontando storia altrui. – Andrea Mariano


Circus Maximus
Havoc In Oslo

Prog Metal, Avalon Label

L’highlight
Il live per intero, corpus unico

Per chi apprezza
I concerti, i cori, le tastierone ed il progressive

Basterebbe questo per descrivere la nuova uscita dei Circus Maximus, disco live registrato ad Oslo durante il tour di “Havoc”, ultimo disco in studio della band. Se ne sono accorti anche loro, hanno deciso di immortalare in maniera indelebile la memorabile serata del 6 Febbraio nella loro città natale, rigorosamente sold out. Nemmeno a dirlo la risposta del pubblico è da brividi, il calore si riesce a percepire anche su disco e può dare un’idea dello spettacolo che venne proposto in quella serata straordinaria. I Circus Maximus si sentono a casa e suonano con l’anima, gli enfatici cori ed i controcanti – caratteristica della band – non sono più a due voci ma sono cantati da tutti i presenti. La qualità è ottima – aspetto da non trascurare specialmente in ambito live e progressive – , gli strumenti si distinguono ed il basso non scompare incredibilmente nel mixer (ad esempio in ”Highest bitter”). La setlist lascia maggiormente spazio ad i brani di “Havoc”, ma a differenza di quanto si possa pensare quelli dell’ultimo disco non sono gli unici brani proposti, sono presenti brani cardine della band quali “Architect of fortune” e “Game of life” per una chiusura da lacrime. Chi non conosce il Norvegese non potrà mai sapere cosa abbia detto il frontman al pubblico, negli spazi lasciati al dialogo tra un brano ed un altro. Sicuramente però saranno state parole d’amore. – Matteo Galdi


Exit Eden
Rhapsodies In Black

Symphonic Metal, Napalm Records

L’highlight
I costumi di Halloween in copertina

Per chi apprezza
Il cattivo gusto delle matrone gotiche

C’è qualcosa di maledettamente perverso nei musicisti che nel 2017 scelgono di consacrare il proprio “talento” al symphonic metal. Diciamocelo: il genere portato alla ribalta da Nightwish e Within Temptation ha visto giorni decisamente migliori. Le stesse band storiche hanno perso la magia dei loro anni d’oro e oggi si limitano a pubblicare album-fotocopia in cui ogni singola nota ha il retrugosto amaro di cose già sentite miliardi di volte. È quindi un inspiegabile delirio di onnipotenza quello che spinge cantanti anche brave e con un curriculum rispettoso come Amanda Somerville a dare vita a side-project di dubbia natura come le Exit Eden. Immagino che le cose siano andate più o meno in questo modo: un bel giorno Amanda si sveglia, chiama a rapporto altre tre matrone di pizzo vestite e tutte insieme appassionatamente si mettono a fare cover di pezzi pop famosissimi. Registrano pure un album, senza un minimo di fantasia e di buon gusto, così, perché due riffoni, qualche arco sintetizzato alla bell’e meglio e gorgheggi vocali a iosa sono tutto ciò che serve a chi ancora si ostina a dare di matto per robe di questo genere. Brava, Amanda, tu sì che hai capito tutto. Per chi invece si sentisse sadico quanto basta, c’è sempre la possibilità di estirparsi i timpani con le proprie mani dopo essersi resi conto di quando siano diventate orribili, in questa sagra della porchetta in versione gotica, “Skyfall” di Adele, “A Question of Time” dei Depeche Mode e tanti altri brani che mai avrebbero meritato un simile trattamento. – Marco Belafatti


Marty Friedman
Wall of Sound

Thrash Metal, Prosthetic Records

L’highlight
Sorrow and madness

Per chi apprezza
Le chitarre, i lunghi assoli ed i pezzi strumentali

Il virtuoso solista dei Megadeth dei tempi che furono ritorna con un album in studio. In “Wall of sound” è libero di spaziare tra i generi, dare spazio alla sua creatività lontano da giudizi e senza essere condizionato nelle scelte stilistiche. Proprio questi i motivi che lo allontanarono dalla band che lo rese musicista affermato ed osannato: forse la troppa esuberanza. Durante la composizione di “Risk”, diverso nello stile e forse troppo sperimentale, qualcosa nei Megadeth che furono si ruppe. Questione di caratteri diversi, di strade che inevitabilmente si dovevano separare. La parziale lontananza dai riflettori durante la sua carriera solista ha giovato all’artista, l’ultimo disco “Inferno” – seppur ottimo – non ha avuto grande successo mediatico ed è uscito, ormai, ben quattro anni fa. Brani come la opener e “Sorrow and madness” dimostrano come anche un violoncello possa combaciare perfettamente con le soluzioni variegate adottate dal chitarrista (richiamano alla mente i “raptus” di Danny Elfman). Un disco Thrash, Heavy ma anche prog. Sentimentale quanto basta, come nelle ballad “Streetlights” e “For a friend” (dedicata a Nick Menza?), brutale il più possibile in “Whiteworm” (assurdo: ma è un pezzo Djent!?). In “Wall of sound” ciò che semplicemente traspare è un buon disco, suonato con passione da un musicista eccezionale che attinge da generi differenti, senza paura di sbagliare o non piacere. E stavolta può permettersi di sperimentare lontano dai Megadeth. Per fortuna. – Matteo Galdi


Tom Grennan
Found What I’ve Been Looking For [EP]

Singer-Songwriter, Insanity Records

L’highlight
Broken Ones

Per chi apprezza
Puntare sui ciovani

Pensava di continuare a fare per sempre il calciatore professionista, di sbancare la Premier League e far sognare come Nigel Martyn la sua Bristol. Poi un giorno, sotto le docce, scoprì la sua vera vocazione. Calmi, cosa avete capito. La voce. Scoprì di essere un gran cantante, quasi un incrocio potente e graffiante tra Jamie T, Jack Savoretti e Paolino Nutini. Questa è la storia del giovine Tom Grennan, classe 1995, che -come dice il titolo dell’ep in questione- pare aver trovato quello che stava cercando nella musica, dato il senso di calda e serena familiarità che emana questa nuova uscita pompata da Spotify. È presto per parlare, dato che anche a questo giro -oltre al singolone- ci sono in campo soltanto pochi (ma buoni) episodi d’atmosfera, su tutti la countreggiante “First Day of The Sun”. Meglio aspettare l’album d’esordio, prima di parlare in termini definitivi. Se siete però in cerca di un cavallo rampante su cui scommettere per il futuro prossimo, io vi farei già anche il suo nome. – Giulio Beneventi


Jane’s Addiction
Alive at Twenty-Five – Ritual de lo Habitual Live

Rock, Cleopatra Records

L’highlight
La chitarra di Three Days, come sempre

Per chi apprezza
I dischi che non invecchiano

Ritual de lo Habitual è un passaggio fondamentale della nascita dell’alternative, di quello che fecero con moltissimo successo i Guns’n’Roses e i Red Hot Chili Peppers: sdoganare, rendendo cool e gaudentemente fighetta, musica imbottita di drammi umani, siringhe e sesso (specialmente sesso). I Jane’s Addiction non ebbero il successo megagalattico dei RHCP, si spensero presto senza il botto fragoroso dei Guns, ma pubblicarono due dischi (oltre al già citato, “Nothing’s Shocking”) che, pur imperfetti e pieni di filler e di qualche scemenza, diventarono a loro modo dei capolavori indispensabili. Nell’occasione del quinto lustro, “Ritual de lo Habitual” è stato riproposto per intero e per un intero tour, e Alive at 25 ne è testimonianza. Chiaro, non ci sono più i travestimenti assurdi di Perry Ferrel, la voce dall’alto di quasi sessant’anni non raggiunge i picchi di un tempo (ma si difende comunque bene), Navarro sembra sempre il Demonio ma fa un po’ meno paura; però funziona (quasi) tutto a regola d’arte, con una “Stop” che è ancora aggressivissima e “Three Days” e “Then She Did” che fanno ancora piangere. Tutto ancora attualissimo, in ogni caso: ennesima conferma della conclamata impossibilità che Ritual de lo Habitual invecchi. Però effettivamente chi non se lo è ancora goduto farebbe meglio a cominciare dall’originale. – Riccardo Coppola


Mondo Cozmo
Plastic Soul

Alternative, Republic Records

L’highlight
Hold on To Me

Per chi apprezza
La musica cazzuta

Non può essere altrimenti. Oggi uscirò di casa senza manco fare colazione e andrò in giro consigliando random a chiunque mi capiti a tiro di ascoltare immediatamente Cozmo. Poco importano i “che cozmo dici?” o i “ma a me che me ne fooot?” in risposta, devo farlo. Devo provarci. Devo spargere la buona novella, il verbo divino. Non solo i 10k followers sui social, tutti devono sapere dell’uscita di questo album della madonna, questa moderna gemma schizofrenica, questo splendido primo lavoro di Josh Ostrander sotto il nuovo monicker Mondo Cozmo. C’è di tutto nelle dieci tracce in scaletta -dagli echi dylaniani (Hold On To Me) agli U2 che contavano di Achtung Baby (la bomba Higher) sino agli Spiritualized (il singolo Shine) e al dance rock figliato dai Kasabian (Automatic)- ed ognuna di esse è un crescendo, un’apoteosi di sensazioni positive, un’espressione sempre diversa della bellezza e della creatività in musica. Cristo santo, non perdiamoci in chiacchiere, lo dico anche voi che leggete: ascoltatevi questa perla. Vi si aprirà… un cosmo. – Giulio Beneventi


Smallpools
The Science of Letting Go [EP]

Indie pop, Kobalt Music

L’highlight
Il fatto che sia soltanto un EP

Per chi apprezza
Il decreto Lorenzin

Ho già parlato due settimane fa dell’inutilità dei Foster The People, sottolineando però come ci sia un intero genere musicale dai connotati simili che, per qualche motivo, è ancora abbastanza in auge. Gli Smallpools fanno una roba(ccia) molto simile, che evidentemente è diffusa, quindi strutturerò questa recensione come una serie di domande che in un mondo ideale sarebbero retoriche ma che purtroppo non lo sono. C’è qualcuno che trova ancora attraenti le vocine indie da Pete Doherty un po’ più stridulo? C’è qualcuno che trova ancora attraenti i sintetizzatori indie da Owl City un po’ più trash? C’è qualcuno che balla veramente sulle chitarrine indie da Daft Punk un po’ più scemi? C’è ancora della credibilità in lyrics come “love is a wonderful feeling”? Fa ancora figo il breakdown danzereccio quasi dab giusto per non sembrare dei cazzoni che registrano nei box di casa? Fa ancora figo mettere f-words a cazzo nei pezzi giusto per avere il bollino Explicit su Spotify? L’assonante termine “smallpox” in inglese identifica il virus del vaiolo: siamo certi sia peggio rispetto a questa merda? Perché non c’è ancora un vaccino che crei immunità di gregge da questa merda? Perché? Perché? – Riccardo Coppola

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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